Nel 1968 George A. Romero codificava lo zombie movie come lo conosciamo noi oggi con La notte dei morti viventi, esplicitando una componente del genere horror che sarebbe diventata ovvia negli anni a venire, ovvero quella politica. La saga dei morti viventi è continuata negli anni, e ogni capitolo si è fatto portavoce delle dinamiche sociali in atto in quel determinato momento. Così si arriva al 2007, quando Romero scrive e dirige il quinto e penultimo capitolo della saga degli zombie, che funge anche da reboot: Le cronache dei morti viventi (in lingua originale Diary of the Dead).

Trama

Jason e i suoi colleghi universitari stanno girando un film horror indipendente quando, dalla radio, arriva una notizia sconvolgente e troppo assurda per essere vera: i morti stanno tornando in vita. Mentre una coppia del gruppo decide di rifugiarsi nella casa di famiglia di lui, Jason, il regista, spinge gli altri a restare per cercare la sua fidanzata Debra. Trovata la ragazza nel college ormai abbandonato, gli studenti si mettono in viaggio per tornare dalle proprie famiglie. Nel frattempo, Jason decide di non smettere mai di riprendere con la sua videocamera per documentare gli avvenimenti, dato che i media sembrano non raccontare la verità.


Le cronache dei morti viventi è un mockumentary con una particolarità: c’è una voce fuori campo, quella di Debra, che fin dall’inizio del film ci spiega cos’è ciò che stiamo guardando. La ragazza dice che le immagini sul nostro schermo costituiscono il film di Jason, The Death of Death, che lei stessa ha montato e diffuso, aggiungendo anche gli effetti sonori e la musica. Il suo intento – che ha ereditato dal fidanzato – è quello sì di informare, ma anche di spaventare: la paura mette all’erta, genera reazioni forti e permette a quanto mostrato di arrivare con maggiore intensità allo spettatore. Romero, in altre parole, sta rispondendo in maniera consapevole alle domande che tutti ci facciamo quando guardiamo un falso documentario: chi lo ha montato? Perché c’è la colonna sonora? E così, The Death of Death di Jason Creed corrisponde totalmente a Le cronache dei morti viventi, in uno squisito gioco metacinematografico.

Una riflessione sullo sguardo

Trovo sempre difficile da credere che uno dei più grandi maestri dell’horror si sia ritrovato a lavorare con budget inesistenti, in questo caso appena 2 milioni di dollari, ma quando c’è il genio non servono grosse produzioni o nomi di spicco nel cast. Ed è incredibile, non scontato, che un regista sulla soglia dei 70 anni sia riuscito a utilizzare in maniera così consapevole un linguaggio nuovo, dimostrando di saper parlare a un pubblico che, inevitabilmente, cambia continuamente nel tempo. Le cronache dei morti viventi non solo costruisce la propria ossatura sul falso documentario, prendendo la forma di questo mezzo espressivo in grande diffusione nei primi anni 2000, ma lo disseziona, ci riflette su. Romero utilizza vari punti di vista, mettendo la videocamera in mano a personaggi diversi i quali, nel momento in cui si trovano a riprendere, smettono di essere partecipi nelle vicende e diventano meri osservatori. Non intervengono neanche quando i soggetti ripresi – i loro amici – sono in pericolo, sul punto di essere morsi dai morti viventi. L’obiettivo rappresenta un filtro che distanzia dal reale, ma allo stesso tempo lo sguardo non può mai essere neutro: chi ha la videocamera in mano sceglie dove direzionarla e, allo stesso modo, la montatrice Debra seleziona cosa mostrare, attua dei tagli, racconta la storia che vuole raccontare.


Romero è in anticipo di qualche anno, ma già mette in scena il nostro bisogno compulsivo di tirare fuori le videocamere – oggi gli smartphone – per riprendere e pubblicare quanto ripreso, perché altrimenti è come non averlo vissuto, è come se non fosse successo. La videocamera segna il primo passo verso la scomparsa del ruolo dell’autore: Jason ha ancora la pretesa di avere una missione, di essere “diverso”, ma oggi più di ieri basta avere lo strumento giusto, un accesso a internet e si può caricare ciò che si vuole, anche le tragedie. Perché in fondo, ormai, non c’è più un “noi” contro loro”: noi siamo loro.

Classificazione: 4 su 5.



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