La città dei mostri (The Haunted Palace), diretto da Roger Corman nel 1963, è uno degli esempi più suggestivi del cinema horror gotico a basso budget degli anni ’60. Spesso venduto come un adattamento dei racconti di Edgar Allan Poe, in realtà il film prende gran parte della sua ispirazione da H. P. Lovecraft, adattando il romanzo Il caso di Charles Dexter Ward (pubblicato postumo nel 1941 sulla rivista Weird Tales).
La carriera di Roger Corman
Attratto dal cinema fin da giovane, Roger Corman studiò ingegneria e lavorò brevemente alla General Electric, prima di lasciare tutto per seguire la sua passione. Iniziò alla 20th Century Fox come tuttofare e lettore di sceneggiature, esperienza che gli permise di comprendere i meccanismi dell’industria cinematografica e affinare il proprio stile narrativo.

Debuttò come regista nel 1955 con il western Cinque colpi di pistola, dando avvio a una carriera incredibilmente produttiva: fino a nove film l’anno, tra sci-fi low budget e horror gotico. Titoli come I vivi e i morti (1960), Il pozzo e il pendolo (1961) e La maschera della morte rossa (1964) consolidarono il suo stile, spesso interpretato da Vincent Price.
Corman è stato anche un trampolino di lancio per i giovani registi della New Hollywood: Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Peter Bogdanovich e James Cameron iniziarono sotto la sua guida, imparando a gestire budget stretti e tempi serrati. Inoltre, fu tra i fondatori dell’American International Pictures, rivoluzionando il cinema di genere negli Stati Uniti.
Nonostante il suo ruolo fondamentale, ricevette l’Oscar alla carriera solo nel 2009.
Trama
Charles Dexter Ward (Vincent Price) e sua moglie Anne ereditano un antico castello ad Arkham, ignorandone il potere malefico. Ben presto emergono oscuri segreti legati a Joseph Curwen, antenato e mago arso vivo per pratiche blasfeme. Charles subisce una trasformazione progressiva: la sua personalità diventa fredda e crudele, segno che lo spirito di Curwen lo possiede.

Il villaggio circostante, popolato da deformità e mostri, amplifica l’angoscia. Anne tenta di salvare il marito e scopre la portata dell’orrore che permea il maniero. La tensione cresce fino a un climax tragico e inevitabile, tra possessione e follia.
Corman contro le aspettative
Contrariamente a quanto il marketing dell’epoca lasciava intendere, La città dei mostri non è un adattamento di Poe, bensì è il film in cui Corman adatta Il caso di Charles Dexter Ward di H. P. Lovecraft. Questa influenza lovecraftiana è evidente nell’angoscia costante, nelle deformità dei personaggi e nelle creature che popolano il villaggio e il castello.

Il regista mantiene le atmosfere già collaudate nei tre anni precedenti: il castello ricorda quello de Il pozzo e il pendolo, con passaggi segreti e inquadrature a strapiombo sul mare. Effetti economici come ragnatele millenarie e nebbia persistente rendono tutto astratto e misterioso, conferendo un senso di magia oscura e inquietante.
Pur riconoscendone i meriti, personalmente lo trovo meno incisivo rispetto ad altri suoi lavori come La vergine di cera (1953, con un giovanissimo Jack Nicholson), Il pozzo e il pendolo (1961) o I vivi e i morti (1960).
La città dei mostri rappresenta uno dei vertici del cinema gotico di Roger Corman, in cui l’atmosfera livida e inquietante si fonde con il terrore generato dall’ignoranza, dal pregiudizio e dalla superstizione. Adattamento di H. P. Lovecraft, il film conferma la maestria di Corman nella costruzione di scenografie suggestive e tensione costante. La recitazione e gli effetti visivi, seppur realizzati con budget ridotti, risultano efficaci e memorabili. Nel complesso, resta un’opera importante per comprendere il cinema di genere anni ’60 e il ruolo di Corman come innovatore e precursore.
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