Nel dicembre del 1964 è uscito in Giappone Kwaidan, uno dei capisaldi del cinema horror diretto da Masaki Kobayashi e candidato agli Oscar nell’anno successivo nella categoria miglior film straniero. Si conferma poi dal punto di vista della critica vincendo al Festival di Cannes il premio speciale della giuria. Il film, diviso in episodi, è tratto da un omonimo testo scritto da Lafcadio Hearn.

Il libro da cui nasce l’ispirazione

La raccolta da cui è tratto il film è intitolata Kwaidan: Stories and Studies of Strange Things, e Kwaidan (怪談) è una parola giapponese che significa “storie di fantasmi” o “racconti spettrali”, derivante da kai (strano, misterioso) e dan (racconto). Il libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1904 e include storie provenienti dal folklore giapponese basate su racconti tramandati per via orale e testi antichi come lo Heike Monogatari: si parla quindi di fantasmi, spiriti (yōkai) e fenomeni soprannaturali.

Un interessante equivoco

Nel caso di questo film, si presenta un facile malinteso di fondo sulla figura dello scrittore del libro: perché Kobayashi avrebbe voluto fare un film sul folklore giapponese scritto da un autore di origini occidentali? Beh, sembra che Patrick Lafcadio Hearn non sia stato solo un americano che ha visitato il Giappone. Giornalista e scrittore nato in Grecia da padre irlandese e madre greca, ha vissuto negli Stati Uniti per poi trasferirsi in Giappone a 40 anni, e la sua vita cambiò radicalmente. Si naturalizzò giapponese prendendo il nome di Koizumi Yakumo; sposò una donna giapponese proveniente da una stirpe di samurai. Hearn decise di dedicare la sua vita a preservare il folklore giapponese in un’epoca (il periodo Meiji) in cui il Giappone stava correndo verso la modernizzazione e rischiava di dimenticare le proprie tradizioni. I racconti di Hearn sono quindi diventati il cuore stesso del folklore giapponese. Ascoltava i racconti popolari che sua moglie e la gente del posto gli narravano e li metteva per iscritto con forte sensibilità. Per molti giapponesi, l’opera di Hearn è diventata addirittura la versione “standard” e poetica di leggende che prima erano solo tramandate oralmente e per Kobayashi, adattare Hearn non significava guardare al Giappone dall’esterno, ma celebrare un uomo che aveva amato il Giappone così tanto da diventarne la memoria storica.

Struttura e scelte registiche

Il film è diviso in quattro episodi: “Capelli neri” (Kurokami), “La donna della neve” (Yuki-onna), “Hoichi il senz’orecchie” (Miminashi Hōichi no hanashi), “In una tazza di tè” (Chawan no naka). Una delle più evidenti particolarità di Kwaidan sono la precisione, la pulizia dell’immagine e quanto gli scenari siano surreali: il regista scelse infatti di non girare mai in esterni, e di ricostruire tutto in enormi teatri di posa (spesso hangar di aeroporti), dipingendo a mano i fondali per farli sembrare antichi dipinti ukiyo-e.

Trame e significati

Ogni singolo episodio scelto da Kobayashi riflette importanti aspetti della cultura giapponese.

In Capelli neri vediamo un uomo che sceglie la carriera e la posizione sociale rispetto all’amore, il successivo pentimento e le conseguenze terrificanti. È una parabola sul rimorso e sul tradimento dei valori, e rappresenta il conflitto tra giri (dovere sociale/ambizione) e ninjo (sentimento umano). Dettaglio importante: i capelli neri, nella cultura giapponese, sono simbolo di bellezza ma anche di un legame vitale. Quando diventano uno strumento di vendetta, simboleggiano un amore che, se calpestato, si trasforma in un’ossessione che supera la morte.

La Donna nella neve rappresenta invece un taglialegna che, durante una tempesta, viene risparmiato da uno spirito della neve. Questo, rappresentato da una splendida figura femminile, gli salva la vita ma a patto che questo segreto non venga mai rivelato. La narrazione qui si sposta sul concetto della fragilità di una parola data e sull’inevitabilità del destino. È inoltre una storia sulla solitudine della natura umana: anche il segreto più intimo, se condiviso, può distruggere la realtà che abbiamo costruito.

Hoichi il Senz’orecchi è l’episodio più famoso, sia per la bellezza delle immagini che per il significato storico: un monaco cieco è un abilissimo suonatore di biwa, un antico strumento musicale giapponese. Egli viene invitato ogni notte a cantare l’epopea della battaglia di Dan-no-ura per un pubblico misterioso che poi scoprirà avere un valore molto più importante di quello che pensava. L’episodio parla del potere dell’arte come ponte tra i vivi e i morti, mostrando come il canto di Hoichi può dare pace ai defunti, ma può anche consumare i vivi se non sono protetti. Ma non solo, affronta anche l’importante tema del trauma storico: la battaglia di Dan-no-ura (1185) è un evento reale e traumatico della storia giapponese. Questo episodio suggerisce che il passato sanguinario di una nazione non scompare mai del tutto, ma continua a chiedere di essere raccontato e ricordato, anche se questo porta sofferenza a chi è ancora in vita.

L’ultimo episodio, In una tazza di tè, conserva invece la sua particolarità nel fatto di essere incompiuto: una storia senza finale di un uomo perseguitato da un fantasma da lui sottovalutato, porta al pensiero il concetto di sovrannaturale come qualcosa che non sempre può essere spiegato e risolto. Il fantasma inoltre ricorda molto il tema dei pensieri ricorrenti, proprio quelli che se sminuiti e repressi tendono poi a diventare ossessione.

Si può dire quindi che Kobayashi usa questi racconti per mostrare che i fantasmi non sono semplici mostri, ma proiezioni dei fallimenti umani: la troppa ambizione, l’incapacità di mantenere una promessa, il peso della violenza delle guerre e l’importanza che dobbiamo dare alla nostra sanità mentale, la cura che dobbiamo avere nei suoi confronti.

Classificazione: 3.5 su 5.

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