Quando sentiamo la parola Frankestein a tutti, bene o male, viene in mente la stessa cosa: un mostro, una creatura abbietta, risultato di un esperimento abominevole. La sua storia è così famosa che è entrata nel mito contemporaneo tanto che, a distanza di più di duecento anni, ancora se ne discute e si cerca di trarne qualche insegnamento. Questo perchè la sua autrice, Mary Wollstonecraft Shelley, antesignana di tutti i moderni Prometeo, indaga la psicologia dell’homo scientificus, i pericoli intrinsechi alla ricerca scientifica e lo sfruttamento della Natura e delle sue leggi.
Attraverso i temi che la attraversano, in questo articolo cercheremo di approfondire una delle storie fantascientifiche più famose di tutti i tempi, anche con l’aiuto del testo.
Cosa è veramente il Frankenstein? Da dove origina la sua figura? Cosa ha fatto si che questa storia e la sua trasposizione cinematografica formassero un vero e proprio mito ed entrassero poi nell’immaginario collettivo e nella cultura pop?
Prego, da questa parte. Herr Doktor ci aspetta in laboratorio…

Indice

1 – Introduzione
2 – Lo scienziato pazzo
3 – Il mostro
4 – Critica femminista
5 – L’educazione secondo Mary Shelley
6 – Conclusioni


1 – Introduzione

Tutti conosciamo il genio che ha scritto la storia del Dott. Frankenstein e della sua creatura: Mary Wollstonecraft Shelley, moglie del famigerato poeta romantico inglese Percy Shelley, la quale pubblica questa storia nel 1818. La genesi di quest’opera risale al 1816 quando la scrittrice, insieme ai poeti Lord Byron, John Polidori, Percy Shelley e Claire Clairmont, la sua sorellastra, si ritira in Svizzera presso Villa Diodati sul lago Lemano, vicino Ginevra, per trascorrere il periodo estivo. Il gruppo di solito usava intrattenersi con Fantasmagoriana, una delle molte antologie di storie di fantasmi tedesche. Una sera, costretti in casa a causa del maltempo e suggestionati dalle storie spaventose lette davanti al camino scoppiettante, Lord Byron inaugura una serata di scrittura creativa a tema horror, in cui ciascuno si sarebbe dovuto cimentare nella scrittura di una storia dell’orrore. Da questa iniziativa usciranno le due storie dell’orrore più famose di tuti i tempi: Il Vampiro, di John Polidori; e Frankenstein o il moderno Prometeo, di Mary Shelley.

2 – Lo scienziato pazzo

Possiamo rintracciare diversi temi che vengono affrontati all’interno della storia. Il primo tema viene personificato nel personaggio specifico dello scienziato che, nella ricorsa alla realizzazione delle sue teorie, al riconoscimento da parte della comunità scientifica e al successo, trascende ogni moderazione. Egli brama la conoscenza della vita eterna, quel tipo di conoscenza che rende gli uomini dèi, ed è disposto a tutto per raggiungerla. Egli è un overreacher o un overachiever, un trasgressore faustiano scevro dalla componente soprannaturale, il che ha segnato il successo del personaggio nei decenni. Victor Frankenstein infatti è figlio dell’Illuminismo, educato da suo padre con un approccio meno magico alla realtà. Quando racconta la sua storia, lo stesso Victor dice:

“Educandomi, mio padre aveva badato a che la mia mente non si lasciasse impressionare da terrori soprannaturali. Non ricordo di aver tremato a un racconto di streghe o di aver paventato l’apparizione di uno spirito. Le tenebre non avevano effetto alcuno su la mia fantasia e il cimitero era per me semplicemente il ricettacolo di corpi privi di vita, di corpi che, dopo essere stati sede di forza e di bellezza, erano diventati pasto per i vermi” (Shelley, 64).

La sua ambizione malsana e il suo desiderio di onnipotenza lo porta a superare i limiti imposti da Dio e dalla morale, macchiandosi di quello che gli antichi greci chiamavano peccato di hybris. Tuttavia, in una società quasi completamente secolarizzata, la punizione non viene dal cielo, come avveniva per i miti greci o nelle storie bibliche ma prende forma in una dimensione “laica”. Nelle parole dello studioso Ruggero Bianchi (La Dimensione Narrativa, 1974): “non vi è più spazio per la vendetta divina bensì soltanto per la punizione ecologica, proprio come non vi è più spazio per il patto col diavolo bensì soltanto con il potere economico e politico” (Mario Praz, introduzione a Mary Shelley, Frankenstein, 6).

Nella storia di Frankenstein in particolare, questa tracotanza viene espletata prima nello studio di scienze proibite o comunque riservate solamente agli iniziati di qualche loggia scientifica, come lo erano all’epoca le teorie di Cornelio Agrippa, Paracelso e Alberto Magno. Successivamente, questa conoscenza alchemica viene espletata nella creazione di un mostro, risultato di pratiche disgustose e raccapriccianti, come quella di profanare i cimiteri nella notte per recuperare corpi morti, selezionarne le parti migliori per cucirle insieme ed infine cercare di rianimare l’amalgama, accendendo la scintilla della vita con l’ausilio della forza galvanica.

Si pensa che proprio il Dott. Polidori a Villa Deodati erudì Mary Shelley sulle teorie del galvanismo, suscitando grande suggestione nella mente della scrittrice. La teoria secondo la quale un corpo privo di vita potesse essere rianimato tramite una potente scossa elettrica era portata avanti dallo scienziato italiano Luigi Galvani (1737 – 1798) e successivamente da suo nipote Giovanni Aldini (1762 – 1834). Egli, riprendendo gli esperimenti fatti sulle rane da suo zio, li estese ai cadaveri di essere umani proprio in Inghilterra, dove i cadaveri dei condannati a morte potevano essere trovati ancora integri perché non ghigliottinati. Questo creò il mito di cadaveri che potessero essere riportati in vita attraverso la scossa elettrica. Per un buon approfondimento, vi consiglio la tesi di laurea del Dott. Dario Casali, “Scienza elettrica e cultura scientifica nel Frankenstein di Mary Shelley” (reperibile a questo indirizzo).
Esposto tutto questo, capite quindi come la figura dello scienziato rappresenti un monito per i lettori e sollevi le domande: “quando è veramente abbastanza?”, “quando bisogna fermarsi prima che accada l’irreparabile?”. Lo studioso David Punter, nel suo libro “Storia della letteratura del terrore”, sottolinea come Mary Shelley diriga il suo libro contro l’illusione della pura indagine scientifica, sottolineando come le ricerche ossessionino Victor Frankenstein e lo tengano impegnato in modo malsano con la morte e la malattia, dimenticando tutti gli altri legami affettivi umani. Un approccio così innaturale può avere solo delle conseguenze innaturali (Punter, 110).

3 – Il mostro

Il tema fondamentale dell’intera storia è quello della creazione illegittima da parte dell’uomo di altre forme di vita attraverso una conoscenza proibita. Il fatto che l’uomo si illuda di poter imitare Dio conferisce a tutta la storia un carattere blasfemo e di tracotanza nei confronti della divinità. La figura del mostro infatti è tremenda e non può essere altrimenti, proprio perchè deve fungere da avvertimento per le generazioni future. Non ci troviamo più in una prospettiva cristiana, davanti al miracolo della vita come quando Gesù resuscita Lazzaro; al contrario, assistiamo alla raccapricciante creazione di un abominio frutto di un macabro rabberciamento di corpi.

Come fa notare Dario Casali nella sua analisi del romanzo di Mary Shelley (Casali, 59), la cosa che scatena la reazione dirompente dello scienziato tedesco non è tanto il fatto che il mostro sia abominevole, quanto invece la sua sconcertante somiglianza con l’uomo. Lo stesso Victor, guardando il misfatto, ammette che:

“Le sue membra erano proporzionate e avevo scelto i suoi lineamenti in modo che risultassero belli. Belli! Gran Dio! La sua pelle giallastra nascondeva a malapena il lavorio sottostante dei muscoli e delle arterie; i suoi capelli erano folti e di un nero lucido, i suoi denti di un bianco perlaceo; ma tutti questi particolari non facevano che rendere più orribile il contrasto con i suoi occhi acquosi, i quali apparivano quasi dello stesso colore delle orbite, di un pallore terreo, in cui erano collocati, con la sua pelle grinzosa e con le sue labbra nere e diritte” (Shelley, 70).

Alcuni, in uno slancio di empatia, potrebbero dire che il pathos di Victor Frankenstein sia legittimo o comunque compiutamente umano. Infatti il suo esperimento viene partorito dalle buone intenzioni di poter finalmente trovare il modo di combattere la morte, avvalersi delle ultime scoperte scientifiche del galvanismo per dare il suo più grande contributo al genere umano: il poter creare la vita.

Tuttavia, come recita il famoso proverbio, l’inferno è lastricato di buone intenzioni. Il peccato di Victor Frankenstein sta nel fatto di non essersi saputo fermare prima di superare il punto di non ritorno. Questo a causa della sua presunzione e della sua ambizione. Il personaggio stesso, nel raccontare la sua storia, dice:

“Vita e morte mi apparivano legami ideali che io per primo avrei potuto spezzare, rovesciando sul nostro buio mondo un torrente di luce. Una nuova specie mi avrebbe benedetto come sua origine e creatore; molti esseri eccellenti e felici avrebbero dovuto a me la loro esistenza. Nessun padre avrebbe avuto diritto alla gratitudine dei figli così completamente come io mi sarei meritato la loro. […] Pensai che, se potevo animare materia inerte, avrei potuto con l’andare del tempo […] rinnovare la vita là dove la morte sembrava aver votato il corpo alla distruzione” (Shelley, 66).
E ancora: “[…]La mia immaginazione era troppo esaltata dal successo conseguito per permettermi di dubitare della mia capacità di dar vita a un animale complesso e meraviglioso come l’uomo” (Shelley, 65). Alla fine infatti tutta questa ambizione, mascherata con altrettanti buoni propositi, finisce per risolversi in un miasma di angoscia, di disperazione ed infine di morte per tutti.

La stessa Mrs. Shelley descrive così i pensieri di Victor:
“Avevo cominciato la vita con le migliori intenzioni e avevo atteso con ansia il momento in cui avrei potuto metterle in pratica rendermi utile al mio prossimo. Ora tutto era distrutto: invece di quella serenità di coscienza che mi avrebbe permesso di guardare al passato con intima soddisfazione […], rimorso e senso di colpa mi confinavano in un inferno di indescrivibili torture” (Shelley, 107).

4 – Critica femminista

Nella rivalutazione critica negli anni ’90 del XX secolo, la storia di Frankenstein ha sollevato anche un interessante dibattito nei circoli femministi. La studiosa americana Anne K. Mellor, ad esempio, nel suo studio “Mary Shelley: Her Life, Her Fiction, Her Monsters” (1989), riflette su come tutto il racconto sia una trasposizione letteraria delle angosce di Mary Shelley dovute alle sue vicende personali, fra cui la morte di sua madre dandola alla luce; la sua educazione sotto il controllo di un padre, William Godwin, che sembra non stimasse affatto; e la perdita prematura della prima figlia appena dopo due settimane dal parto. Victor, nel suo ruolo di padre, è un totale fallimento proprio in quanto unico creatore/genitore. Lo scienziato dona anima e corpo per tutto il tempo della gestazione ma quando finalmente il suo lavoro è ultimato egli, invece di accogliere suo figlio con un abbraccio accogliente di benvenuto nel mondo, inorridisce e respinge fuggendo il suo bisogno di affetto, espresso con mugugni inarticolati.

Questa disfunzionalità, secondo la Mellor, viene originata dal fatto che Victor incarna l’ambizione tutta maschile di creare un metodo di riproduzione che non coinvolga la donna. Egli “è impegnato in uno stupro della natura, una penetrazione e usurpazione violenta dei ‘posti segreti’ della femmina, dell’utero. Terrorizzato dalla sessualità femminile e dal potere di riproduzione umana da essa consentito, sia lui sia la società patriarcale che rappresenta usano la tecnologia scientifica […] per manipolare, controllare e reprimere le donne” (Skal, 177-178).

Anne Mellor sottolinea anche che la Shelley si identifica a volte con lo scienziato tedesco inginocchiato vicino al giaciglio della sua creazione, riflettendo le angosce materne sull’ipotetica possibilità di donare la vita ad un corpo che ne è privo. Altre volte invece ella si identifica con la creatura orfana, trasponendo in metafora letteraria la sua giovinezza in assenza della madre e del conseguente fallimento della famiglia tradizionale.
Non a caso sarà proprio la mancanza di affetto, la mancanza della figura genitoriale, del care giver, a fare del figlio un vero mostro. Esso stesso, nel suo confronto con Victor, illustra la sua miserabile condizione:

“Credimi, Frankenstein, ero buono, il mio animo ardeva d’amore per l’umanità; ma non sono forse solo, spaventosamente solo? Tu, mio creatore, hai orrore di me; quale speranza posso riporre nei tuoi simili, che non mi devono nulla? Essi mi disprezzano e mi odiano. […] Se sapesse della mia esistenza, l’umanità tutta quanta farebbe come te, si armerebbe per uccidermi. Non dovrei dunque odiare chi mi detesta?” (Shelley, 117).

E ancora: “Rendimi felice, e io sarò di nuovo virtuoso” (Shelley, 117). Victor quindi, secondo l’interpretazione della Mellor, si configura come una figura di genitore maltrattante che, inequivocabilmente, genera un mostro nella sua prole. Lo conferma il fatto che lo scienziato non si pone minimamente la domanda se la creatura possa rifiutare il dono della vita o di come egli possa educare quella cosa che sta per essere messa al mondo. Il suo è solo un desiderio autoerotico di poter creare la
vita per “sentirsi come si sente Dio”.

A questo stato di cose fanno eco i noti versi di John Milton che, del libro X di “Paradise Lost” (1667), fa dire ad Adamo nella sua supplica a Dio: “Chiuso entro la mia creta, t’ho forse io chiesto, Creatore, di diventar uomo? T’ho forse chiesto io di suscitarmi dalle tenebre?”. Questi versi non a caso vennero scelti proprio da Mary Shelly per meglio dare una prima idea delle tematiche del suo racconto e vennero stampati sui tutti i tre frontespizi dell’edizione del 1818.

5 – L’educazione secondo Mary Shelley

Un altro dei temi affrontati nel racconto è quello dell’educazione. Anche qui la differenza paradossale che separa Victor dal mostro è abissale. Nel raccontare la sua storia allo scienziato infatti, la creatura dice che è nel capanno della famiglia De Lacey che impara a parlare, a leggere e a scrivere. I suoi tre libri di testo sono niente di meno che (e non a caso) il già citato “Paradiso Perduto” di John Milton, un libro de “Le Vite” di Plutarco e “I dolori del giovane Werther”, di Goethe. Grazie al primo, la creatura si identifica con Satana che viene ripudiato dal suo creatore. Grazie alle letture di Plutarco, la creatura viene a contatto con storie delle virtù dei grandi personaggi classici, se ne innamora perchè le vede riflesse nei comportamenti della famiglia De Lacey, che può osservare di nascosto dal capanno dove si nasconde. È invece grazie al romanzo di Goethe che la creatura impara a dare un nome a tutte le emozioni umane.

(Original Caption) Boris Karloff as the monster in the laboratory. Scene from “Frankenstein.” Movie still.

Ovviamente questi scritti erano stati letti da Mery Shelly, la quale evidentemente ne era rimasta talmente colpita da far si che anche il mostro potesse beneficiare dei loro insegnamenti. Vediamo qui come Mrs Shelley si ponga in netto contrasto con le teorie di Jean Jaques Rousseau espresse nei suoi scritti “Il Contratto sociale” (1762) ed “Emilio o dell’educazione” (1762). Come noto, in queste opere il filosofo esponeva il fatto che l’uomo fosse intrinsecamente buono nello stato di Natura fintanto che riuscisse a soddisfare tutti i sui bisogni primari (il mito del buon selvaggio). Inserito all’interno di un contesto sociale invece egli entra in competizione con l’altro e viene esposto a tutta una serie di vizi che ne inquinano l’indole.

A quanto pare invece Mery Shelley risulterebbe più incline alle teorie del celebre filosofo politico John Locke, il quale vede nell’uomo dello stato di natura un foglio bianco dove il contesto familiare e sociale possano impostare un’educazione virtuosa. Ancora una volta notiamo come la madre che è in Mary Shelley esponga, attraverso la finzione letteraria, le sue opinioni su questo tema. Il ruolo della famiglia e degli affetti è fondamentale nel crescere individui sani e virtuosi. Dopotutto se, come fa notare ancora lo studioso David Punter, Victor Frankenstein si fosse interessato anche di politica, psicologia, morale ed educazione sarebbe stato poi capace di coltivare la sua creazione oltre ad averla semplicemente animata (Punter, 112).

6 – Conclusioni

Come conclude Punter “la durevolezza e l’influsso del libro di Mary Shelley sono stati enorme, forse non c’è altra opera della tradizione gotica che sia penetrata più profondamente nell’immaginazione culturale” (Punter, 108). La grandezza del racconto di Mary Shelly raggiunse un tale successo che ancora oggi rappresenta un testo fondamentale nella storia della letteratura occidentale proprio perché indaga i temi relativi al pericolo della scienza e delle sue innumerevoli seduzioni. Come ampiamente descritto, è un monito per le generazioni future a farne buon uso. Non a caso il secondo titolo del libro sarebbe “Il moderno Prometeo”, personaggio archetipo della presunzione e dell’ambizione.

In netto anticipo per i suoi tempi, Mary Shelley si rende autrice di quello che alcuni storici della letteratura definiscono il primo romanzo di fantascienza. Anche se questo termine venne coniato più di cento anni dopo l’uscita della prima edizione del romanzo, precisamente nel 1926 da parte dello scrittore ed editore Hugo Gernsback per la collana editoriale Amazing Stories, il racconto possiede tutte le caratteristiche delle storie appartenenti a questo filone. Il romanzo infatti si basa su delle teorie scientifiche valide per l’epoca; fornisce una predizione sui possibili esiti di questi assunti teorici ed infine offre una critica umanistica ai risultati scientifici. Ad ulteriore supporto di questa tesi, si noti che l’elemento soprannaturale, fondamentale nella letteratura gotica, è invece completamente assente nell’opera di Mrs Shelley (Casali, 56-59).

Per quanto riguarda il cinema fantastico e horror, la storia di Frankenstein ha offerto ed offre tutt’oggi un’inesauribile fonte di ispirazione e contenuti. La prima trasposizione per il cinematografo si deve a Thomas Edison. Nel 1910 la sua casa produttrice, la Edison Studios, produsse un cortometraggio muto che vedeva Augustus Phillips nei panni di Victor Frankenstein e Charles Ogle nei panni del mostro. Se siete veri appassionati, vi consiglio di andare a vedere il cortometraggio su YouTube (Frankenstein Edison 1910).

Victor è ritratto come un alchimista e la creatura ripugnante, uscita fuori da un calderone, si rivelerà essere solo lo spettro di quello che il dottore avrebbe potuto creare con i suoi esperimenti malsani. Victor è davanti lo specchio della sua camera e il mostro minaccioso scompare come per magia, rivelando il lieto fine della pellicola muta. Siamo quindi ancora molto lontani dalla vera e propria iconografia che venne creata dalla pellicola distribuita per il cinema ormai sonoro dalla Universal Pictures.
Sarà infatti la casa produttrice californiana a dare vita al mito su larga scala con la pellicola Frankenstein del 1931, diretta da James Whale e interpretata, fra gli altri, dal “re dell’orrore” Boris Karloff, che imprime per sempre la fisionomia del mostro nella pop culture occidentale.

Inoltre la storia di Frankenstein ha dato vita a due filoni fondamentali del cinema horror. Il primo è quello degli esperimenti assurdi dello scienziato pazzo di turno, vedi ad esempio i film “L’Isola del dottor Moreau” (1932), “La mosca” (1958 e 1986), “From beyond” (1986) e “Rianimator” (1985). Il secondo filone è quello dei morti viventi, rielaborato dal regista americano George A. Romero che, grazie al film “La notte dei morti viventi” (1968) e “La città verrà distrutta all’alba” (1973) darà vita alla figura dello zombie come lo conosciamo oggi. Altri continueranno su questo filone, basti pensare a “L’Aldilà” (1981) di Lucio Fulci, “House” (1986) di Steve Miner e i suoi vari sequel; oppure a la pellicola “Jacob’s Ladder” (“Allucinazione perversa”, 1990) di Adrian Lyne.

Proprio questo filone ci porta a riflettere su un tema ancora attuale, ossia una certa vacuità della vita. Il prolungamento dell’aspettativa di vita e quindi l’assenza prolungata della morte, ha portato, almeno agli occhi di chi fra noi è più sensibile, a degli effetti innaturali per l’uomo e per la società in cui vive. A causa della quasi completa secolarizzazione dei Paesi di cultura occidentale, l’uomo sembra aver perso quasi del tutto la sua dimensione spirituale, la sua morale sembra essere sempre più materialista e inserita in una cornice consumistica, ad obbedire sempre più alle sole leggi del mercato.

Date queste premesse, possiamo notare come tutti questi film, ispirati originariamente al mito del Frankenstein, trattino il lato più brutale dell’essere umano e suggeriscano come la società di oggi, ormai completamente decaduta, non si faccia più tanti scrupoli a cannibalizzare sé stessa.

La domanda con cui vi lascio quindi è questa: possiamo considerarci ancora vivi? E ancora: arrivati a questo punto, non sarebbe preferibile la morte piuttosto che un’esistenza da mostro di Frankenstein? Cosa ha più senso, vivere da mostro oppure non vivere affatto?

a cura di Edvard Walden

Bibliografia
David J. Skal, The Monster Show, Storia e Cultura del Cinema Horror, Cue Press, Imola 2020
David Punter, Storia della letteratura del terrore, Il gotico dal 700 ad oggi, Editori Riuniti, Roma 2006
Mary Shelley, Frankenstein, Bur Rizzoli, Milano, 2015

Sitografia
Anne K. Mellor, Mary Shelley: Her Life, Her Fiction, Her Monsters, Routledge, New York 1989.
Un estratto del libro può essere trovato a questo indirizzo: https://knarf.english.upenn.edu/
Articles/mellor2.html


Dario Casali, Scienza elettrica e cultura scientifica nel Frankenstein di Mary Shelley, tesi di laurea
presso l’Università di Bologna, School of Science Department of Physics and Astronomy,
AA 2021/2022

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