La notte dei morti viventi (1968), L’ultimo uomo della terra (1964), Io, Robot (2004), Suicide Squad (2016), I guardiani della galassia (2014), Edge of tomorrow (2014), Don’t Look Up (2021). Cos’hanno in comune tutti questi film? Un pretesto apocalittico, una minaccia per il genere umano. Mettendo insieme una parte di ognuno ne esce Good Luck, Have Fun, Don’t Die, il nuovo action-comedy distopico di Gore Verbinski (Pirati dei Caraibi, The Ring, La cura dal benessere). Come dimostra questo elenco, il fascino per la fine del mondo e i pericoli imminenti che potrebbero comportarla continuano ad essere oggetto di grande interesse nel cinema. Questa volta il grande nemico è ormai parte della vita di tutti i giorni, controverso e discusso, amato e temuto: l’Intelligenza Artificiale.

La trama

Tutto inizia in un diner di Los Angeles. Un uomo malconcio (Sam Rockwell) irrompe con un detonatore in mano: è la 117ª volta che torna dal futuro con lo stesso imperativo. Prima che il tempo scada, deve reclutare un gruppo di avventori del tutto improbabili e palesemente impreparati (Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz, Asim Chaudhry e Juno Temple) per fermare una minaccia digitale che si nutre dei peggiori istinti umani. Tutto gioca contro di loro: dagli sconosciuti scettici agli adolescenti con il cervello ormai consumato dagli algoritmi, fino a mostruosità digitali fuori da ogni controllo. Eppure, se questo improbabile gruppo riuscirà nell’impresa, forse il mondo potrebbe ancora salvarsi… oppure no.

Locandina ufficiale del film. Foto: Ufficio stampa Vertice 360

Uno stramapalato e affiatato gruppo

“Sono affascinato dall’idea che siano proprio gli emarginati a salvare il mondo. La società li ha esclusi perché diversi, ma alla fine ha bisogno di loro quando ogni speranza sembra perduta”. Così Verbinski regala un ritratto perfetto del gruppo di outsider che si batte per salvare il mondo in Good Luck, Have Fun, Don’t Die. Ai personaggi di questo film ci si affeziona, oltre che per il loro tratto comico, anche per le loro storie profondamente legate alla nostra quotidianità. Potrebbe trattarsi di chiunque di noi. Una madre che ha perso il figlio, una ragazza abbandonata dal proprio fidanzato, una persona sola, un uomo che ritrova sé stesso, due coniugi in crisi. Tutti accomunati dall’istinto di sopravvivenza, tutti sulla stessa barca che naviga verso un inevitabile destino. Richardson, Peña, Beetz, Chaudhry e Temple costruiscono un ensemble credibile, una squadra suicida (è il caso di dirlo) capace di alternare comicità e dramma. La loro chimica, racconta il regista, nasce anche fuori dal set: “Erano sempre sul set a Cape Town, rannicchiati sotto la pioggia a cantare insieme”.

La discesa verso gli inferi (digitali)

Good Luck, Have Fun, Don’t Die inizia in modo autentico, nel nostro mondo: un diner, un liceo, una festa di compleanno. Poi lentamente si deforma verso il surreale, come se questa missione analogica diventasse progressivamente sempre più digitale. Un’orda di adolescenti zombificati dai telefoni (e qui la citazione a Romero si coglie nell’immediato), chi nega la catastrofe imminente preferendo nascondere la testa sotto la sabbia (come in Don’t Look Up). Il film di Verbinski non si prende sul serio ma fa riflettere, sulla dipendenza dai social in primis. Nel futuro disastroso da cui proviene il personaggio di Sam Rockwell, il doomscrolling non è più abitudine, è stile di vita. Anche la fotografia di James Whitaker e la scenografia di David Brisbin lavorano in questa direzione: neon, riflessi, schermi, glitch, fino a un’esplosione visiva che abbraccia il caos come linguaggio.

Una scena del film. Foto: Ufficio stampa Vertice 360

L’Intelligenza Artificiale è mezzo e fine

Sul tema dell’IA Verbinski non si risparmia. “Perché è stata incaricata di svolgere proprio le attività che ci piace più fare? Siamo chiaramente in un momento rivoluzionario. Ma non è come il mulino a vento, il motore a vapore o il personal computer. Credo che questo sia il mantra del nostro tempo: “Good Luck, Have Fun, Don’t Die“. Certo, con l’intelligenza artificiale ci si diverte ma si è anche dubbiosi su tanti aspetti. Uno di questi, forse il più dibattuto, è quanto ci conosca e quanto noi le permettiamo di farlo. Un tema che nel finale viene affrontato molto chiaramente e in maniera piuttosto introspettiva.

Una scena dal trailer. Foto: Vertice 360

Good Luck, Have Fun, Don’t Die è un’opera imperfetta, eccessiva, volutamente caotica. Si ride, ci si spaventa, ci si riconosce. E forse, uscendo dalla sala, si guarda il telefono con un filo di sospetto in più.

Classificazione: 4 su 5.

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