Condannato a vivere in eterno, destinato a vagare per cercare ciò che ha perso. Questa l’essenza di Dracula – L’amore perduto, il nuovo film di Luc Besson, presentato alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, che ritrae il vampiro più famoso al mondo in chiave gotico-romantica. Una trasposizione del capolavoro di Bram Stoker che ancora non si era vista e che apre le porte a una chiave di lettura finora inesplorata.
Trama
Transilvania, XV secolo. Il principe Vlad di Valacchia (Caleb Landry Jones), maledice Dio dopo aver perso la sua amata principessa Elisabeta (Zoë Bleu). Mosso dall’unico desiderio di ritrovare il suo amore perduto, Vlad attraversa i secoli, condannato a vivere in eterno nelle vesti di un vampiro. A quasi 400 anni dalla morte di Elisabeta, in piena Belle Époque parigina, il Conte cerca una reincarnazione della sua metà con l’aiuto della sua seguace, Maria (Matilda de Angelis). Nel frattempo, un abile esorcista e cacciatore di vampiri (Christoph Waltz) si adopera per rintracciare Vlad.

“Il mio Dracula è un esteta, un flâneur, non un Nosferatu”. Così Luc Besson delinea i contorni della sua creatura immortale. Un progetto che nasce sul set di Dogman (2023), quando il regista propone a Caleb Landry Jones – protagonista in quel film – di essere il suo Vlad. Dracula – L’amore perduto è un adattamento sfacciato, nuovo, diverso della storia di Stoker.
Nella morsa di un amore eterno
Nel corso della sua legacy cinematografica, il vampiro è stato ritratto in tanti modi differenti. Ha cambiato volto, sì, ma non ha mai perso il proprio fascino. L’unica eccezione a cui si può pensare è il personaggio di Nosferatu, che è tutto fuorché attraente. In ogni caso, Luc Besson qui dirige un Caleb Landry Jones straordinario, nei panni di un Conte Dracula che ricorda un antieroe romantico. Il regista francese firma un adattamento del romanzo di Stoker che fuoriesce dagli schemi, che mette in primo piano il sentimento. Un aspetto che finora – salvo il caso del film di Coppola con protagonista Gary Oldman – non era stato esplicitamente messo in luce.

Qui Dracula non vuole conquistare il mondo o creare il proprio esercito vampiresco: tutto il suo viaggio lungo 400 anni si focalizza sulla ricerca dell’amata perduta. L’immortalità da punto di forza diventa condanna. Amore, morte e ricordo si intrecciano in una storia di passione, di vita. Basta qualche goccia di profumo per rendere questo essere immortale un seduttore a tutti gli effetti. Una scena che spiazza e incanta, complici i costumi e le scenografie davvero curati. A rendere avvincente questa storia d’amore dalla fragranza – è proprio il caso di dirlo – gotica, c’è un cast notevole. Accanto a Landry Jones c’è Zoë Bleu, che è bellezza e devozione nei panni di Elisabeta e Mina Murray. Un mitico Christoph Waltz non delude nelle vesti di un quasi Van Helsing e Matilda De Angelis è energia pura nel ruolo di Maria.
Il tanto discusso e bramato “orrore”
Dalla sua uscita nelle sale, Dracula – L’amore perduto ha fatto parlare di sé soprattutto per quanto riguarda l’aspetto orrorifico, che secondo alcuni è mancato. Da qui si potrebbe fare una parabola lunghissima sul romanzo gotico e le sue trasposizioni al cinema, ma non è necessario. Si pensi solo al fatto che l’horror moderno, come lo si conosce oggi, deriva dalla letteratura gotica inglese del Settecento e dell’Ottocento. Certamente è un’epoca in cui il rapporto tra scrittore e lettore si presenta diverso rispetto a quello odierno e così anche la concezione e la percezione dell’orrore. Luc Besson, a mio avviso, ha portato sul grande schermo un romanzo gotico, rivisitando temi e stilemi propri di quel genere. Ed è proprio questo il punto di forza di questo film, un’insolita ma sorprendente storia d’amore vampiresca. Il vampiro di John Polidori e il Dracula di Coppola si confermano la principale fonte di ispirazione per il regista francese.

Poi c’è l’aspetto parodistico e un po’ autoironico che fa la sua parte. Qui vediamo un Johnathan Harker goffo e ingenuo, quasi una macchietta. Il tutto si fa interessante quando chiede a Dracula di raccontargli la sua storia, quasi come Daniel Malloy che intervista Louis de Ponte du Lac. I gargoyle disneyani aiutanti di Dracula certamente virano più su un’estetica da fumetto, pur avendo un’evoluzione toccante sul finale.
Non meno importante il personaggio di Maria, vampira bolognese – proprio come la sua interprete – che sembra una crasi tra Renfield e le malefiche spose del film di Coppola. Di lei sarebbe stato bello avere un profilo più completo invece di un semplice e un po’ sbrigativo flashback per raccontare il suo passato.
Il ruolo della musica
Il film di Luc Besson è accompagnato dalle musiche di Danny Elfman, che si fondono con la scena quasi a formare una sinfonia in bilico fra il seducente e il malinconico. E se Dracula – L’amore perduto fosse un brano, a mio avviso sarebbe Dangerous, della band inglese Sleep Token. Il motivo di quest’associazione, oltre che nel testo della canzone, è nel titolo: rappresenta appieno l’attrazione fatale che Mina ha nei confronti del Conte. Dracula ed Elisabeta, destinati a stare uniti, condannati a separarsi.
A metà fra il Dracula di Coppola e Il vampiro di Polidori, Besson dirige un film che porta con sé delle scenografie stupende, dei costumi ben realizzati e un cast assortito a dovere. Incanta la fotografia di Colin Wandersman fatta di colori accesi, affascina la performance di Caleb Landry Jones nel ruolo di un vampiro che, insieme a quello dell’attore danese Claes Bang della serie Netflix del 2020, si conferma uno dei più interessanti del momento.
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