Oggi parliamo di Cronos (1992), primo lungometraggio di Guillermo del Toro dopo quattro cortometraggi e diversi lavori televisivi. Un esordio che non ha nulla di acerbo: al contrario, si tratta di un film che rivela fin da subito una visione precisa e riconoscibile. Presentato alla Settimana internazionale della critica del 46° Festival di Cannes, il film colpì anche Pedro Almodóvar, che nel 2001 avrebbe prodotto il terzo lavoro del cineasta messicano, La spina del diavolo. Cronos ottenne inoltre importanti riconoscimenti: il premio Ariel nel 1993, la Miglior Regia al Fantafestival di Roma nel 1995 e il Corvo d’argento al Festival Internazionale del cinema fantastico di Bruxelles nello stesso anno.
Il cinema di Guillermo del Toro
Parlare di Cronos significa inevitabilmente guardare anche a ciò che verrà dopo. La filmografia di del Toro si muove costantemente tra industria e autorialità, alternando produzioni hollywoodiane a progetti più personali. Dopo questo esordio realizzerà film come Mimic, per poi trovare una prima piena consacrazione il citato La spina del diavolo e soprattutto con Il labirinto del fauno (2006), dove il fantastico si intreccia alla storia e alla memoria.
Parallelamente si cimenta anche con il cinema più spettacolare, dirigendo Hellboy e il suo sequel, senza mai rinunciare al proprio immaginario visivo. Il percorso culmina con La forma dell’acqua, che rappresenta la definitiva consacrazione internazionale del regista: il film vince infatti il Leone d’oro al Festival di Venezia e inaugura una stagione in cui, sempre più spesso, i film premiati a Venezia diventano poi i grandi protagonisti della corsa agli Oscar, segnando una sorta di continuità tra il riconoscimento festivaliero e quello dell’Academy. In questo senso, il successo de La forma dell’acqua non è solo personale, ma anche sintomatico di un cambio di equilibrio nel cinema internazionale.

Trama di Cronos
Il protagonista è Jesús Gris, interpretato da Federico Luppi, un anziano antiquario che gestisce un piccolo negozio insieme alla nipotina Aurora (Tamara Shanath), con cui ha un rapporto tenerissimo e quasi simbiotico. Durante l’ispezione di una statua antica, scopre al suo interno un congegno misterioso: il Cronos, un dispositivo meccanico a forma di scarabeo costruito secoli prima da un alchimista. Quando Jesús lo attiva, il meccanismo si anima e lo punge, iniettandogli una sostanza che sembra restituirgli vigore e giovinezza.

Col passare dei giorni, però, emergono effetti sempre più inquietanti: la sua pelle si rigenera, le ferite si rimarginano rapidamente, ma allo stesso tempo sviluppa una crescente sensibilità alla luce e, soprattutto, un’irrefrenabile sete di sangue. In una delle sequenze più emblematiche, Jesús si ritrova a leccare il sangue dal pavimento di un bagno, segnando un punto di non ritorno nella sua trasformazione.
Parallelamente entra in scena Dieter de la Guardia, un ricco e anziano industriale ossessionato dall’immortalità, interpretato da Claudio Brook. L’uomo, ormai in fin di vita, incarica il nipote Angel, una figura brutale e instabile a cui presta il volto Ron Perlman, di recuperare il dispositivo a qualunque costo. Angel entra così in contatto con Jesús, dando vita a una spirale di violenza e sopraffazione.

Dopo uno scontro con Angel, Jesús muore, ma il potere del Cronos lo riporta in vita, completando la sua trasformazione. Ridotto a una creatura sempre più dipendente dal dispositivo, cerca disperatamente di nascondere la propria condizione alla nipotina, che tuttavia continua a stargli accanto con un affetto silenzioso. Il conflitto culmina in un confronto finale con Dieter e Angel, dove Jesús si trova costretto a scegliere tra l’immortalità e la propria umanità.
Cronos
Fin dalle prime sequenze, del Toro costruisce un racconto che sembra rifuggire la spettacolarità per concentrarsi sui dettagli, sugli oggetti, sui corpi. Il Cronos stesso non è solo un espediente narrativo, ma un simbolo concreto: un meccanismo antico, affascinante e disturbante, che richiama l’ossessione umana per l’eternità. La trasformazione di Jesús non è mai esibita in maniera compiaciuta, ma trattata con uno sguardo quasi pietoso. Non siamo di fronte a un mostro nel senso classico del termine, ma a un uomo che si aggrappa disperatamente alla vita.
I mostri secondo del Toro
Già in questo esordio possiamo riconoscere chiaramente il tratto distintivo di del Toro: la volontà di risemantizzare grandi figure e archetipi della cultura popolare. Il vampiro, qui, perde gran parte della sua dimensione seduttiva e aristocratica per diventare una creatura fragile, consumata dal bisogno, più vicina alla sofferenza che al male. Questo approccio ritornerà con forza in opere successive, come Pinocchio (2002), dove il regista rilegge la fiaba classica trasformandola in una riflessione più cupa e politica sulla vita, sulla morte e sull’obbedienza, facendo del burattino un corpo imperfetto e irriducibile alle regole del mondo umano.

Un discorso analogo si lega alla figura di Frankenstein, che nell’omonimo film di del Toro non è tanto il simbolo della scienza che sfida Dio, quanto quello della Creatura stessa: un essere abbandonato, escluso, costruito e poi rifiutato. In questa prospettiva, il vero cuore del mito non è lo scienziato, ma l’essere che prende coscienza della propria diversità e ne subisce le conseguenze. È una linea di continuità che parte proprio da Cronos e arriva fino alle opere più mature del regista.

Come spesso accade nel suo cinema, il mostro smette di essere una minaccia e diventa protagonista. I veri mostri, sembra suggerire del Toro, siamo noi. In Cronos questa prospettiva è già chiarissima. Jesús Gris, nella sua trasformazione, è infatti una figura tragica e profondamente umana. La vera violenza appartiene ai personaggi che lo circondano, mossi da egoismo, avidità e paura della morte. Non si tratta più di temere il diverso, ma di riconoscere quanto di mostruoso ci sia nell’umano. Ed è proprio in questa tensione, tra repulsione ed empatia, che si definisce uno degli sguardi più originali del cinema contemporaneo.
Cronos è un esordio sorprendente, un film piccolo ma densissimo, capace di lasciare un segno profondo. Un’opera che merita di essere riscoperta, soprattutto per comprendere le radici del cinema di Guillermo del Toro.
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