Scritto e diretto dall’irlandese Damian McCarthy, Hokum è il terzo lungometraggio di uno dei registi horror più interessanti degli ultimi anni. Dopo Caveat e Oddity, tornano molti degli elementi che hanno reso subito riconoscibile il suo cinema: luoghi isolati, oggetti dal passato inquietante, folklore e soprattutto un approccio molto artigianale, che guarda spesso all’horror britannico più classico. Stavolta al centro di tutto c’è Adam Scott (Severance lo ha reso ancora più celebre), nei panni di uno scrittore americano che raggiunge una remota locanda irlandese per disperdere le ceneri dei genitori e cercare di concludere il suo nuovo libro. Hokum esce nelle sale italiane il 5 agosto, distribuito da Lucky Red. 

Hokum
Adam Scott è lo scrittore americano di nome Ohm Bauman

Trama: Ohm Bauman è un autore di successo che da tempo cerca il finale giusto per la sua trilogia. Decide così di andare al Bilberry Woods Hotel, dove i genitori avevano trascorso la luna di miele, portando con sé le loro ceneri. Quello che dovrebbe essere un soggiorno tranquillo prende presto tutt’altra direzione tra leggende locali e apparizioni sempre più difficili da ignorare. Quando Fiona, una ragazza che lavora nell’hotel, scompare misteriosamente, Ohm comincia a interessarsi anche alle zone della struttura che gli è stato chiesto di evitare, compresa una suite chiusa da anni. La ricerca finisce inevitabilmente per riportare a galla anche qualcosa del suo passato.

Damian McCarthy aveva già dimostrato con Caveat quanto poco gli servisse per creare una situazione angosciante: una casa isolata, un protagonista alle prese con un mistero, e una presenza/oggetto inquietante (lì si trattava di un coniglio meccanico). Oddity aveva poi allargato il suo immaginario attraverso una storia di vendetta soprannaturale, una sensitiva cieca e soprattutto quella figura di legno che era impossibile osservare senza aspettarsi che prima o poi facesse qualcosa. Hokum parte dallo stesso gusto per gli spazi chiusi e per gli oggetti che sembrano avere una presenza propria, ma lo fa con un film più stratificato (infatti necessita di un rewatch) e con ancora più idee rispetto ai due precedenti. Nascosto lungo una stradina immersa nel verde irlandese, il Bilberry Woods Hotel sembra un albergo rimasto fermo a parecchi decenni fa. C’è ancora qualcosa di elegante negli interni, anche se ormai tutto appare un po’ consumato, e il fatto che la struttura chiuda completamente durante l’inverno rende il posto ancora più isolato. McCarthy si prende il suo tempo per mostrarci l’hotel e le persone che ci lavorano, lasciando che il mistero venga svelato un poco alla volta. All’inizio ci si limita quasi a osservare Ohm che gira tra corridoi e stanze, mentre alcuni dettagli cominciano a sembrare meno innocui di quanto apparissero al suo arrivo. 

Hokum

È proprio l’hotel a fare gran parte del lavoro. Le luci calde degli interni convivono con corridoi bui e stanze dove spesso si distingue appena quello che c’è sullo sfondo. La fotografia di Colm Hogan ha un’impostazione molto classica e lascia allo spettatore il tempo di ambientarsi e guardare con più attenzione, con la sensazione che da qualche parte nell’inquadratura possa esserci qualcosa che ci è sfuggito. Anche il sonoro diventa fondamentale, voci difficili da riconoscere e piccoli rumori che sembrano provenire da altre stanze, e insieme alle musiche di Joseph Bishara (che non ha bisogno di presentazioni) fanno sì che l’albergo sembri raramente davvero vuoto. La Honeymoon suite, chiusa da anni e legata alle storie più inquietanti che circolano sull’hotel, è il posto che dovrebbe sembrare romantico ma che diventa in poco tempo il luogo più sinistro del film, tra vecchi mobili, una vasca decisamente poco invitante e un montacarichi che va giù fino al seminterrato (!). Quando Ohm riesce finalmente a entrarci, Hokum cambia improvvisamente passo e restringe sempre di più gli spazi attorno al protagonista. Da quel momento McCarthy torna su un terreno che conosce molto bene: una persona sostanzialmente sola, un luogo dal quale diventa difficile liberarsi e qualcosa che continua a manifestarsi senza concedere mai certezze. 

Hokum
Jack the Donkey

La paura e la tensione si costruiscono soprattutto con l’attesa, McCarthy è bravo a lasciare che una scena duri abbastanza da permetterci di osservare gli angoli bui, ascoltare un rumore e chiederci se abbiamo davvero visto qualcosa. I jumpscare ci sono ma funzionano molto bene, anche perché arrivano al momento giusto, dopo aver gestito bene la tensione. Hokum sa giocare con quello che resta quasi impercettibile, con presenze che magari compaiono per pochi secondi, senza fermarsi ogni volta a sottolineare qualcosa allo spettatore. È uno dei motivi per cui questo film richiede attenzione: guardare semplicemente ciò che succede in primo piano significa perdersi parecchio di quello che McCarthy sta facendo. E poi arriva il già iconico Jack the Donkey, il personaggio più inquietante che McCarthy abbia inventato finora. È il presentatore di un vecchio programma televisivo per bambini, una specie di mascotte con faccia e orecchie da asino che “dovrebbe” avere qualcosa di allegro e rassicurante, mentre basta guardarlo per capire che l’effetto è esattamente l’opposto. Jack sembra anche la naturale prosecuzione di una fissazione che il regista si porta dietro da Caveat e Oddity. Prima c’era il piccolo coniglietto, poi la creatura di legno, adesso questo asino semiumano: animali, pupazzi e figure intagliate che McCarthy riesce a rendere inquietanti ancora prima che facciano davvero qualcosa. 

Hokum

Parlando di influenze cinematografiche, nei suoi film c’è parecchio del gotico della Hammer e della vena più grottesca della Amicus, compreso un certo gusto per volti e oggetti che sembrano appartenere a un altro periodo storico. Anche gli attori fanno pensare a quel cinema: Gwilym Lee in Oddity può ricordare un giovane Peter Cushing, mentre Adam Scott in alcuni momenti di Hokum ha qualcosa che rimanda a Christopher Lee, pur con un personaggio diverso e acontemporaneo. McCarthy sembra divertirsi a prendere quelle suggestioni e farle convivere con un horror contemporaneo che resta comunque molto personale, non è lavoro semplice e finora gli riesce piuttosto bene. Non è scontato per un giovane regista di questo decennio, continua a credere nell’horror artigianale, e andrebbe difeso e sostentuto anche soltanto per questo motivo. Nei suoi film gli oggetti hanno sempre una certa rilevanza, le creature sono tangibili e parte della paura deriva proprio dalla loro fisicità. Jack the Donkey funziona perché sembra un qualcosa che potremmo davvero trovare su una vecchia VHS, così come il coniglio di Caveat poteva tranquillamente stare su uno scaffale di una casa abbandonata. Molto spesso è sufficiente un oggetto costruito bene e messo nel posto giusto per ottenere molto più di quanto potrebbe fare qualcosa realizzato con la computer grafica. Di questo tipo di horror, sinceramente, ce n’è e ce ne sarà sempre bisogno.

Hokum

L’hotel isolato e lo scrittore in crisi rimandano inevitabilmente a Stephen King e Shining, uno dei riferimenti più facili da riconoscere. Ma viene da pensare anche a Secret Window e 1408, insieme a tutto quel cinema delle case infestate e dei misteri gotici in cui qualcuno finiva a indagare su un delitto senza sapere se cercare un assassino o un fantasma. Hokum recupera molto di quel modo di narrare, soprattutto quando la scomparsa della ragazza trasforma Ohm in una specie di investigatore improvvisato e l’hotel chiuso per la stagione diventa finalmente un posto che può esplorare senza troppe limitazioni. Adam Scott è una scelta perfetta per un protagonista come Ohm. Chi lo conosce soprattutto per Severance ritroverà quella capacità di dire tanto anche restando in silenzio, ed è importante in un film come questo dove si rtirova spesso da solo con sé stesso. Ohm è sia supponente che sarcastico, spesso poco piacevole con chi gli sta attorno, però Scott (ovviamente con la direzione del regista) sa far emergere gradualmente il resto del personaggio, soprattutto quando capiamo meglio cosa si porta dietro. Sulla carta è il protagonista horror ideale, è tormentato e un po’ instabile ma se prende una decisione rischiosa sappiamo che ha una motivazione valida, evitando quindi tutte quelle situazioni in cui lo spettatore passa metà film a chiedersi perché si stia comportando in quel modo. Il rapporto tra Ohm e la scrittura acquista sempre più importanza andando avanti, e quello che sta cercando di scrivere finisce per riflettere anche il modo in cui affronta il proprio passato. Un aspetto che apprezzo molto del cinema di McCarthy è la fiducia che ripone nello spettatore. I suoi sono film narrativi, con misteri e risposte, però bisogna seguirli davvero con attenzione, senza mai distrarsi. Se una frase contiene un’informazione importante, difficilmente qualcuno la ripeterà venti minuti dopo per ricordarcela. Lo stesso vale per un oggetto comparso all’inizio o per un dettaglio apparentemente secondario: McCarthy lo mette lì e va avanti, fiducioso che chi guarda stia davvero partecipando attivamente. Questo rende i suoi film particolarmente soddisfacenti quando verso la fine i vari pezzi cominciano a collegarsi e ci si ritrova a ricostruire mentalmente quello che avevamo visto prima. Se così non fosse, allora ci sarà sempre tempo per un rewatch, e con i suoi film ne vale la pena. 

Il folklore irlandese è sempre presente e penso che anche nei suoi lavori successivi continuerà a esserlo. La leggenda della strega e le storie raccontate attorno al Bilberry Woods Hotel entrano nel film attraverso piccoli frammenti, senza trasformarsi in lunghe spiegazioni sulla mitologia locale. Si capisce abbastanza per seguire quello che accade e il resto rimane legato alle superstizioni del luogo, lasciandoci il piacere di fare qualche collegamento da soli. È un approccio che si adatta molto bene a McCarthy, perché mantiene il mistero vivo anche quando ormai abbiamo capito dove sta andando la storia. 

Hokum

Hokum riesce così ad allargare il cinema di McCarthy senza perdere quello che lo rendeva interessante quando lavorava con mezzi ancora più ridotti. Ci sono più personaggi e tante idee, però al centro rimangono sempre i suoi punti fermi: creare attesa, rendere inquietante qualsiasi oggetto e fidarsi dello spettatore,  lasciandoci il tempo di capire da soli cosa stiamo davvero guardando. Tra Jack the Donkey, il misterioso hotel e altre immagini difficili da dimenticare, Hokum è quel tipo di film che ci ricorda quanto sia ancora possibile fare horror inquietanti affidandosi a idee semplici. E soprattutto McCarthy, arrivato al suo terzo lungometraggio, si riconferma uno dei registi più interesanti del panorama horror contemporaneo.

Classificazione: 3.5 su 5.

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