2001: al cinema arriva un nuovo film di John Carpenter che, come è (quasi) sempre stato nella carriera del master of horror, si rivela un flop al botteghino. Il film è Fantasmi da Marte, un horror fantascientifico che si rivela quasi un remake di Distretto 13, scritto in coppia con Larry Sulkis e interpretato da Ice Cube, Natasha Henstridge e Jason Statham.

Trama
Marte, anno 2176: il pianeta rosso è in via di totale colonizzazione da parte della Terra ed è abitato da 640.000 coloni che vivono e lavorano in avamposti e insediamenti disseminati sul pianeta. Durante uno scavo vengono riportate alla luce le vestigia dell’antica civiltà marziana e vengono risvegliati i fantasmi dei nativi abitanti. La tenente Ballard e il suo gruppo di poliziotti arrivano sul pianeta per recuperare il criminale Desolazione Williams: troveranno però solo morte e desolazione. Riusciranno a salvare la pelle e a fuggire da quella trappola mortale?

Un western nello spazio
John Carpenter non è mai stato un regista amato da Hollywood, né un autore che al sistema hollywoodiano si è mai piegato. Non che non ci abbia provato, ma quei tentativi si sono sempre dimostrati un nulla di fatto. Quello dell’industria cinematografica americana nei confronti di Carpenter, a conti fatti, è sempre stato un tradimento che ha spinto il regista, nel corso dei decenni, a decidere di tirarsi fuori da quei meccanismi che lo avevano portato più volte sull’orlo dell’esaurimento nervoso. In tal senso Fantasmi da Marte fu il film che fece arrivare l’acqua all’orlo del vaso: un flop clamoroso che non permise nemmeno il rientro delle spese (un incasso di poco superiore ai 14 milioni di dollari a fronte dei 28 investiti per la realizzazione). A far traboccare il vaso sarà The Ward, il successivo e ultimo film del regista per il cinema, che arriverà dopo una pausa di quasi dieci anni. Ma l’insuccesso di Fantasmi da Marte, in realtà, non fa urlare allo scandalo come è stato per altre opere di Carpenter: sicuramente stiamo parlando di un film minore e, ancora più sicuramente, quello ambientato sul pianeta rosso è un film che mal si inserisce nel contesto cinematografico di inizi anni 2000. Qualcuno potrebbe dire “fuori tempo massimo” ma io preferisco definirlo “fuori dal tempo”. Se Fantasmi da Marte fosse uscito anche solo vent’anni prima adesso staremmo parlando di un cult assoluto, ma questo non vuol dire che non funzionasse bene all’epoca o che non funzioni bene anche adesso.

Fantasmi da Marte è un western, solo che è ambientato nello spazio, su un altro pianeta. Non si tratta di una lettura del film, è proprio così. Anche guardandolo come un remake di Distreto 13, è impossibile non vedere Un Dollaro d’Onore di Howard Hawks e, soprattutto, Ombre Rosse di John Ford come modelli principali. Cowboy contro indiani, ancora una volta, e ancora una volta il cinema d’assedio da cui liberarsi a colpi di fucili e pistole mentre il male e il bene si confondono e gli opposti si attraggono. E qui emerge uno degli elementi più caratteristici del cinema carpenteriano: l’assenza dell’eroe inteso quanto tale. In Fantasmi da Marte la Tenente Melanie Ballard (interpretata da Natasha Henstridge) è la perfetta Jena Plissken, un’antieroina tossica e problematica, così come Desolazione Williams (interpretato dal rapper Ice Cube) è un perfetto Napoleone Wilson, un criminale costretto suo malgrado a fare la cosa giusta. Ma anche analizzando il contesto, l’opposizione tra coloni e nativi è ambigua, con i primi sotto attacco ma pur sempre invasori e i secondi, assassini selvaggi e autolesionisti su un pianeta che, a conti fatti, resta comunque la loro terra. Cowboy e indiani, come detto all’inizio, nella metafora perfetta dell’imperialismo coloniale presente e passato degli Stati Uniti d’America.

Sovvertire le regole
Fantasmi da Marte vive dei suoi personaggi e delle dinamiche che li imprigionano in un loop senza fine. Arrivo, lotta, fuga. La loro è una lotta costante per la sopravvivenza, anche questa elemento fondamentale del cinema di John Carpenter. La stessa cosa avviene in Distretto 13, ma anche in Halloween, La Cosa, Il Signore del Male. Ballard e soci arrivano, scoprono che la loro missione si è trasformata in una trappola mortale, devono uscire da quella trappola. Farlo morendo o fuggendo mantenendo salva la pelle non ha importanza, perché poi il ciclo ricomincia. Stessa cosa vale per i “fantasmi”, anche loro imprigionati in un loop di incarnazione, morte e reincarnazione. O possessione, vedete un po’ voi. Lo stesso concetto di fantasma qui viene declinato in senso circolare, rendendo interessante il parallelismo, ancora una volta, con il cinema western come fondamento della narrazione cinematografica statunitense. Il cinema americano non è stato altro che il reiterarsi di dinamiche basate sul mito fondativo della frontiera che ne ha definito l’identità. Da qui l’assunto, esplicato da molti, che John Carpenter non abbia fatto altro che girare western declinati nei più versatili e fantasiosi dei modi: cosa ci si sarebbe potuti aspettare da uno che il cinema U.S.A. lo conosce a menadito e che lo ha sempre affrontato in modo sovversivo, uno che ha partecipato a quel movimento di rottura che è stato il New Horror e non ha mai accettato di abbandonare la proprio idea di cinema, a costo di un silenzioso ostracismo da parte di quell’industria che egli stesso ha contribuito a rendere grande?

L’atteggiamento sovversivo di Carpenter è evidente già dal world building di Fantasmi da Marte. Un mondo vasto, strutturato, complesso. Il Maestro non ce lo spiattella in faccia ma ce lo lascia intuire, assaporare attraverso l’utilizzo delle didascalie iniziali e tramite flashback, dialoghi, resoconti. Marte è solo la punta di un iceberg e il pianeta stesso diventa una sorta di portale verso l’Altrove. Il film si apre a qualcosa che va oltre la classica fantascienza. È impossibile non vedere qualcosa di esoterico nel mondo (anzi, nell’universo) che Carpenter ci propone. Fantasmi da Marte è un film estremamente lovecraftiano basandosi su una mitologia che richiama orrori cosmici e indescrivibili. Anche il tema della possessione viene ribaltato e declinato attraverso le dinamiche del contagio: i fantasmi si spostano e prendono possesso dei coloni quasi in modo virale, rendendo il “nemico” quasi indefinito, inafferrabile. Ancora una volta Carpenter tratta la fisica in maniera metafisica rielaborando quanto già fatto nella Trilogia dell’Apocalisse e, soprattutto, ne Il Signore del Male. Infine si sovverte la realtà socio-politica dell’universo elaborato dal regista, basando il mondo in cui Fantasmi da Marte è ambientato in una società matriarcale dove l’uomo, il maschio, appare anacronistico e ridicolo fotografato in un machismo satirico, mentre la mascolinità assume un ruolo muscolare nella messa in scena.

Un film divertente fatto per divertire
Narrato attraverso un sistema di flashback a scatole cinesi, Fantasmi da Marte è un film incentrato sulla lotta esplicitata attraverso dinamiche action. Carpenter gira un film che è un b-movie a tutti gli effetti con poco cervello e tanto splatter (parole sue). Il suo concetto di cinema divertente che faccia divertire prende forma e diventa quasi crepuscolare. È comunque impossibile non vedere, nelle dinamiche delle scene d’azione ma non solo, un richiamo alla narrazione videoludica. Non è una critica: l’amore del Maestro per i videogiochi è cosa risaputa e sembra proprio che in questo film lui ne abbia sfruttato la struttura e ne abbia traslato la messa in scena per raccontare l’azione come fossimo in uno sparatutto. Questo è intuibile anche dalla scelta delle inquadrature, dai movimenti di macchina, dall’utilizzo del point of you, da come la location è strutturata e dai movimenti di macchina. Guardando al film da questa prospettiva, capiamo anche la caratterizzazione dei personaggi e la strutturazione dei dialoghi. Fantasmi da Marte non vuole essere cinema raffinato ma un film caciarone che mette al primo posto l’azione sacrificando il resto. E’ una scelta stilistica, di forma.

Ambientato prevalentemente di notte preservando, per quanto è possibile, l’unità di tempo e di spazio, Fantasmi da Marte è stato girato in una cava di gesso nel Nuovo Messico (Albuquerque). Per dare a Marte il suo aspetto caratteristico, il gesso dovette essere ricoperto con migliaia di galloni di polvere rossa. Ciò contribuisce a dare al pianeta un aspetto apocalittico, quasi infernale, cosa che ben si sposa con l’aspetto dei nativi marziani e con i richiami alla loro estetica BDSM e al loro stile fatish. Carpenter ha poi condito il film di musica metal, composta da lui ma per la cui realizzazione si è avvalso di mostri sacri come Steve Vai e gli Anthrax (che, per chi non lo sapesse, è una band storica del speed/thrash metal statunitense). Non prendiamo sottogamba la colonna sonora di questo film, fondamentale a determinare il ritmo dell’azione in perfetta sinergia con il montaggio di Paul C. Warschilka.
E gli attori? Su tutti emerge Natasha Henstridge, non per abilità nella recitazione ma per la sua presenza scenica che toglie spazio a tutti gli altri, tranne forse a Jason Statham nei panni del sergente Jericho Butler (che tra l’altro Carpenter avrebbe voluto come Desolazione Williams). Se c’è una cosa però che non mi è mai andata giù, quella è stata la scelta di Ice Cube. Al di là del fatto che il rapper abbia poi rinnegato il film, al di là dei pantaloni improbabili che indossa, mi è sempre sembrato fuori parte e privo del physique du rôle necessario.

Fantasmi da Marte non è un film perfetto, anzi. Non è un capolavoro, a dirla tutta è vero che è un film minore di John Carpenter. Non è Terrore nello Spazio di Mario Bava (a cui deve moltissimo, come tutti gli horror fantascientifici a partire dagli anni ’70 in poi), ma davvero io gli perdono tutti i difetti (evidenti) perché è un film che funziona, che diverte, carpenteriano fino al midollo. E io invito chiunque a riscoprirlo.
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