Usciva nel 1972 Il tuo vizio è una stanza chiusa… terza incursione dell’abile regista Sergio Martino nel genere thrilling con venature erotiche, che precedentemente ci aveva regalato due chicche, sempre con Edwige Fenech, come Lo strano vizio della signora Wardh e Tutti i colori del buio.

TRAMA
Oliviero è uno scrittore in crisi di identità che vive in una lussuosa e decadente villa Veneta appartenuta alla sua famiglia. Ha una moglie che maltratta e si circonda di giovani hippy dando feste dove l’alcol scorre a fiumi. Un giorno la commessa di una libreria con la quale ha una relazione viene uccisa da un misterioso maniaco e i sospetti della polizia locale iniziano a concentrarsi su di lui…

TRA POE E I PRURITI DELL’EPOCA
Il tuo vizio è una stanza chiusa… è una pellicola che porta con se i pregi e i difetti di un certo cinema unico e irripetibile tutto made in Italy. Da una parte abbiamo citazioni alte, con il riferimento esplicito al racconto Il gatto nero di Edgar Allan Poe, con tanto di animale inquietante che tormenta la padrona di casa e sembra perseguitarla malignamente. Dall’altro lato il film presenta le caratteristiche tipiche del thriller a sfondo erotico all’italiana, tanto in voga all’epoca, dove però non tutto funziona come dovrebbe.

TROPPA CARNE AL FUOCO
Croce e delizia di Il tuo vizio è una stanza chiusa… è proprio la sovrabbondanza di situazioni ed argomenti, la volontà di inserire troppi personaggi per allungare la trama e infittire il mistero. Elementi che sembrano determinanti sfumano rapidamente per far posto ad altri. Situazioni pruriginose (immancabili per esigenze di mercato) si alternano frettolosamente tra scene di amore saffico, schiaffoni e prevaricazioni del brutale e misogino padrone di casa e momenti di alleggerimento che a tratti appaiono forzati.
Sembra insomma che il buon Sergio Martino abbia voluto giocarsi in questo ultimo suo film tipicamente thrilling tutto un repertorio di situazioni e cliché che hanno caratterizzato un intero sottogenere cinematografico. Troppe cose e troppo ravvicinate. La sovrabbondanza diviene ridondante regalando momenti di noia.

UN PROTAGONISTA AGGIUNTO
Non parliamo del gatto, utilizzato a sprazzi e poi riapparso come deus ex machina nel finale (proprio come Poe aveva fatto) ma di Villa Lugli Cavalli, la splendida dimora veneta del XVII secolo che avevamo già ammirato nel film di Un tranquillo posto di campagna di Elio Petri del 1968. La villa, con il suo splendido viale d’ingresso popolato di statue, regala al tutto un’atmosfera sospesa nel tempo, una bellezza sfiorita ma ancora percepibile dalla quale non ci stupiremmo di veder sbucare fuori qualche fantasma in cerca di attenzioni.

DA VEDERE PERCHE’
Pur con i suoi numerosi difetti di scorrevolezza, Il tuo vizio è una stanza chiusa… riesce ancora oggi a rappresentare un genere a parte del cinema italiano, che il mondo intero ha preso a modello. Un cinema che riusciva a fondere cultura e sesso, amore e avidità, con la volontà di raccontare un società in evoluzione non dimenticando lo scopo di fare incassi. Testimonianza di quando i nostri autori sapessero essere ammiccanti e al tempo stesso inquisitori, andando a scoprire la provincia quasi a dimostrare che il male non era appannaggio solo delle grandi città.

































