Uscito 39 anni fa, il film di Frank Oz non è mai riuscito a trovare una collocazione definitiva. La paradossale storia de La piccola bottega degli orrori, amata da molti ma ancora ingiustamente sottovalutata.

Warner Bros. e il record di budget

Nel 1986 la Warner Bros. supera il proprio record di budget: dopo i 18 milioni investiti in Aliens – Scontro finale, lo studio decide di stanziare ben 25 milioni di dollari per finanziare La piccola bottega degli orrori di Frank Oz. Una cifra enorme, soprattutto se rapportata alla natura del progetto: l’adattamento di un musical derivato da un B-movie di Roger Corman, girato in appena due giorni nel 1960, e poi rielaborato per il palcoscenico di Broadway. L’operazione è rischiosa, quasi paradossale: trasformare un’opera profondamente legata all’estetica povera, grottesca e artigianale del cinema di serie B in un film hollywoodiano ad alto budget. Eppure, proprio in questa contraddizione risiede il cuore del film di Oz.

Un’opera rimasta nel limbo

La piccola bottega degli orrori è oggi riconosciuto come un cult, ma resta un’opera stranamente sottovalutata, soprattutto quando si parla dei grandi musical cinematografici. Il film è troppo costoso, rifinito e spettacolare per essere accolto nel pantheon del cinema d’essai, ma allo stesso tempo è troppo sfacciato, camp e kitsch per ambire a un prestigio canonico. La sua essenza ibrida lo rende impossibile da incasellare rigidamente nei generi del cinema mainstream. Vive in una vera e propria terra di nessuno critica, dove l’ibridazione diventa colpa anziché valore: ed è proprio questa impossibilità di classificazione a renderlo unico e duraturo, ma anche privo di un pubblico di riferimento definito.

Trama

La storia segue Seymour Krelborn, impiegato sfortunato in un negozio di piante sull’orlo del fallimento. Timido, nerd e incapace di dichiararsi ad Audrey, la ragazza che ama, Seymour sembra destinato a una vita di frustrazione. Ma l’universo gli concede un’occasione: una pianta dalle origini misteriose (letteralmente “caduta” dal cielo) che attirerà clienti e successo.

Audrey II, questo il nome della pianta-alieno, cresce rapidamente, insieme alla fama del negozio e all’autostima del protagonista, ma il prezzo da pagare è altissimo. La pianta si nutre di sangue umano, prima in piccole dosi, poi in sacrifici sempre più espliciti, fino a diventare una creatura fuori controllo, capace di divorare chiunque e di minacciare il destino stesso dell’umanità. Sotto la superficie della commedia horror si nasconde così una favola nera sul compromesso, sul successo ottenuto barattando l’etica e sull’illusione che qualcosa di profondamente sbagliato possa restare sotto controllo.

Personaggi volutamente “piatti”

I personaggi non cercano mai una profondità psicologica o la minima parvenza di realismo. Non ne hanno bisogno. La loro apparente bidimensionalità è compensata dalla varietà, dall’eccesso, dalla deformazione caricaturale. Rick Moranis è perfetto nei panni di Seymour: patetico, tenero, disperato, totalmente immerso nel ruolo, con una voce cantata espressiva quanto il suo parlato. Ellen Greene dona ad Audrey una fragilità struggente. Intorno a loro ruota una costellazione di figure eccentriche e memorabili, tra cameo improvvisati e apparizioni grottesche, che contribuiscono a rendere il mondo del film sempre più camp e teatrale.

Una satira del sogno americano

Ma La piccola bottega degli orrori non è soltanto una storia di mostri, successo e colpa: è anche una satira feroce della società americana, dei suoi miti domestici e dei ruoli imposti all’interno della famiglia tradizionale. Emblematica, in questo senso, è la canzone in cui Audrey descrive il suo sogno di felicità: non grandi ambizioni, non emancipazione, ma una casetta prefabbricata, elettrodomestici rumorosi e onnipresenti, cibo spazzatura, una televisione gigantesca, la lavatrice, il ferro da stiro, il tritarifiuti. Il musical diventa così uno specchio deformante dell’American Dream, dove la famiglia ideale e il successo economico assumono contorni grotteschi quanto quelli della pianta carnivora.

Steve Martin e l’iconica “Dentist!”

Il punto più alto di questa vertigine camp è senza dubbio “Dentist!”, il numero musicale interpretato da Steve Martin nei panni del sadico dentista Orin Scrivello. Martin costruisce Orin come una caricatura estrema dell’autorità abusante, una figura che incarna la violenza normalizzata dietro il camice della rispettabilità. “Dentist!” è uno dei momenti più memorabili del film: comicità, sadismo slapstick e lo spirito profondamente camp del film si mescolano tra di loro, creando una scena che avrebbe dovuto essere molto più sanguinosa e macabra – almeno nella prima versione girata da Oz -, ma che fu modificata su richiesta della produzione. Nella scena, inoltre, appare brevemente anche Bill Murray.

L’affascinante artigianalità di Audrey II

La vera star del film resta comunque Audrey II, una creazione che ancora oggi lascia sbalorditi per la complessità tecnica e l’impatto visivo. Animata attraverso un lavoro artigianale di burattinai ed effetti pratici di altissimo livello, la pianta carnivora mette in crisi l’odierno dominio della CGI, dimostrando come il fisico, il peso e la presenza reale possano risultare infinitamente più affascinanti, soprattutto in un progetto come questo. La voce di Levi Stubbs le conferisce un status minaccioso, mentre il trio formato da Michelle Weeks, Tichina Arnold e Tisha Campbell agisce come un coro greco pop, commentando l’azione con glamour e aggressività.

Un finale rassicurante

Le canzoni di Howard Ashman e Alan Menken sono entrate nella memoria collettiva: il tema di apertura, Suddenly Seymour, il celebre comando “Feed me”. Tutti le conoscono, anche chi non ha mai visto il film. Non è un caso che gli stessi autori abbiano poi contribuito a resuscitare la Disney con diverse colonne sonore (La Sirenetta, La Bella e la Bestia e Aladdin). Eppure La piccola bottega degli orrori resta la loro pecora nera, forse proprio perché troppo fedele allo spirito del B-movie che omaggia. Emblematico è il destino del finale originale, cupo e apocalittico, scartato dopo le proiezioni di prova e sostituito da un lieto fine più rassicurante, imposto dai produttori a scapito della coerenza tragica dell’opera.

Un’opera immortale

Nonostante la sua reputazione “minore”, La piccola bottega degli orrori è un pilastro della cultura pop americana. Le sue melodie, i suoi personaggi e la sua iconografia sono familiari, quasi rassicuranti, nonostante il contenuto profondamente nichilista. È un film amato da tutti e, allo stesso tempo, raramente preso sul serio. Ma forse è proprio questo il suo destino: restare ai margini del canone, continuando però a crescere nella memoria collettiva.

La piccola bottega degli orrori è un gioiello mostruoso, imperfetto e vitale, che merita di essere visto e rivisto, anche nel periodo natalizio. Un’opera che forse un giorno ascenderà nell’Olimpo dei musical e che nel frattempo, sicuramente, conquisterà chiunque la veda per la prima volta.

VOTO

Classificazione: 4.5 su 5.

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