Il migliore amico dell’uomo, un guardiano e fedele compagno di tutti i giorni, e in questo caso di scena. Ben Leonberg esordisce alla regia con Good Boy, portando sul grande schermo il suo cane, un bellissimo Nova Scotia Tolling Retriever, e rendendolo protagonista di una storia straziante, che intrappola sguardo e mente in una spirale di isolamento e alienazione. Girato nell’arco di tre anni, nel 2025 il film è stato presentato al festival in Italia, Alice nella città.

La trama

Todd (Shane Jensen), è un giovane affetto da una grave malattia ai polmoni, che un giorno decide di allontanarsi dalla città per rifugiarsi nella vecchia casa del nonno in mezzo ai boschi. Accompagnato dal fedele cane Indy, Todd spera in un soggiorno di quiete. Tuttavia, la casa, fatiscente e colma di ricordi inquietanti, presto rivela presenze che solo Indy riesce a percepire e dalle quali cercherà di proteggere il suo padrone.

Foto: Beyond The Horror
Foto: Beyond The Horror

Un horror che fa guardare dentro sé stessi

Good Boy non punta allo spavento gratuito da jumpscare, quanto più a far vivere l’angosciante morsa dell’alienazione. Lo spettatore vive l’orrore psicologico e l’isolamento attraverso la soggettiva del cane, capace di percepire ciò che gli umani non colgono. Il rapporto tra Indy e Todd diventa così un elemento narrativo potente, la chiave che apre la porta sugli angoli più bui della mente umana. Fra Todd e la casa disabitata si instaura un rapporto che ricorda quasi quello fra Jack Torrance e l’Overlook Hotel: lentamente lo consuma. La macchina da presa si allinea costantemente al punto di vista di Indy, mettendo lo spettatore all’altezza del suo sguardo, catturando l’invisibile e traducendo dettagli apparentemente banali – un rumore, un’ombra – in momenti di tensione sapientemente architettati. Domina il buio abbinato al silenzio, l’entità misteriosa che si nasconde nella casa del nonno di Todd li osserva da lontano per poi avvicinarsi gradualmente. Ad arricchire il tutto, l’uso dell’effetto Vertigo, le lente carrellate indietro e i primissimi piani sugli occhi di Indy quando ha gli incubi.

Todd e Indy in una scena del film. Foto: Quinlan
Foto: Quinlan

Seguire l’istinto

Indy è il vero protagonista del film, e la sua performance, guida l’intera esperienza visiva. Lavorando con il vero comportamento del cane e adattando la messa in scena alle sue reazioni naturali, Leonberg crea un effetto emotivo sorprendente, dove il legame uomo-animale diventa parte essenziale della narrazione dell’orrore. Indy intuisce il pericolo, ne avverte la presenza, ma resta accanto a Todd anche quando questo significa esporsi al terrore. Good Boy è soprattutto un film che mette al centro la famiglia, tant’é che i filmati dove compare Indy da cucciolo sono stati girati proprio quando Leonberg l’ha adottato.

Dai “bad boys” ai “good boys”

Nel panorama dei film horror con protagonisti a quattro zampe, Good Boy occupa una posizione decisamente atipica. A differenza di Cujo (1983), dove il cane è incarnazione della minaccia, o di molti horror in cui l’animale è un semplice strumento narrativo, qui Indy è la guida dello spettatore. Questo rovesciamento di prospettiva avvicina Good Boy più a un horror percettivo e sensoriale che a un racconto che demonizza, in un certo senso, l’animale. Se in Poltergeist il cane percepisce il male ma resta marginale, qui è l’asse attorno a cui ruota l’intera messa in scena. Ben Leonberg sfrutta questo per costruire un horror intimo, fatto di attese, dove il seme della paura germoglia dall’impossibilità di comunicare ciò che si sente. In questo senso, Good Boy dialoga più con il cinema indipendente che con l’horror mainstream.

Good Boy è un debutto che osa, e, quasi sempre, riesce a farci vedere l’horror da una prospettiva nuova, più introspettiva e intimamente empatica. Non è un film per chi cerca brividi facili, ma per chi vuole toccare con mano il male che si annida nel profondo dell’animo umano. Una trama semplice ma coerente, una storia toccante e un protagonista memorabile.

Classificazione: 3 su 5.

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