Usciva nel gennaio del 1990 Due occhi diabolici, omaggio a Edgar Allan Poe ed esperimento cinematografico antologico che in origine doveva contare ben quattro grandi firme dell’horror mondiale, ma che poi, per esigenze produttive, si concretizzò in un dittico italo-americano firmato Argento e Romero…

TRAMA
Nel primo episodio un avido medico curante ed una moglie piena di rancore cercano di condizionare la scelta del morente marito di lei facendogli cambiare il testamento in stato di ipnosi. La cosa si complica con la morte dell’uomo appeso tra la vita e la morte… Nel secondo episodio un fotografo di true crime pensa di essere perseguitato dal gatto della fidanzata, che ha ucciso in un attacco d’ira…

UN OMAGGIO SENTITO
Operazione commerciale un po’ oltre tempo massimo (l’epoca d’oro dei film ad episodi in stile Creepshow è lontana e si sente) Due occhi diabolici è un unicum cinematografico che vanta luci ed ombre ma che senza dubbio possiede nel suo Dna l’ammirazione e lo sconfinato senso di riconoscimento che il genere horror ha (e avrà sempre) nei confronti dello scrittore di Baltimora, una delle penne più influenti di sempre nell’immaginario di chiunque si avvicini al genere. Non a caso il film si apre con l’incipit di un documentario mai terminato che Argento aveva intenzione di dedicare allo scrittore.
Quanto la potenza dirompente degli scritti di Poe si presti al cinema era chiaro dai tempi di Roger Corman, che con i suoi tributi al maestro fece probabilmente i film migliori. Ma anche le opere seriali più contemporanee, quando ispirare al buon Edgar, sono spesso riuscite a bucare lo schermo innalzandosi rispetto alla piattezza media delle produzioni televisive, dallo splendido The following con Kevin Bacon al monumentale Il crollo della casa degli Usher di Mike Flanagan.

IL GIOCO DELLE CITAZIONI
Se nel primo capitolo, ispirato a Le vicende relative al caso del signor Valdemar, sembra che Romero sia divertito più dal fatto di citare se stesso, con l’arrivo iniziale dall’auto al cimitero (che richiama La notte dei morti viventi) e l’inquadratura che indugia su una particolare lapide molto simile a quella che schiaccerà Ed Harris in Creepshow. Nel secondo segmento “Il gatto nero” Argento è bravo a disseminare indizi e citazioni che rimandano a Poe, richiamandone altri capolavori come Il pozzo e il pendolo e Berenice. Il regista romano poi si regala anche un’inquadratura dell’attore Martin Balsam (il detective di Psycho) dalla stessa prospettiva utilizzata da Hitchcock nel film del 1960.

DUE RACCONTI RIUSCITI A META’
Sicuramente meno riuscito dei due è l’episodio di Romero, che con una regia tutto sommato piatta e non particolarmente ispirata, dilata il tempo a sua disposizione senza regalare grandi emozioni. L’episodio di Argento invece, visivamente molto coinvolgente, pecca forse di qualche leziosità ed un finale un po’ troppo arzigogolato, oltre che una incursione onirica nella stregoneria un po’ troppo tirata per i capelli (ma perché per il caro Dario le donne devono essere tutte streghe?).

FINE DI DUE STORIE
Nonostante il discreto appeal del progetto Due occhi diabolici, a parecchi anni dalla sua uscita, lascia l’inconfondibile amaro in bocca delle occasioni parzialmente mancate. Il potenziale sulla carta notevole, sviluppa una pellicola interessante ma che non diventa cult. Curioso pensare che il film rappresenta anche un punto cruciale delle carriere dei suoi due registi, la cui creatività proprio in quel decennio a venire subirà una netta battuta d’arresto. Se Romero, dopo il successivo La metà oscura sparirà dai radar per anni, per Argento si aprirà un periodo di opere di livello decisamente inferiore al suo standard precedente. Due occhi diabolici rimane comunque un esercizio produttivo interessante ed un onesto tributo ad un autore leggendario.

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