Le creature della notte sono diamanti che sfavillano di oscurità. Ma come può l’oscurità brillare? Ebbene, l’unica risposta a tale domanda si può rintracciare nei cuori, poiché solo lo spirito sa dare spiegazioni alla mente quando essa è tanto piena di razionalità da rischiare il collasso. Osservare un gufo che si libra nel cielo notturno, infatti, significa ricordare l’innocenza, quel periodo in cui costruivamo leggere armature ricoperta di carta, capaci di spiccare il volo tirate da un filo di vento: un ricordo che l’uomo ha perduto quando si è reso schiavo del mondo che, anziché far volare gli aquiloni, li fabbrica e li vende al miglior prezzo.

Il gufo, la civetta o il pipistrello sono i desideri perduti che non hanno mai smesso di infestare l’anima, nonostante abbiano accettato d’esser stati messi da parte per una causa che, troppo spesso, brilla di colori ma all’interno si presenta vuota.

Se è tanto volitivo da non cedere al facile sostare sui tralicci, il gufo va alla ricerca d’un albero. Non si tratta mai, tuttavia, di un arbusto giovane. Perché l’uccello della notte sa che solo toccare la superficie d’una corteccia secolare vuol dire fare un viaggio attraverso il passato, senza rinunciare al presente e attingendo le capacità per intuire il futuro. La ruvidezza di un tronco sano parrebbe assai strana a confronto della liscezza d’un tronco malato, eppure la malattia si nasconde furtiva proprio dietro a ciò che non risulta estraneo. Le foglie che si piegano in angoli e tagli e curve son sinonimo di esistenza trascorsa e perciò capace di trascorrere ancora, mentre il rametto dell’arbusto novello è tanto seducente quanto ingannevole.

Questo è risaputo dalle creature della notte, che mai tendono a fermarsi sul vegetale novello, perché preferiscono l’esperienza dell’anziano.

Anche loro come tutti, però, si nutrono delle larve mentre vanno in avanscoperta sugli alberi alti e folti sino, talvolta, a renderli privi di vita. Ma la cavità che talvolta c’è al centro, dove in qualche caso si rifugia uno scoiattolo, è sempre la tana di qualcuno o qualche cosa. La formazione di simili concavità in un albero rappresenta un’aggressione che potenzialmente è in grado di danneggiarne la salute, ma può offrire riparo ad un gran numero di creature. Son però tutti animali che scappano all’arrivo del canide circospetto e dal pelo che sa di lussuria: la bestia in questione, la maestosa volpe dagli occhi furbi, può nutrirsi dei mammiferi come lo scoiattolo, e lo fa durante la notte.

L’identità di questa bestia dalla coda leggiadra non è ben chiara a nessuno, perché essa è sia una creatura notturna e sia, come dimostrano le sue pupille diamantine, un essere d’un altro regno.

Lei è presente su, dove i ghiacci formano torri dall’immensa punta galleggiante, ma anche al centro e giù, posti in cui la specie ha cambiato repentinamente e ha imparato a mangiare granchi, ad avere orecchie più lunghe o a camminare tra i cactus. Eppure, vive sempre in una tana e caccia durante la notte. È stupefacente osservare una di loro non tanto quando rincorre la preda, ma nel momento in cui alza il capo al cielo, rivolto alla madre luna che tutto rischiara d’argento, per godersi il passaggio dell’uccello corvino o del pipistrello veloce. I roditori volanti forse fan venire l’acquolina in bocca alla volpe, però questo non è certo quel che sembra, poiché sia lei che i topi del cielo hanno l’atteggiamento di chi sa sognare senza abbassare le palpebre.

Di topi che possono planare o volteggiare ce ne son tanti: il Galeopiteco, il Barbastello, il Ferro di cavallo, la Volpe volante, il Cinocefalo, la Megaderma spasma. Eppure dormono tutti a testa in giù e hanno le ali costruite con un’ingegneria ammirevole, giacché Madre Natura ha avuto l’onore, l’onere e l’ardire di costruire una membrana tesa tra le lunghe dita del pipistrello e renderla adatta al volo.

In fatto di gran creazioni, poi, non si può fare a meno di citare il lupo.

Lui è il re delle montagne e della steppa ed è solo un cane che non ha ricevuto l’educazione, come quello che l’uomo tiene di solito nella sua stessa casa. Una differenza di tale genere, tuttavia, è fondamentale, perché il cane domestico sa riportare il bastone al padrone, ma il lupo è capace di vivere in una propria ‘comunità’ in cui ferree regole vigono dal giorno alla mattina, e non esistono ciotole di cibo già pronte. Il cane dell’uomo, cioè il cane del giorno, non sarebbe mai capace dar vita ad un branco come quello dei lupi.

Solo il lupo può ed il lupo è, non a caso, una creatura della notte.

Ma c’è chi gli tiene testa, in fatto di potenza, poiché il roditore comune ha a cuore non soltanto il continuo cibarsi, ma anche l’intenso sgranocchiare. Che si tratti di carta, plastica, gomma o quasi ogni altro materiale, il topo può roderlo. Con i denti che si ritrova, sempre in crescita e perciò desiderosi di grattugiare, con la codina smilza e tenebrosa come il gambo d’una pianta aliena, con gli occhietti infossati nel cranio lungo e le zampe che sporgono dal pelo per rivelare un rosa che l’essere umano conosce bene, il roditore è capace di meravigliose catastrofi.

Ed è probabilmente per questo che, per volere della logica, sia ragionevole associare tale bestia al male e al demonio – se proprio si deve fare un’associazione di questo tipo – e rappresenti una paura costante sia per la mente coscia, che per quella inconscia.

Se tastare il pelame d’un topo risulta difficile per taluni, però, per altri ciò accade con la pelle squamosa delle rane.

Esseri primigeni, che della vita o del mondo sanno ben più delle scimmie, gli anfibi debbono accontentarsi d’un guscio sgradevole per conservare il segreto della vita. Quelle lingue super viscose hanno saggiato le labbra di principesse, o così si dice, ma hanno al contempo catturato insetti. E i maschi hanno anche gracidato, poiché solo loro possono. Ciò provoca l’invidia e l’interesse della femmina, ma spesso il rospo s’abbandona a canti tanto smielati, che si può sentire per grandi distanze. Ed è in momenti simili che il predatore ne approfitta per infilare i canini nelle viscere verdastre della rana. La femmina è muta fin dalla nascita e così resterà per tutto il tempo che le sarà concesso vivere, forse perciò a stretta dipendenza del maschio, però pur sempre meno a rischio d’incontrar la morte.

Misteri simili, crudeltà ingiustificabili e fascinazioni mortali appartengono solo alle creature della notte.

Perciò quando si affila un coltello per tagliarci carote, zucche o sedani si dà sempre un colpo in più alla lama: perché il timore che possa affiorare un fantasma notturno è nell’uomo dall’origine dei tempi. Se solo non ci si limitasse a cacciarlo via, però, si sarebbe molto più saggi. Perché scoprendo il velo del fantasma, e cioè il velo della notte, c’è qualcosa che in fondo si conosce molto bene, eppure si vuole evitare a tutti i costi: il Nulla.

Gli unici altri esseri del pianeta Terra che come l’umano non abbiano accettato tale verità, sono quelli che si muovono furtivi nel buio, perché sanno che il giorno, giacché scopre le cose, penetra la nebbia e mette in mostra il crudo del reale, non può far altro se non complicare il tentativo di sopravvivere. L’uomo si è abituato al sole perché la sua capacità di abbandonarsi alle illusioni è assai più affinata. Ma lui, come loro, vuole vivere invece di sopravvivere. Perciò è un gemello diverso di chi rifugge dalla luce senza privarsi della vita.

Anche l’essere umano, in fondo, è una creatura della notte.