Era il 22 dicembre 2001 quando nei cinema giapponesi arrivò l’ennesima bomba di quel regista pazzo furioso di nome Takashi Miike. La bomba, quel giorno, si intitolava Ichi The Killer (Koroshiya Ichi), live action tratto dal manga omonimo scritto e disegnato da Hideo Yamamoto.

Trama
Il boss yakuza Anjo viene ucciso dal sadico e folle killer Ichi (Nao Ōmori), arma segreta di una gang di criminali senza affiliazione capitanata dall’ambiguo Jijii. Il braccio destro del boss, il sadomasochista Kakihara (Tadanobu Asano), credendo che il suo padrino sia stato rapito, inizia una sanguinosa ricerca che lo porterà a scatenare una vera e propria guerra contro le altre famiglie mafiose di Shinjuku. A spingerlo è la consapevolezza che l’unico in grado di soddisfare il suo bisogno masochista sia proprio Anjo, ma che sia invece Ichi la sua anima gemella nella spasmodica ricerca del dolore?

Uno dei registi più prolifici al mondo
Takashi Miike è uno dei registi più prolifici al mondo, uno che ha girato più di cento film durante la sua carriera (iniziata nel 1991) e che solo nel 2001, anno di Ichi The Killer, ne girò ben 6 tra cui il disturbante Visitor Q e il folle The Happiness of the Katakuris. Ma, a conti fatti, gran parte della filmografia di questo ormai mitico regista si poggia sull’esagerazione, sul perturbante, sulla follia e su una concezione di cinema estremo che egli stesso ha reso peculiare, tanto che oggi possiamo parlare tranquillamente di film alla Miike senza peccare di piaggeria.

Miike ha sempre avuto una capacità unica, quella di essere estremamente produttivo tra cinema, televisione, direct to video e teatro, dando alla maggior parte dei suoi film un’impostazione unica, una poetica, senza perdere mai in duttilità e scivolando in ogni pellicola dal cinema alto a quello popolare e addirittura trash, dai gusti da otaku a quelli autoriali e cinefili. Nelle sue opere c’è tanto la poesia quanto il divertimento becero ma, soprattutto, una creatività folle che lo ha portato sia ad essere idolatrato e imitato sia a essere odiato e ridimensionato. Ichi The Killer, il film che in un certo senso lo ha fatto conoscere a un pubblico più vasto, compreso quello italiano, risulta esattamente la sintesi di quanto detto.

Ichi The Killer è un film poetico e strambo, in cui la violenza estrema si fonde al grottesco estremo tra citazioni alte (Sonatine di Takashi Kitano, nella scena dello stupro) e scelte che noi europei definiremmo estremamente kitch (ma siamo in Giappone e lì i gusti e il senso estetico sono diversi rispetto a quelli di noi altri), in cui la critica sociale si nutre di gore, splatter e body horror, in cui dal cinema popolare emerge l’autorialità come da macchie di sperma il titolo del film, in una delle scene più creative del cinema tutto e che Miike ci piazza in quell’incipit che potremmo tranquillamente definire una vera e propria dichiarazione di intenti.

Yakuza movie, fumetto e cinema estremo
Ichi The Killer è formalmente uno yakuza movie: ci sono le bande mafiose che si contendono territori, c’è la scalata criminale, ci sono le lotte intestine e la vendetta. Allo stesso tempo Ichi The Killer è però un film noir, una storia pessimista fatta di crimine, ambiguità morale e atmosfere urbane e notturne. Ovviamente tutto ciò è solo apparenza, o meglio, le fondamenta su cui si regge una storia anarchica dalla messa in scena estremamente punk e dall’attitudine viscerale. Miike, partendo dalla sceneggiatura scritta da Sakichi Satō, applica tutta la sua carica sovversiva operando una sintesi al lavoro svolto dal mangaka Hideo Yamamoto nel suo folle ma comunque più lineare fumetto e realizza un film che deflagra sin dai titoli di testa, sfruttando il montaggio parallelo e quello alternato quasi per privare lo spettatore di punti di riferimento, utilizzando il flashback come parte integrale della narrazione abbandonando qualunque didascalismo. Il suo cinema è antitetico al cinema stesso e rifiuta qualunque visione manicheistica di una storia che si basa effettivamente sugli opposti e sviscera (in tutti i sensi) i propri personaggi soffermandosi ovviamente sui due principali, Ichi e Kakihara. In Ichi The Killer non ci sono buoni o cattivi, non ci sono eroi da contrapporre a villain, manca persino un senso etico su cui basare le azioni che muovono quelle che potremmo definire vere e proprie pedine in un gioco al massacro in cui tutti, alla fine, perdono.

Allora diciamolo: Ichi The Killer è una storia di amore e di vendetta. Ichi cerca l’amore e la vendetta, Kakihara cerca l’amore e la vendetta, Kaneko il ronin, poliziotto licenziato per aver perso la pistola e accolto dal boss Anjo nel suo clan, cerca la vendetta per riconoscenza. A muovere le fila c’è il misterioso Jijii che cerca una sorta di vendetta su Shinjuku, uno dei 23 quartieri speciali di Tokyo conosciuto come importante centro amministrativo e commerciale, ma anche come la sede principale della criminalità organizzata e famoso per l’imponente quartiere a luci rosse. A dirla tutta, potremmo definire Shinjuku il terzo protagonista del film, simbolo della doppia personalità che permea tutto il Giappone: una nazione ambigua dove ordine, pulizia ed efficienza si scontrano con il caos, la degradazione e la violenza. Shinjuku è simbolo di prevaricazione e di collusione tra polizia e criminalità organizzata, rappresentazione di una nazione fatta passare troppo spesso per un eden venerato all’estero, ma in cui le sfumature più oscure emergono tra le ombre dei grattacieli. Se nel manga questo dualismo viene esplicitato costantemente come da poetica di Yamamoto, nel film si fa più sottile e ambiguo attraverso uno stile folle e una rappresentazione a tratti macchiettistica, a tratti grottesca. La violenza estrema ed esplicita non viene mai stemperata dai toni cartooneschi ma accentuata dagli stessi grazie a un uso delle immagini che ci ricordano quanto Miike sia un maestro del cinema e a un montaggio (di Yasushi Shimamura) che delinea il tipo di narrazione scelta per portare su schermo la follia di uno dei manga più belli ed estremi di sempre.

Cinema d’amore e di dolore
Prima parlavamo di amore e vendetta. Potremmo tranquillamente sostituire a questi termini le parole desiderio e morte. Oppure piacere e dolore. In fondo Ichi e Kakihara non sono altro che la dicotomia impossibile e perfetta: il sadico e il masochista assoluti. Ichi, il supereroe disturbato che gode del dolore altrui e soffre facendo del male e Kakihara, il villain che cerca il piacere estremo nella sofferenza e non trova mai nel piacere inflitto la soddisfazione ricercata. La morte ha un significato diverso per entrambi: per il killer psicopatico è la fine del piacere, per il pazzo mafioso è il senso unico del piacere stesso. Lo scopo ultimo del film sembrerebbe quello di far incontrare queste due anime affini, ma non è così perché gli scopi e i fini dei due sono inconciliabili. Anche da un punto di vista sessuale questi personaggi sono agli antipodi, con Ichi che usa la violenza per appagare la propria devianza e Kakihara che la sostituisce definitivamente. Il loro è il bisogno inappagabile di un amore impossibile e ciò li rende personaggi tragici destinati ad autodistruggersi. Sulla loro solitudine si riflette una nazione alienata record di bullismo, suicidi e ritiro sociale (gli Hikikomori).

Takashi Miike su tutto questo ride. La poesia del suo cinema sta nel conciliare gli opposti attraverso una rappresentazione sopra le righe della tragedia sfruttando i toni della commedia. Lui spinge il pedale dello splatter e del gore, arriva all’estasi del body horror, utilizza la teatralità del gesto filmico per scuotere lo spettatore da tutti i punti di vista, ma lo rende ipercinetico, veloce, inafferrabile affidando i momenti su cui la camera indugia a una plasticità tipica tanto del teatro quanto del fumetto giapponese. La sua è una riflessione e una reinterpretazione del media stesso. Per fare questo si affida a tutti i mezzi che il cinema mette a disposizione, dagli effetti artigianali e digitali alle musiche, dalla fotografia del suo collaboratore storico Hideo Yamamoto (che sì, è solo un omonimo del mangaka) al trucco e ai costumi. Persino la scelta degli attori non è casuale (e Jijii è interpretato da un altro folle geniaccio del cinema nipponico: Shin’ya Tsukamoto). Miike utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione e con essi fa quello che vuole, senza porsi limiti se non quelli insiti nel mezzo stesso. Ichi The Killer è un film eccessivo non perché il suo regista vada a briglia sciolta, ma perché si basa sull’eccesso e vuole rappresentarlo. Il risultato è un cult assoluto che certo, risente in parte dei suoi anni da un punto di vista visivo, ma che resta un campione di libertà creativa in cui lirismo e kitch, l’alto e il basso, diventano un tutt’uno.
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