Molti temi archetipici del cinema, ma prima ancora materia filosofica della condizione umana, s’intrecciano in Another Earth, piccolo e a suo modo perfetto film del giovane regista statunitense Mike Cahill qui al suo primo lungometraggio. Nel 2011 il film si aggiudica il Premio Speciale della Giuria al Sundance Film Festival, viene candidato in diverse competizioni per un totale 14 volte e riceve altri riconoscimenti, per un bottino di 7 vittorie, tra cui il premio come Best Actress a Brit Marling che insieme al suo compagno regista ha co-sceneggiato e prodotto la pellicola. Questa raffinata opera che si avvale del classico stile indie con riprese traballanti da macchina da presa mobile, dialoghi scarni e molti primi piani, è la dimostrazione che quando c’è la grazia di un’idea con le gambe solide, non occorrono grandi budget (costo di produzione 100.000 dollari, neanche i cestini per la troupe di Avatar!).

Trama

Rhoda Williams (Brit Marling) è una giovanissima studentessa di astrofisica molto dotata; è stata appena ammessa al MIT di Boston e sta per questo festeggiando con gli amici proprio la stessa notte in cui viene annunciata la mirabolante apparizione di un pianeta gemello della Terra visibile in cielo ad occhio nudo. Di ritorno dalla festa, alla guida della sua auto, un po’ per l’alcol un po’ perché distratta dall’osservazione del nuovo corpo celeste, Rhoda causa un terribile incidente. Nello schianto la famiglia del compositore John Burroughs (William Mapother) perde la vita mentre lui rimane in coma. Dopo aver scontato quattro anni di carcere Rhoda esce completamente annientata dal senso di colpa e con l’unico intento di auto-punirsi per poter in qualche modo espiare. Accetta perciò un lavoro umile e l’unico pensiero che le susciti un minimo coinvolgimento è Terra2 (il pianeta comparso nei cieli che appare essere uno sdoppiamento della Terra) e la possibilità di partecipare ad un concorso per far parte di una spedizione esplorativa su di esso. Tornando a far visita al luogo dell’incidente Rhoda scopre che l’uomo a cui ha distrutto la vita è uscito dal coma e vive in uno stato di abbandono e disperazione.

La ragazza tenta di avvicinarsi a John ma non trovando il coraggio di rivelargli di essere stata la causa di tanto dolore, si finge un’addetta di un’impresa di pulizie e in tal modo inizia a frequentare (e pulire da cima a fondo) la sua abitazione. Tra i due personaggi, interrotti nelle proprie esistenze dallo stesso tragico evento, si instaura, settimana dopo settimana, un legame, mentre il mondo intero continua a domandarsi cosa sia, e quale incalcolabile influenza avrà l’esistenza di una replica della Terra su ognuno. Il pianeta apparso nel cielo infatti si scopre essere abitato dagli stessi individui esistenti qui nello stesso spazio temporale. Tutte le persone osservano il cielo rapite dal pensiero che lassù esiste un altro io che forse avrà fatto le stesse scelte, sarà stato vittima degli stessi errori, oppure no?

La seconda opportunità, il doppio, la colpa, il perdono

Girato per intero con toni freddi, con una predominanza di azzurro che ci fa percepire il gelo della provincia americana e delle anime dei due protagonisti, Another Earth usa con intelligenza gli attrezzi di un’ipotesi fantascientifica coerente nella sua costruzione per esplorare un dramma intimo ed esistenziale che in essa trova una sorta di soluzione, pur senza cancellarne la fattuale realtà. La presenza grigio-blu del nuovo elemento celeste campeggia sempre più distinta in tutte le scene in esterno e interroga il mondo sul suo significato. É una minaccia? Un monito al nostro egocentrismo o una mano tesa dall’universo? Saremo in grado di accoglierla? Oppure saremo codardi e ciechi come nel mito della caverna di Platone, si domanda John parlando con Rhoda del viaggio su Terra2.

Il tema, sempre affascinante per lo spettatore (diciamo pure per l’essere umano), della seconda opportunità, delle famigerate slinding doors, s’intreccia all’altro frequentemente esplorato e di parifascino deldoppio, di un altro da noi che potrebbe, come nel caso di specie, ribaltare, attenuare, riparare un destino che ha tradito la propria vita. Le entità che collidono in questo film a causa di una forza cosmica senza riguardi sono le vite dei due protagonisti, due vite felici e promettenti che in una frazione di tempo e di spazio maledetti sprofondano in un buco nero di esistenze disintegrate. Questa insondabilità e predestinazione che sfugge al controllo umano è ben rappresentata dall’inquadratura dall’alto del verificarsi dell’incidente come attraverso uno sguardo cosmico, anaffettivo e ineluttabile. Eppure se esistesse la possibilità per l’io di non essere più lo stesso io? Il perdono di se stessi e degli altri, il superamento di ciò che si è diventati, pur non volendolo, attraverso il cambiamento di noi stessi e l’accoglimento del dolore altrui è la chiave filosofica del film.

L’abbandono di noi stessi in quanto centro dell’universo come operazione mirata ad un’impossibile ma desiderata redenzione è incarnata anche dal personaggio del collega di Rhoda, l’anziano nativo-americano che si priva di vista e udito per sfuggire l’immagine di se stesso.

In una breve ma intenzionale inquadratura, vediamo poggiato su una mensola in camera di Rhoda un libro di Isaac Asimov. Prima di ogni effetto speciale che riempe di stupore o di ogni mostro portato in vita dal cinema, la fantascienza ha avuto origine nella letteratura. È grazie alla mente degli scrittori che abbiamo viaggiato in universi alieni proiettandoci oltre il conosciuto. Another Earth onora quella tradizione regalandoci una storia avvincente e profonda avvalendosi della potenza di un’idea, idea che s’iscrive nel più classico enorme punto di domanda affrontato dal genere: lo Spazio, il Tempo e l’Umano.

a cura di RebelRebel

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