Probabilmente in pochi sanno che la scenografia di Psycho (il celebre capolavoro di Alfred Hitchcock del 1960) è ispirata a delle opere pittoriche: i dipinti di Edward Hopper (1882-1967), un pittore statunitense che si rifaceva al realismo. Tuttavia, esistono molti altri esempi di creazioni artistiche che hanno ispirato elementi e soggetti nei film horror.

Ritornando alla questione Psycho-Hopper, è possibile notare l’influenza dell’artista nella produzione di Hitchcock specialmente nella casa/hotel di Norman Bates (il protagonista di Psycho, interpretato da Anthony Perkins). Il motel in cui si svolgono le vicende del film, infatti, rispecchia il quadro di HopperHouse by the Railroad‘. Quest‘ultimo ritrae un edificio pieno di finestre, a rappresentare la macabra possibilità di essere spiati dall’esterno. Di seguito, è mostrata un’immagine dell’abitazione dipinta e di quella reale utilizzata per la scenografia del film.

L’opera di Hopper, inoltre, compare anche in Profondo Rosso: il film capolavoro del mistero italiano, uscito in sala nel 1975.

Dario Argento, il direttore del super thriller italiano, ha preso ispirazione da un dipinto dell’artista americano per una location del suddetto film. Si tratta nientedimeno che il Blue Bar: il luogo in cui Marc Daly (il protagonista, sotto le spoglie dell’attore David Hemmings) avverte le urla della prima vittima. Dopo tale scena, Marc torna al bar per fare il punto della situazione, discutendo con l’amico ubriacone Carl (nei panni di Gabriele Lavia), che dà vita ad una frase riassumente una perfetta definizione per l’arte di Hopper:

Certe volte quello che vedi realmente e quello che immagini si mischia nella memoria come un cocktail del quale tu non riesci più a distinguere i sapori…”

Nighthawks. Edward Hopper, 1942.

 

E che dire de L’esorcista, il conosciutissimo film horror di William Friedkin?

Nella pellicola (1973), diventata un cult del genere,  è possibile notare l’influenza del celebre artista belga René Magritte. L’uso della fotografia e dell’illuminazione, infatti, ricorda la serie di dipinti intitolati L’empires des lumières (1953-1954). Tali opere rappresentano una scena notturna di strada, con un lampione che rischiara debolmente un’abitazione immersa in un paesaggio decisamente cupo. Magritte, a proposito dell’opera, affermò che:

“Nell’Empire des lumières ho rappresentato due idee diverse, vale a dire un cielo notturno e un cielo come lo vediamo di giorno. Il paesaggio fa pensare alla notte e il cielo al giorno. Trovo che questa contemporaneità di giorno e notte abbia la forza di sorprendere e di incantare. Chiamo questa forza poesia”.

L’arrivo di Padre Merrin alla casa di Regan MacNeil

Dalla scenografia al personaggio: fate largo alla ripugnante creatura dagli occhi estraibili, il Fauno!

Elaborato dal maestro messicano Guillermo del Toro, Il labirinto del fauno è un film fanta/drammatico del 2006. Nonostante ciò, però, la sua visione può risultare particolarmente  difficoltosa  ad un pubblico sensibile: sarà per via dell’atmosfera, i temi trattati e alcune scene un tantino cruente? O quello che rende la pellicola inquietante è l’antagonista della storia, il Fauno? In realtà, se il film si trova in questa lista, non è per nessuno dei motivi appena citati. Bensì, è tutto merito di un altro personaggio: l’Uomo Pallido (interpretato da Doug Jones). Si tratta di un essere umanoide, molto alto, senza peli e con gli occhi fuori dalle orbite che, all’occorrenza, utilizza incastrando nei fori presenti sui palmi delle mani.

L’Uomo Pallido è presente nelle scene più famose ed inquietanti del film. E il particolare interessante è che Guillermo del Toro ha affermato d’aver osservato a lungo l’opera del pittore spagnolo Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, per essere ispirato alla creazione del personaggio. Difatti, basta osservare il quadro tenendo a mente le scene in cui è presente la  lugubre creatura, per accorgersi di alcune analogie tra le parti (anche il Fauno è un assiduo divoratore di bambini).

Da quanto si è potuto constatare, un’opera è in grado di ispirare una nuova creazione, che a sua volta potrebbe fare lo stesso con un’altra.

Un‘ennesima prova può essere l’assassino mascherato di Scream (Wes Craven, 1996): un chiaro riferimento a L’urlo, il famigerato dipinto di Edward Munch. O ancora: le gemelle di Shining (Stanley Kubrick, 1980), ideate dal regista sulla base di uno scatto della fotografa Diane Arbus.

Tutto ciò dà origine ad un ciclo infinito di morte e rinascita artistica

(ammesso che l’umanità non sia mai divorata da uno dei mostri che il lettore ha avuto occasione di conoscere spulciando tra le righe di queste pagine).