Pennywise è tornato a terrorizzare un gruppo di perdenti, questa volta su piccolo schermo, nella prima stagione di It: Welcome to Derry. Si tratta di 8 episodi che espandono la lore di It rispetto a quanto mostrato in It e It – Capitolo Due. La serie è stata ideata da Jason Fuchs e Brad Caleb Kan, mentre Andy Muschietti, già regista dei due film del 2017 e 2019, torna a dirigere quattro episodi, tra cui il sorprendente pilot e il finale. Il materiale di partenza è sempre, ovviamente, il romanzo di Stephen King, da cui vengono estrapolati personaggi (come Will e Leroy Hanlon) ed eventi (come l’incendio del Punto Nero). La serie, per cui sono previste una seconda e terza stagione, si pone come prequel della storia canonica del gruppetto guidato da Bill Denbrough.

Trama

Derry, 1962: la scomparsa di un ragazzino di nome Matty mette in allarme alcuni suoi coetanei, i quali iniziano ad essere perseguitati da orribili visioni e a sentire la voce dell’amico dalle tubature del bagno. Parallelamente, il maggiore Leroy Hanlon si trasferisce con la sua famiglia nell’apparentemente tranquilla cittadina: la base militare qui stabilita sembrerebbe star operando per mettere le mani su un’arma in grado di fermare la minaccia sovietica. Per trovarla, i militari si servono dell’aiuto della luccicanza (the shining) di Dick Hallorann.

L’articolo conterrà spoiler!

Già dal primo episodio, It: Welcome to Derry mette in chiaro che ci andrà giù pesante con il gore, la cattiveria e il grottesco. La scena di apertura, che vede lo sventurato Matty salire sull’auto di un’allegra famigliola, ha tutto: la speranza di un bambino di lasciare un luogo di solitudine e violenza che si trasforma presto in paura, nel momento in cui la situazione rassicurante inizia a svelare l’orrore celato. Si procede per gradi, da piccoli dettagli di disturbo: dalla figlia che mangia del fegato crudo, alla madre che chiede all’altro figlio di fare lo spelling della parola “cadavere”, fino ad arrivare ad un parto mostruoso. Matty, lo sappiamo, è caduto vittima di It, e con la sua perdita d’innocenza – il ciuccio di caramella che stava succhiando che vola via dall’abitacolo – appare il titolo della serie sullo schermo. Se la scena di apertura provoca un senso di straniamento e terrore, quella di chiusura sarà ancora peggio. Una delle più grandi intuizioni – leggasi cattiveria – del primo episodio è quella di uccidere nel finale i personaggi (bambini, ovviamente!) che ci erano stati presentati come protagonisti.

I “vecchi” perdenti

Teddy Uris (lo zio di Stan), Phil e Susie Malkin vengono uccisi dallo stesso neonato mutante volante apparso nella scena della morte di Matty. A sopravvivere a questa strage sono Lilly Bainbridge, una ragazzina che, a causa della morte del padre, entra ed esce dall’istituto psichiatrico Juniper Hill, e Veronica Grogan, la figlia del proiezionista Hank, anche lei segnata da un trauma generazionale. La morte dei tre bambini, avvenuta proprio nel cinema in cui lavora Hank, mette in moto uno dei temi principali della serie, ovvero quello del linciaggio e della necessità di trovare un colpevole, strettamente legato al razzismo. Prima che It appaia nella famosa forma del pagliaccio Pennywise, infatti, It: Welcome to Derry inizia a tratteggiare la cittadina del Maine come luogo in cui quest’entità cosmica ha trovato terreno fertile per diffondere la sua malattia. Derry emerge come un posto – appunto – malato, in cui gli adulti sono indifferenti o addirittura crudeli. Solo i bambini, ancora “puri” e forti di quel periodo della vita in cui stringono rapporti così forti da sottrarli alla sofferenza, possono opporsi a questo orrore cosmico.

L’eredità

Oltre a Lilly e Veronica, il gruppetto di protagonisti è formato da Marge, Will e Rich. Marge e Will, in particolare, sono legati a chi verrà dopo, essendo rispettivamente la madre di Richie Tozier e il padre di Mike Hanlon. It: Welcome to Derry aggiunge così un’ulteriore livello alla narrazione, ovvero la trasmissione intergenerazionale non solo del trauma e dell’omertà, che nutrono It e Derry, ma anche di quella magia e di quella forza che rendono possibile resistere al male. Marge e Will, infatti, imprimeranno nella generazione successiva il dolore del sacrificio (lo so che stiamo ancora tutti piangendo per Rich) e l’importanza di mantenere viva la memoria. A sua volta, la memoria è connessa alla conoscenza, un fardello che i Nativi Americani portano sulle proprie spalle. Sono loro i custodi del “segreto” di It, loro quelli che di generazione in generazione si trasmettono la responsabilità di contenere la creatura e di ricordare quello che tutti gli altri adulti invece sembrano aver dimenticato. Ad assumere questo ruolo saranno poi gli Hanlon, che trascrivono, prendono appunti, in modo da esercitare una memoria attiva – sarà questo che permetterà a Mike, da adulto, di richiamare i perdenti a Derry.

Il finale

Nell’episodio finale, viene rivelato che It non concepisce il tempo come noi esseri mortali perché è al di fuori di esso. Passato, presente e futuro viaggiano insieme, al punto che Pennywise dice a Marge (dopo averla chiamata con il cognome del futuro marito, Tozier) di sentirsi a volte confuso. E le dice anche di volerla uccidere perché sarà proprio il figlio Richie a sconfiggerlo in futuro (o a farlo rinascere?). Questa aggiunta crea delle incongruenze con quanto mostrato nei film di Muschietti: perché Marge, ad esempio, non racconta al figlio di quando era stata lei a sconfiggere It? Uno dei punti chiave del romanzo, infatti, è che chi va via da Derry dimentica, mentre chi resta ricorda, anche se diventa adulto. Non sappiamo se la questione della memoria verrà ulteriormente approfondita nelle prossime stagioni – che andranno ancora più indietro nel tempo, ai cicli precedenti di It del 1935 e nel 1908 – o se deve essere lo spettatore a formulare ipotesi e a cercare di far coincidere tutto. Ci sono tanti motivi, insomma, per cui Marge potrebbe dimenticare (non custodisce come Will e come farà Mike) o non intervenire nella futura lotta contro It (“Non sarà una battaglia nostra”, dice sul finale).

I punti deboli…

It: Welcome to Derry si accartoccia un po’ su se stessa quando mette sul tavolo la questione temporale e non riesce a chiudere al meglio tutti gli archi narrativi. Più nello specifico, la storia dei militari, quando viene svelato che il loro vero intento è quello di sguinzagliare It per il mondo, perde un po’ di mordente. Appare una scelta stupida e/o inverosimile ma, come altri elementi, ha senso nel contesto un po’ grottesco della serie. Stephen King scrive che gli adulti di Derry sono arrivati non solo, in qualche modo, ad essere consci dell’esistenza di It, ma anche ad averne bisogno: il Generale Shaw che dice a Pennywise di andare e seminare paura per il globo è, in fin dei conti, un epilogo naturale. Ed è la rappresentazione perfetta della nostra società attuale (passato e presente sono la stessa cosa, come dice Pennywise), in cui le figure potenti cercano di dominare attraverso il terrore e l’odio, senza comprendere che questi gli si ritorceranno contro. Per alcuni anche la CGI ha costituito un problema, troppo invadente, esagerata, ma a mio parere ha senso, anch’essa, se contestualizzata all’idea che Muschietti vuole veicolare: le paure dei bambini, tradotte in immagini, appariranno per forza grottesche, insensate, sproporzionate.

… e i punti di forza

Al netto di qualche ingenuità, difetto o citazione inserita giusto per il gusto di farlo (come quella a Il signore degli anelli), It: Welcome to Derry ha chiarissimo il significato del romanzo di Stephen King e riesce a preservarne il cuore. I perdenti, il rapporto unico e potente che intrecciano, l’infanzia come momento privilegiato di resistenza e di infinite possibilità, sono questi gli elementi essenziali da tenere a mente quando si adatta un’opera letteraria così grande e complicata. Muschietti lo fa benissimo, così come riesce a inserire perfettamente la sottotrama di Dick Hallorann e del suo dolore derivante dalla luccicanza nella narrazione principale. Ottime anche le interpretazioni, su tutte quelle di Chris Chalk (Dick), Taylour Page (Charlotte Hanlon) e i piccoli Matilda Lawler (Marge), Clara Stack (Lilly) e Arian S. Cartaya (Rich). Su Bill Skarsgård, invece, non credo ci sia bisogno di ribadire quanto sia immenso.

It non è una storia di eroi, ma di bambini che credono, si amano e soffrono a causa di qualcosa che non hanno chiesto, ma che gli è stato lasciato o imposto. Una storia di crescita, con tutto il dolore che essa comporta.

Classificazione: 4 su 5.

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