Magia e arti marziali: sono questi i due ingredienti principali di un piccolo insuccesso divenuto un grande cult. E come spesso è successo nella sua carriera, dietro tutto questo c’è il genio di John Carpenter. Ovviamente stiamo parlando di Grosso Guaio a Chinatown, pellicola prodotta dalla 20th Century Fox nel 1986.

Trama

Jack Burton (Kurt Russell) giunge a bordo del suo camion Pork Chop Express a San Francisco: deve far visita al suo amico Wang Chi (Dennis Dun), che possiede un ristorante a Chinatown. Dopo una notte di bagordi, i due si recano all’aeroporto per prendere Mao Jin (Suzee Pai), la fidanzata di Wang in arrivo dalla Cina. Se non fosse che lì ci sono anche i Signori della Morte, una gang di Chinatown, che rapiscono la ragazza per conto di David Lo Pan (James Hong), signore del sottobosco criminale ed entità demoniaca che non aspetta altro che tornare alla piena potenza per dominare il mondo. I due amici decideranno di liberare la ragazza, ma per farlo dovranno affidarsi all’aiuto dell’avvocatessa Gracie Law (Kim Cattrall) e del mago autista di pullman turistici Egg Shen (Victor Wong).

Un flop clamoroso…

25 milioni di dollari spesi per produrlo, appena 11 quelli incassati: Grosso Guaio a Chinatown fu un flop clamoroso della Fox. Capire il perché non è difficile: né pubblico né critica erano pronti per un film del genere. Un action in cui fantastico e Kung-Fu si fondono alla commedia e mettono in atto un ribaltamento dei topoi a partire da quello principale, che solitamente vede il protagonista come eroe tutto d’un pezzo necessario alla risoluzione del conflitto e affiancato da una spalla, se non comica, per lo meno pronta a stemperarne la serietà o profondità. Ma Jack Burton non è un eroe serio e tutto d’un pezzo. Non è nemmeno un personaggio all’ispettore Callaghan. Jack Burton è uno sbruffone e gradasso, privo di profondità drammatica e con molte caratteristiche dell’inetto da commedia degli equivoci. È lui la spalla comica, mentre il vero eroe è Wang Chi, il Bruce Lee che lancia calci volanti e vola come in un Wuxia

Ma il disastro al botteghino non dipese solo da questa incomprensione di fondo. In realtà il film venne sabotato dall’interno: la Fox, che non sembrava credere nel progetto, non organizzò la giusta campagna pubblicitaria, puntando invece sul film Aliens – Scontro finale, uscito nemmeno un mese dopo e film di punta della casa di produzione. 

Allo stesso tempo l’idea di proporre un commedia action con le arti marziali sembrava un azzardo destinato al fallimento. I timori della la Fox magari non erano poi così infondati, se non fosse che in quello stesso 1986 la Paramount distribuì nei cinema Il Bambino d’Oro, diretto da Michael Ritchie, che come Grosso Guaio fondeva fantastico, commedia e e elementi di cultura orientale, ma al contrario fu un successo da quasi 80 milioni di dollari.

…un successo inaspettato!

Eppure succede (quasi) sempre così con i film diretti da John Carpenter: disastro al botteghino, cult immortale subito dopo. Perché Grosso Guaio a Chinatown è un film incredibile che venne consacrato dal passaparola una volta uscito in home video, dando vita a un vero fenomeno pop fatto di gadget e merchandising e che ancora oggi si dimostra incredibilmente fresco e appassionante, capace di suscitare quel senso di meraviglia che è la forza del cinema fantastico.

Quando la Fox acquistò la sceneggiatura scritta dalla coppia Gary L. Goldman e David Z. Weinstein, Grosso Guaio a Chinatown era un film che fondeva western e arti marziali, ambientato nella San Francisco del 1880. Ovviamente la cosa fece storcere il naso a più di un colletto bianco e per questo a rivedere lo script fu chiamato lo sceneggiatore W. D. Richter, che non revisionò niente ma riscrisse tutto, portando l’azione nel presente e inserendo la linea comedy.

Fu a quel punto che la Fox gli offrì anche la regia, che però Richter rifiutò portando sulla barca l’amico John Carpenter, che revisionò ulteriormente la sceneggiatura riducendo le scene d’azione ed eliminando quelle poco lusinghiere nei confronti della comunità cinese, dando tra l’altro più spazio ad alcuni personaggi come quello di Gracie Law, per la cui interpretazione pretese l’attrice Kim Cattrall

Più complicata fu invece la scelta dell’interprete di Jack Burton: Carpenter era consapevole di doversi confrontare con un film simile al suo, quel Il Bambino d’Oro il cui protagonista era la superstar Eddie Murphy, quindi si adoperò per far entrare nel progetto attori del calibro di Clint Eastwood e Jack Nicholson. Quando i tentativi fallirono, si arrese alle pressioni della produzione e il ruolo andò nelle mani di Kurt Russell, grande amico del nostro e suo attore feticcio (i due avevano collaborato precedentemente nei film Elvis, Il Re del Rock, 1997: Fuga da New York e La Cosa).

La sovversione dei canoni

Grosso Guaio a Chinatown è un film unico nel suo genere. Prende i canoni della fiaba e la sua struttura e li sovverte. Il cammino dell’eroe, l’equilibrio rotto, la complicazione, l’intreccio, protagonista e aiutanti, l’antagonista e i suoi uomini, la magia e persino il falso eroe e il lieto fine, sono tutti elementi presenti nel film e immersi in un mondo magico che si rivela quasi un sottosopra di quello reale. Eppure tutto assume toni goliardici e il sottosopra si concretizza in un ribaltamento dove il falso eroe diventa protagonista, gli strumenti magici si rivelano inutili se non ridicolizzati, la principessa da salvare si sdoppia (non solo in due personaggi ma in due anime distinte e complementari) e l’aiutante assume un ruolo preponderante fino a sovrapporsi e a sostituire l’eroe stesso. 

Grosso Guaio a Chinatown fonde elementi dark e storie leggendarie dell’antica Cina, inserisce il tutto in un contesto urbano e si prende gioco degli stereotipi del genere attraverso i toni della commedia, battute e siparietti comici. Inserisce gli elementi del cinema Wuxia e di quello hongkonghese in un action muscolare hollywoodiano prendendosi gioco di quest’ultimo, rendendolo caricaturale grazie anche agli elementi fantasy o da teen comedy e contribuendo con l’estetica pop della fotografia di Dean Cundey. Gli effetti speciali di Richard Edlund divengono sempre più esagerati, fumettistici, addirittura caricaturali anch’essi.

Ma quest’identità del film di Carpenter non è subito netta: si consolida piuttosto minuto dopo minuto, situazione dopo situazione, in un crescendo che porta ad un finale esso stesso caricaturale. La figura di Burton in tutto questo non viene mai svilita né ridimensionata, la faccia di Russell è quella giusta così come l’estetica del personaggio e la coppia con Dennis Dun funziona alla grandissima, poiché il personaggio di Wang Chi e complementare a quello di Jack, il primo apparentemente goffo e timido per poi rivelarsi efficace e risoluto, il secondo che indossa la maschera del duro dal cuore d’oro ma che in fin dei conti non è altro che un goliardico camionista eroico suo malgrado, che aspira all’eccezionalità ma non è mai risolutivo (se non nel confronto finale e nell’introduzione iniziale, voluta dalla produzione). 

Conclusioni

Grosso Guaio a Chinatown deve sicuramente molto al suo regista. Molto, ma non tutto. L’idea alla base del soggetto (che fu comunque attribuito alla coppia Goldman e Weinstein), gli interventi sulla sceneggiatura di Richter, le prove attoriali e le idee sul suo personaggio messe in campo da Kurt Russell (che in parte contribuì a riscriverlo) sono tutti elementi che contribuiscono, assieme al comparto tecnico, alla riuscita del film. Sembrerebbe quasi che l’alchimia di tutti gli elementi alla base abbiano reso il Grosso Guaio quel cult che è oggi.

Purtroppo lo scarso successo al botteghino, l’ennesimo per Carpenter, portò il regista lontano dalle grandi produzioni per un po’ di tempo. Sappiamo bene quanto questo rapporto disfunzionale tra lui e Hollywood continuò negli anni successivi fino a portarlo alla decisione finale di abbandonare il ruolo attivo nell’industria cinematografica. Ma al di là dei suoi film successivi, Grosso Guaio a Chinatown è la rappresentazione di una decade cinematografica come quella degli anni ‘80. Decade in cui il cinema era ancora una fabbrica di sogni e tutto sembrava possibile. In cui il me da bambino si perdeva sognante davanti lo schermo. La decade degli azzardi, come ad esempio fondere commedia, azione, magia e arti marziali.

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