Luca Canale B., già regista del giallo Onirica e del fantascientifico H010N, scrive e dirige un incubo che si nutre dell’estetica horror anni ‘70/’80. Lenskeeper – Alle porte dell’abisso, questo il titolo dell’ultima opera del cineasta torinese, affonda le radici nella poetica di Lucio Fulci, accanto alla quale si inseriscono l’orrore e l’indifferenza cosmici di H.P. Lovecraft e l’ossessione per la carne di Clive Barker.
Il film si configura come un punto di incontro tra queste tre tradizioni, riuscendo a trovare una dimensione personale e a inserirsi nella sensibilità contemporanea.
Trama
Siamo ad Arkham, città oscura in cui sorge una clinica oculistica attorno alla quale corrono voci di indicibili esperimenti. Una giovane donna ricoperta di sangue, di cui non conosciamo l’identità, viene interrogata dalla polizia in quanto unica superstite di un massacro. Il suo racconto denso ma fratturato diventa il mezzo attraverso il quale veniamo a contatto con quanto accaduto: la donna punta il dito contro Elias Graves, dottore della clinica ossessionato dall’occhio umano e dalle dimensioni a cui questo darebbe accesso.

Il fascino del proibito
Lenskeeper – Alle porte dell’abisso è costruito come un racconto dell’orrore: la nostra Jane Doe (una magnetica Diamara Ferrero) narra ciò che le è accaduto in maniera dettagliata, quasi come se fosse un audiolibro ispirato alle pagine di Lovecraft e Barker. La paura cui fa riferimento, infatti, è primordiale, concreta, fatta di materia, e il mondo che descrive appartiene a un universo crudele in cui domina la totale mancanza di senso. Accanto a quest’ultima c’è anche l’indifferenza di forze cosmiche e interdimensionali nei confronti dell’umano: come Frank e Julia di Hellraiser, l’algido Elias Graves (Paolo Mazzini) e la temibile Lilith Vane (Adele Pisani), sua devota assistente, sono tentati da qualcosa che non può essere controllato, una promessa di dominio che finirà per inghiottirli. Il film, infatti, indaga anche il rapporto tra l’essere umano e il potere e mostra la distruzione cui ci si auto-condanna quando si ha la presunzione di credere di essere padroni dell’ignoto. Un approccio diverso, non di dominio ma di protezione e custodia, sembrerebbe però essere possibile per evitare la dannazione.
L’opera di Lucio Fulci ha rappresentato la mia bussola: i suoi occhi trafitti, spalancati sull’ignoto, sono il simbolo di una visione che diventa maledizione. A questa radice ho intrecciato l’eco di Lovecraft, in cui ogni rivelazione conduce inevitabilmente alla follia, e il retaggio carnale di Clive Barker, dove la carne diventa tempio e prigione per entità fameliche. – Luca Canale B.

Un incubo materico
Nonostante l’impostazione “da racconto”, il film non si affida esclusivamente alle suggestioni dell’esposizione orale, ma mostra dettagliatamente le perversioni e le lacerazioni della carne, che siano queste legate alle procedure mediche o a terribili torture. In ciò è riconoscibile l’ossessione fulciana per il corpo che si decompone e disgrega, la cui materialità viene resa visivamente da effetti pratici d’impatto che rimandano proprio a quel modo di fare cinema. Lenskeeper – Alle porte dell’abisso è un’esperienza fisica, in cui la sostanza si fonde con lo spirito e, per estensione, in cui è impossibile distinguere la realtà concreta dall’incubo. La narrazione è quindi non lineare, quasi non risolutiva, ma invita a lasciarsi trasportare dalle suggestioni e dall’orrore che evoca.

Lenskeeper – Alle porte dell’abisso non vuole rassicurare: ci ricorda che ogni visione ha un prezzo, e che quando sbirciamo superiamo una soglia in maniera definitiva. La forza del film sta nel modo in cui utilizza il genere horror per indagare il nostro rapporto con ciò che non possiamo controllare: è un’opera di confine sul confine.
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