Dopo una perfetta e conclusiva seconda stagione (ve ne abbiamo parlato qui), che aveva visto i sopravvissuti ai game ritornare nel mondo reale, la serie giapponese Alice in Borderland è tornata con altri 6 episodi su Netflix. Nuovi personaggi e nuove sfide attendono i protagonisti Arisu e Usagi, riportati nella “terra di confine” da losche figure che intendono servirsene per fini sinistri. Sarà l’occasione giusta per capire finalmente chi – o cosa – sia il Joker e cosa voglia. Basata sull’omonimo manga di Haro Aso, Alice in Borderland uscì su Netflix nel 2020 ma raggiunse la notorietà solo dopo il successo planetario di Squid Game. Ed è proprio al drama survival coreano che questa terza stagione, non più basata sui fumetti, purtroppo si ispira un po’ troppo. Con la regia dinamica di Shinsuke Sato e un’estetica accattivante, cosa ci dice di nuovo questa terza stagione? Vediamolo insieme.
Trama
Sono passati circa cinque anni dall’impatto del meteorite a Shibuya, l’evento che aveva scaraventato moltissime persone nel borderland, rivelatosi poi una sorta di limbo tra la vita e la morte. Arisu (Kento Yamazaki) e Usagi (Tao Tsuchiya) sono ora sposati e conducono un’esistenza felice, ma dei frammenti di memoria di quello che hanno vissuto iniziano a riemergere. Nel frattempo, il professor Ryuji Matsuyama (Kento Kaku), studioso di esperienze di pre-morte, intervista i sopravvissuti al disastro. Molti di questi raccontano di aver vissuto per un periodo in un mondo misterioso in cui erano costretti a partecipare a game mortali. Quando Usagi scompare – c’è lo zampino di Ryuji – Arisu è costretto a tornare nel borderland per ritrovarla.

L’ultima sfida
Dopo che Ryuji è riuscito a entrare nel borderland, portando con sé Usagi, Arisu viene avvertito da Banda, personaggio che avevamo già visto nella seconda stagione. Banda gli dà una carta Joker e lo invita a ritornare per salvare la moglie. Arisu, grazie all’aiuto di Ann (altro personaggio che ritorna), “muore” per qualche minuto grazie a una droga. Nel borderland le lancette dell’orologio si muovono diversamente, quindi il protagonista avrà tutto il tempo di trovare Usagi prima che Ann lo rianimi. I game ricominciano ma, a mio parere, non sono memorabili come quelli visti nelle stagioni precedenti. Manca il livello di difficoltà e manca la distinzione tra le diverse tipologie di gioco data dai semi delle carte. È tutto un susseguirsi di regole complicate (almeno per me che non so giocare neppure a Monopoli) e una buona dose di plot armor. A essere interessante è però il montaggio alternato che intreccia le prove affrontate dal gruppo di Arisu a quelle del gruppo di Usagi. Ma va bene così, perché Alice in Borderland non è mai stato solo un survival basato sulla spettacolarità dei giochi. Il problema sorge quando anche la parte “filosofica” e riflessiva risulta sfilacciata e meno impattante.

I personaggi
Uno degli elementi che ha abbassato la qualità di quest’ultima (speriamo) stagione è la scrittura dei personaggi. Arisu funzionava come disadattato geniale, protagonista gifted ma allo stesso tempo imperfetto che poi avrebbe dovuto fare i conti con il trauma di essere sopravvissuto ai suoi amici, che riteneva più degni di farlo. Ora Arisu è un marito amorevole e un lavoratore al servizio della società, un po’ il cliché di quello che “ce l’ha fatta”. Di quel trauma, poi, sembra non esserci più traccia. Ad essere traumatizzata invece è Usagi, incapace di superare il suicidio del padre. Questo elemento, però, sembra solo un pretesto per mettere in moto la trama, dando alla co-protagonista un motivo per tornare nel borderland – un desiderio di morte. Anche il personaggio di Ryuji, ossessionato dallo scoprire cosa ci sia dopo la morte, finisce per essere un semplice device narrativo, un catalizzatore. Gli viene dato un background che in parte spiega i motivi per cui fa ciò che fa, ma in realtà non ha reale coerenza motivazionale e un vero spessore. Altre nuove aggiunte invece funzionano, in particolare l’aspirante disegnatrice di anime Rei: poteva essere una semplice manic pixie dream girl dai capelli blu, ma invece ha una storia tutta sua.

Da qui in avanti ci saranno spoiler maggiori!
Ora che posso andare un po’ più nel dettaglio, mi preme specificare che in realtà Usagi non sceglie autonomamente di tornare nel borderland. Ryuji utilizza il trauma della donna per manipolarla e letteralmente la rapisce per farla andare con lui. Eppure lei, per tutto il tempo, gli resta accanto, lo aiuta e sembra anche sviluppare un certo attaccamento emotivo. Un’altra cosa a non avere molto senso è il motivo per cui Banda vuole che Arisu torni e diventi cittadino permanente del borderland. Questo personaggio-burattinaio, infatti, si mette a muovere i fili. Il suo piano prevede che Ryuji uccida Usagi in modo che Arisu non abbia più un motivo per tornare alla vita vera e decida di rimanere lì. Perché? Non è ben chiaro. Il genio e le abilità di Arisu renderebbero i game più interessanti, certo, ma non mi sembra una motivazione abbastanza forte o sensata. O forse un senso vero e proprio non c’è, se non quello che viene dato alla coppia protagonista per andare avanti: una gravidanza. Mi spiego meglio. La seconda stagione di Alice in Borderland ci diceva quanto fosse importante accettare la vita per quella che è, con le sue insensatezze e il suo caos. Non c’è un motivo per cui le cose accadono e non c’è un motivo per cui Arisu meritasse la sopravvivenza più dei suoi amici. I protagonisti, quindi, avevano accettato di tornare alla vita perché avevano accettato quanto questa fosse degna di essere vissuta anche senza un senso, una direzione. Quindi, a mio parere, la terza stagione snatura questo messaggio: Usagi e Arisu devono tornare indietro perché saranno genitori, avranno delle responsabilità e, quindi, una direzione.

Il Joker
Dopo averci fatto credere che Banda fosse il Joker, la serie riserva un ultimo colpo di scena quando lo uccide nel pieno di un delirio di onnipotenza. Al suo posto compare un altro personaggio misterioso, interpretato dal famoso attore Ken Watanabe, che sottolinea come Banda non fosse pronto per il suo ruolo. L’uomo offre ad Arisu due carte coperte come prova finale: se girerà quella del Joker, non avrà modo di decidere del proprio destino. Arisu sceglie proprio la carta Joker, ma sfida poi l’uomo sostenendo che il gioco sia truccato. Quando scopre l’altra carta per verificare, anche questa si rivela un Joker. L’uomo spiega così che il Joker non è una vera e propria figura o una persona in comando, ma solo una carta “riempitiva”. Il Joker, quindi, rappresenta una variabile imprevedibile e l’illusione umana di avere il controllo sul proprio destino. Dopo questo insegnamento, l’uomo offre ad Arisu la possibilità di scegliere se rimanere lì – e quindi annichilirsi nella morte – o tornare alla vita reale, abbracciando il caos che la governa.

Conclusioni
Dopo che Arisu riesce a salvare Usagi da un vortice che rischiava di risucchiarla, i due tornano alla vita vera. Nel finale, rivediamo i volti più amati e famosi della serie: Chishiya, Kuina, Niragi, Heiya. Interrogati dallo stesso Arisu, che affianca gli psicologi come consulente, questi personaggi rispondono alla domanda “cosa rende la vita degna di essere vissuta?”. Chishiya risponde: “anche se non lo so, non è poi così male”, rafforzando ancora una volta il messaggio della serie. Insomma, Alice in Borderland 3 dice – peggio – quello che già aveva comunicato nella seconda stagione, risultando quantomeno superflua. Troppi poi gli elementi ripresi da Squid Game – la gravidanza, il bambino considerato un giocatore (anche se qui ancora non è nato), il ruolo di Banda come reclutatore, il finale. L’ultimissima scena, infatti, lascia presagire la possibilità di una versione americana della serie…
La terza stagione di Alice in Borderland si rivela un’aggiunta poco necessaria alla storia, ripetendo temi già esplorati nelle prime due stagioni ma con minore coerenza e impatto emotivo. Pur cercando di ribadire il messaggio sull’accettazione della vita e del caos, la serie finisce per apparire derivativa, priva dell’originalità e di quel guizzo che aveva reso le prime due stagioni un successo globale.
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