L’elemento del crimine, realizzato nel 1984, è il lungometraggio d’esordio di Lars von Trier, che poi completerà la trilogia europea con Epidemic ed Europa. Fin da questo primo film, il regista danese mostra un’idea di cinema estremamente riconoscibile, e già orientata verso una forma più mentale, ipnotica e perturbante. La struttura è quella di un noir investigativo, in un’atmosfera cupa e opprimente. 

Trama: Il detective Fisher, tornato traumatizzato da un’Europa crepuscolare e in rovina, si sottopone al Cairo a una seduta di ipnosi. Da lì riaffiora l’indagine su una serie di omicidi e l’incontro con Osborne, il suo vecchio professore, autore di L’elemento del crimine, un libro in cui sostiene che per comprendere un assassino il poliziotto debba identificarsi con lui, penetrarne la mente e seguirne la logica.

La sequenza iniziale de L’elemento del crimine contiene già molto del cinema di Lars von Trier. Fisher, detective europeo, viene guidato da uno psichiatra egiziano dentro uno stato di ipnosi e ritorna così in Europa, ma l’Europa che riaffiora non ha nulla di familiare: è un territorio notturno, fradicio, malato, dove tutto sembra sfuggire alla logica e tendere verso la dissoluzione. La cornice dell’ipnosi trasforma tutto il film in un racconto filtrato da una mente già compromessa. Fisher rievoca il caso con una voce piatta, quasi svuotata, e questa monotonia accentua il fatalismo tipico del noir, dove il protagonista spesso racconta a posteriori una storia che sembra già condannata in partenza.

Il suo sospetto principale è Harry Grey, ma in un’Europa così degradata la ricerca del colpevole diventa quasi paradossale. Come isolare il male, quando l’intero mondo sembra già precipitato in una specie d’inferno? Pioggia continua, assenza di stagioni, acqua ovunque, edifici in rovina e una fotografia giallastra/seppia che prosciuga ogni vitalità costruiscono un futuro cupo e malsano, più vicino a un incubo che a una vera ambientazione realistica. Il film sembra nascere da un immaginario in cui convivono il noir moderno (neo-noir) e la fantascienza distopica, con echi di Alphaville e di Blade Runner, del cinema di Fritz Lang ma anche del poco esplorato cinema di Raúl Ruiz. Lars von Trier realizza questo suo esordio in lingua inglese, Michael Elphick interpreta Fisher, il detective incaricato di seguire le tracce di un assassino di bambine, mentre Esmond Knight dà corpo a Osborne, il mentore sempre più instabile che lo guida verso un metodo investigativo fondato sull’identificazione con il colpevole. Le interpretazioni sono volutamente straniate, quasi prosciugate, ma funzionano proprio perché appartengono allo stesso mondo malato del film. Lars von Trier prende gli elementi classici del noir e li svuota dall’interno, trasformandoli in una materia più astratta. L’indagine diventa così uno studio sull’identità, sulla contaminazione tra chi osserva e chi viene osservato, su un io che si disgrega mentre tenta di comprendere il male. In questo senso L’elemento del crimine è già pienamente von Trier, anche se stilisticamente diverso dai film che lo renderanno poi celebre. 

Il metodo di Osborne rivela progressivamente il suo lato più tossico, perché trasforma l’analisi in contagio e l’intelligenza investigativa in una forma di smarrimento. Da qui nasce l’ambiguità psicologica più forte del film, dove il confine tra osservare, capire e diventare ciò che si osserva si fa sempre più fragile. Anche la frase finale sull’anarchia va in questa direzione, a conferma che, quando ogni ordine morale e razionale cede, resta un mondo in cui l’identità stessa può disgregarsi. Nonostante sia un esordio, assistiamo a un immaginario molto forte, dove l’Europa è un continente nel caos, svuotato eppure ancora attraversato dai fantasmi della propria storia, un luogo in cui la polizia convive con bande criminali che mettono in scena rituali di violenza come se il passato non fosse mai stato davvero elaborato. Dove un delitto individuale diventa sintomo estremo di una follia collettiva più profonda e ricorrente. 

La fotografia di Tom Elling dà al film un aspetto febbrile e tossico, a metà tra neo-noir e incubo sci-fi. Una dominante color seppia che lo avvicina al bianco e nero senza esserlo davvero, come se il colore fosse stato prosciugato e ridotto a un residuo malato. Questa tonalità uniforme, sporca e stagnante viene a tratti interrotta da improvvisi squarci di blu e di rosso, che non servono tanto a colorare il film quanto a ferirne le immagini, a introdurre una dissonanza dentro un universo visivo già fortemente deformato. Il noir sembra decomporsi sotto gli occhi dello spettatore. Tutto avviene di notte, con una pioggia incessante, e gli ambienti sono pieni di oggetti catalogati senza più una funzione chiara. Fogli, lampadine, chiavi, forbici chirurgiche, bottiglie, timbri, lattine. Questa presenza insistita delle cose non costruisce un realismo concreto, ma alimenta l’impressione di un sistema collassato, dove ogni dettaglio sembra appartenere a un archivio impazzito o a una memoria che continua a produrre segni senza riuscire più a organizzarli. Ancora più della trama, conta allora la forza con cui von Trier materializza questo universo in decomposizione. Luoghi che sembrano sul punto di inghiottire tutto: il fango, il sudiciume, l’acqua onnipresente, gli oggetti abbandonati, i personaggi costretti a muoversi in spazi stagnanti. In queste immagini si avverte anche un’eco tarkovskiana, nei movimenti lenti della macchina da presa e nella maniera in cui l’acqua raccoglie detriti, resti e memorie, anche se von Trier non cerca una tensione spirituale come quella del cineasta russo. Piuttosto, assorbe quel repertorio visivo e lo piega a una poetica del disagio, dell’angoscia e della prigionia mentale. 

L’elemento del crimine vive soprattutto di questo, della capacità di generare un senso profondo di oppressione, come se ogni personaggio fosse intrappolato in un incubo da cui non esiste davvero una via d’uscita. Emblematica, in questo senso, la scena finale, grottesca e non troppo seriosa, che si rivela la chiusura ideale per questo racconto. Resta un film imperfetto, a tratti respingente, ma anche un esordio impressionante, capace di anticipare molti tratti del cinema di von Trier e di aprire con forza la sua trilogia europea. Per chi non l’avesse ancora visto (o volesse rivederlo), è attualmente disponibile sul catalogo di Amazon Prime Video.

Classificazione: 3.5 su 5.

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