La partenza e la direzione [POTREBBE CONTENERE PICCOLI SPOILER]

Siamo nel 1982, un’enorme astronave aliena si ferma nei cieli di Johannesburg. Non riuscendo a comunicare con l’equipaggio alieno, le autorità sudafricane decidono di irrompere nella nave spaziale. La colonia aliena che vi trovano è costituita da essere antropodi ( presto ribattezzati i Gamberoni dagli esseri umani), tecnologicamente molto avanzata ma deperita a causa del lungo viaggio e del guasto che li ha bloccati sulla Terra. Il governo affida ad una multinazionale produttrice di armi ma mascherata da ente umanitario (guarda un po’ la fantasia alle volte!), la Multi-National United (MNU), la gestione dei migranti alieni. Questi vengono così confinati in una zona di segregazione ai margini della città – denominata District 9 – nella quale gli unici esseri umani che la coabitano sono bande di Nigeriani dediti a traffici illeciti, i più disparati. Dopo vent’anni di difficile coabitazione e crescenti tensioni con la popolazione locale circostante, il governo e il suo braccio armato, la MNU, decidono di deportare la popolazione aliena in un nuovo campo profughi lontano dalla città.

Wikus Van De Marwe (Sharito Copley) è un opaco burocrate della MNU, e probabilmente per volere del suocero, che è a capo della medesima organizzazione e lo disprezza, viene messo a dirigere le operazioni pseudo-legali dello sgombero. Deve passare di baracca in baracca a far firmare un modulo di consenso agli alieni residenti per salvaguardare una facciata di legittimità. Durante le perquisizioni delle baracche dei Gamberoni, Wikus entra accidentalmente in contatto con un misterioso liquido verde, fuoriuscito da un cilindretto metallico. L’esposizione alla strana sostanza porterà il protagonista ad una lenta ed inesorabile metamorfosi verso la struttura corporea aliena. La sua condizione, non più completamente umana, lo renderà la cavia preziosa e perfetta per le mire della MNU sulle tecnologie militari aliene. Si scatenerà dunque una caccia all’uomo che porterà Wikus a rivoluzionare totalmente e per sempre la sua prospettiva di sopravvivenza in mezzo alle due specie.

Si parte dalla fantascienza per calarsi a capofitto nella miseria della quotidianità

Nel 2009 il giovane regista sudafricano Neil Blomkamp firma un classico film di fantascienza che al contempo si posiziona come elemento insolito nel panorama di genere. District 9 si ispira al corto Alive in Joburg (2005) del medesimo regista e, con un budget di trenta milioni di dollari, ne incasserà oltre 110 solo negli USA. Con quattro candidature ai Premi Oscar 2010 (Miglior Film; Migliore Sceneggiatura Non Originale; Miglior Montaggio; Migliori Effetti Speciali) il film incarna gli stereotipi della fantascienza da molteplici punti di vista. Abbiamo l’invasione aliena, abbiamo la metamorfosi raccapricciante del corpo del protagonista (vedi La Mosca di Cronenberg), presente la multinazionale senza scrupoli che mira ad impossessarsi della tecnologia aliena e perfino l’esoscheletro da combattimento, citazione ossequiosa allo scontro finale tra il tenente Ripley e Alien.

D’altro canto il film, sin dalle prime battute assume uno stile di narrazione molto originale. Il film esordisce con l’astronave madre che non si ferma su New York o su Londra, ma si arena in Sudafrica, con tutta la potenza metaforica che ne deriva. Inoltre il regista sceglie la via del mockumentary– il falso documentarioabbandonando in tal modo la via dell’eccesso orrorifico oppure giocoso e sensazionalista dei kolossal americani, rendendo piuttosto estremamente ordinario ed iperrealista un ipotetico sbarco di alieni sul nostro pianeta. La baraccopoli-slum, centro spaziale e significante del film, con le bande di criminali da strada Nigeriane e gli alieni che si aggirano nelle discariche indossando gli stracci trovati nella spazzatura ( esilarante ma amara la figura dell’alieno con il reggiseno fucsia) evocano continuamente scene del reale che, ahimè, conosciamo bene. Il tutto condito con un senso del grottesco e un humor nero agghiacciante che contribuisce a creare il senso di verosimiglianza: si pensi all’ironia del modulo da far firmare agli alieni per autorizzarne lo sgombero, allo scoppiettio delle uova aliene distrutte con divertimento dal protagonista, ai gruppi sparuti di attivisti per i diritti umani (alieni!) che presidiano le operazioni di sgombero. La genialità di Blomkamp a mio parere sta soprattutto nell’averci disegnato uno scenario perfettamente plausibile a cui siamo già assuefatti.

Attenzione! Qui si parla di razzismo, menzogne, l’attualità irrompe.

Dicevamo appunto Johannesburg, il Sudafrica e il Distretto 9 che allude in modo più che diretto al Distretto 6 in Cape Town ovvero il caso più eclatante di deportazione di residenti di colore durante il regime dell’apartheid. Già all’ingresso dei militari nell’astronave madre, l’immagine degli alieni deperiti, malmessi e denutriti rimanda alle drammatiche scene di sbarco di migranti che non ci impressionano più. In un filo di associazione di idee, radicato nella nostra esperienza del reale, allo sbarco segue la segregazione in una baraccopoli fatiscente, abbandonata dalle autorità al progressivo degrado e al dilagare di criminalità e sopruso verso chi, al fondo della catena sociale ( nella finzione, gli alieni) è ultimo tra i penultimi. La metamorfosi di Wikus poi, catapulta in men che non si dica il protagonista dall’altra parte della barricata, dove non c’è più l’ombra di un diritto, a condividere un destino di segregazione, persecuzione ma anche di ribellione e resistenza.

Nel film ad un certo punto il personaggio della sociologa conclude con “dove c’è una bidonville, c’è crimine” ed è una frase illuminante sull’inversione del significato di causa ed effetto che si verifica quando si vuole veicolare un messaggio all’opinione pubblica distorcendo la realtà. É la criminalità che crea la bidonville o viceversa? In maniera ancor più palese vediamo il meccanismo distorsivo in azione quando i media diffondono la notizia della caccia all’uomo nei confronti di Wikus, dipingendolo come un depravato che aveva avuto rapporti con prostitute aliene, cioè un uomo pericoloso degno solo di disprezzo.

Non giriamoci più intorno: faccio il tifo per quei film che ci spingono a riflettere.

L’arma più potente che adotta il film, a mio parere, è proprio l’utilizzo di situazioni, linguaggi, immagini che costituiscono il nostro reale da qualche decennio, e che ai giorni nostri, sono divenute talmente scontate che non ci fanno quasi più alcuna impressione e che accettiamo come destino irreversibile. Usando questi strumenti, Blomkamp, non solo ci rammenta quanto tutto questo serva in realtà altri scopi che proprio nulla hanno a che fare con la salvaguardia del benessere sociale (al contrario piuttosto) ma va anche oltre. L’unica flebile speranza di riscatto per ogni categoria di oppresso risiede nella solidarietà. Solidarietà tra diversi, diversi quasi sempre solo nella narrazione, per come veniamo rappresentati altrove, ma nella sostanza uguali nella posizione sociale che si ricopre e che ci viene assegnata con scientifico inganno. È per questo che credo che il personaggio più positivo del film sia l’alieno Christopher che, non solo rappresenta la resistenza e la speranza di salvezza della sua specie, ma è l’unico essere che solidarizza con Wikus perché, immaginiamo, consapevole che entrambi condividano la stessa dimensione di oppressione.

In District 9 è dipinta tanta della miseria umana che ci sfila ogni giorno, e purtroppo sempre più spudoratamente, sotto gli occhi. Forse, però, si intravede una piccola speranza, una stretta ma reale via d’uscita. Se tifiamo per la resistenza e il riscatto degli ultimi quando guardiamo un film, forse potremmo provarci con un po’ più di convinzione anche in questo fottuto mondo.

a cura di RebelRebel

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