Non tutti i film arrivano su tutti i mercati, soprattutto quando si tratta di cinema indipendente e, ancora di più, di cinema indipendente di genere. Per questo motivo, soprattutto nei decenni passati, ci si perdeva vere chicche che solo grazie al passaparola finivano sotto gli occhi degli appassionati. Esattamente quello che è successo nel 2008 a Lake Mungo, film horror mockumentary scritto e diretto dall’australiano Joel Anderson.

Trama
Australia: durante una gita familiare nei pressi della diga di Ararat, la sedicenne Alice Palmer annega mentre nuota nel lago. Dopo il funerale della ragazza, i genitori Russell e June e il fratello Mathew iniziano a percepire strane presenze nella loro casa, mentre fotografie e riprese video sembrano catturare l’immagine del fantasma di Alice. La famiglia, sconvolta, si rivolge al sensitivo Ray Kemeny e inizia ad indagare su Alice, che sembrerebbe nascondere una doppia vita e tanti segreti. Tali indagini porteranno nei pressi di Lake Mungo, un luogo legato agli ultimi mesi di vita della ragazza.

Il Lago Mungo
Lake Mungo è un luogo reale dell’Oceania, un antico lago prosciugato situato nel Nuovo Galles del Sud, in Australia, all’interno del Parco Nazionale Mungo. Divenuto sito archeologico di rilevanza mondiale dopo la scoperta di due fossili dei così detti uomo e donna di Mungo, considerate le due sepolture più antiche del mondo essendo datate circa 40.000 anni fa, è celebre anche per essere un luogo sacro per le popolazioni aborigene limitrofe. Un luogo importante quindi, simbolico, che non a caso si dimostra punto di partenza (dando titolo al film) e di arrivo in un percorso filmico che racconta l’orrore da un punto di vista folcloristico ed esoterico.

Il film inizia con la morte di una ragazzina che diventa soggetto di un (falso) documentario. La morte è quindi il soggetto del film. Una ragazzina che annega in un lago, mentre il Lago Mungo è la più antica tomba del pianeta. C’è un parallelismo costante tra le due cose, parallelismo che si palesa consapevolmente solo verso il finale, il che tradisce la natura mistery di un film horror che vive costantemente di un orrore sottile, mai urlato.
In Lake Mungo corre sotto pelle il mito della sepoltura, intesa come rituale, e quello del doppelganger, del doppio inteso sia come dualismo che come premonizione di morte. Alice è tanto la vittima quanto il deux ex machina della vicenda: muore, affoga, viene seppellita ma la sua immagine riemerge dalla tomba, cosa che spinge alla riesumazione del suo cadavere. La sua è una doppia sepoltura fisica che si trasfigura in una doppia sepoltura spirituale tra l’inizio e la fine del film. Ma a emergere è la doppia vita della ragazza: lei è il doppelganger di se stessa ancora prima dell’incontro (di cui non voglio dire più del necessario) con il proprio doppelganger. Ha dei segreti che la morte non può seppellire ed è quello il vero fantasma che aleggia, al di là della veridicità della proiezione ectoplasma di Alice.
Per questo motivo l’unico modo in cui è possibile raccontare una cosa del genere è il mockumentary: il falso documentario permette una posizione (finto) oggettiva rispetto la storia, ammantando di finta verità una vicenda che passa dal credibile all’incredibile più volte.

Mockumentary e found footage
Le origini del mockumentary risalgono agli anni ’60, ma il primo film a sfruttarne pienamente le caratteristiche fu Il cameraman e l’assassino, lungometraggio belga del 1992. Nel 1980 però c’era stato Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato, quando il mockumentary per come lo conosciamo oggi ha iniziato a prendere forma. Per parlare dell’argomento meglio fare i dovuti distinguo: un mockumentary è un falso documentario che può sfruttare la tecnica del found footage, il filmato ritrovato. Non è detto però che un film girato con lo stile found footage sia necessariamente un mockumentary. Se il film di Deodato era ancora un ibrido, Il cameraman e l’assassino metteva in campo tutte le potenzialità del genere in forma non compiuta.
Lake Mungo invece è un falso documentario fatto e finito dove la finzione diventa doppio del reale e che sfrutta la tecnica del found footage in maniera estremamente originale.

La videocamera, come la macchina fotografica, diventa tanto strumento per raccontare il reale quanto per mistificarlo. Lake Mungo è una bugia nella bugia dove i video (e le foto) ritrovati e non divengono parte della messa in scena su un doppio livello di narrazione. Su di loro si basano i tre plot twist del film, su di loro si sviluppa una riflessione sull’immagine. La camera non è necessariamente uno specchio, il documentario non racconta necessariamente una verità, quello che vediamo può raccontare anche quello che vive in noi, non per forza ciò che esiste fuori da noi. E poi c’è il cinema, che è mistificazione definitiva con tutte le potenzialità per divenire più reale del reale.
La forma del mockumentary è indispensabile, in questo caso, per creare il sentimento del terrore. Sappiamo che è tutto finto ma la forma, tanto vicina al reale, determina una sovrapposizione a cui diventa difficile sottrarsi. Quello di Lake Mungo non è un orrore visivo ma subliminale, basato sul perturbante: osserviamo il familiare e lo vediamo sfuggire alle logiche che lo determinano. Non ci sono jump scare, è anticlimatico. Non si tratta, insomma, di un orrore d’assalto ma di un orrore psicologico che si nutre di un contesto drammatico: non esisterebbe paura senza l’immergersi nel dramma della perdita che la famiglia Palmer vive fin dai primi minuti di film fino a un finale apparentemente consolatorio. Sappiamo che nulla è reale ma ci aggrappiamo a esso con la stessa forza emotiva che metteremmo in gioco guardando un vero documentario: sappiamo che non è reale ma lo percepiamo come tale.

Il mockumentary definitivo?
Joel Anderson ha diretto un unico lungometraggio, Lake Mungo. Prima di allora aveva girato solo un cortometraggio, The rotting woman (2002). Scrive il suo film nel 2005, dopo aver studiato la forma documentario, per poi uscire in Australia nell’estate del 2008. Dopo Lake Mungo ha lavorato “solo” come editore di sceneggiatura (Late Night with the Devil: In onda con il diavolo). Il suo unico film però resta un gioiello del cinema contemporaneo. La sua è una creatura sfuggente che si nutre di atmosfera.
Impossibile non notare però la maggiore ispirazione del film: Twin Peaks. A partire dal cognome della famiglia protagonista, passando all’incipit con la morte di una ragazzina, Lake Mungo prende il mistery così com’era stato declinato dalla serie di Lynch e Frost e lo sfrutta per creare una vera storia dell’orrore. Ma le similitudini tra la serie delle serie e il film di Anderson non si limitano al punto di vista formale: il tema del doppio, della doppia vita e della perdita dell’innocenza restano centrali in entrambe le due opere di fiction.
Lake Mungo può essere quasi definito il mockumentary definitivo, un vero e proprio falso documentario divenuto film di culto tra gli appassionati pur non avendo potuto giovare di una diffusione capillare. Non è un film perfetto, soffre dei tipici problemi dell’opera prima e non racconta l’orrore con violenza o effetti speciali. È piuttosto un film horror che racconta con lentezza il dramma della perdita e della solitudine. Non è un film semplice da recuperare, ma sicuramente merita di essere guardato.
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