Al cinema come evento speciale fino al 25 febbraio, “Lo Scuru” segna il debutto nelle sale per Giuseppe William Lombardo, che porta per la prima volta sul grande schermo l’universo visionario e inquieto del romanzo omonimo di Orazio Labbate edito Bompiani, trasformando il gotico siciliano in opera cinematografica.

Il film rappresenta la parabola, fisica e soprattutto psicologica, vissuta da Faz, il nostro protagonista, che in cerca di risposte al proprio status schizofrenico e delirante, decide di cercare nella terra natia l’origine del suo profondo malessere. L’interpretazione di Fabrizio Falco riesce a far calare lo spettatore nelle ossessioni di un ragazzo che si trova in una pericolosa spirale da cui potrà uscire solo ripercorrendo, ed esorcizzando, i demoni di una terra ricca di credenze e superstizioni popolari che lasciano addosso i propri segni. Ma riuscirà questo ritorno al passato a portare finalmente un conforto per il presente o si rivelerà solo un ritorno all’incubo?

Trama

Un giovane intraprende un viaggio nella propria terra natale per superare incubi e antichi dolori. In una Sicilia ancestrale, dominata da credenze e superstizioni, troverà l’origine dei suoi mali.

Le ispirazioni del regista

Sono cresciuto ascoltando storie di bambini scambiati nelle culle nel cuore della notte. Ho vivido il ricordo di mia nonna rivolgersi a una “maàra” (maga), sua amica, per “curare” il mio primo attacco di panico, il primo della mia vita. Ricordo lo spicchio d’aglio sul mio ombelico con cui l’anziana signora cercò di “incantare i vermi”, che a suo dire generavano quelle ansie. Il rito non funzionò ma ne rimasi affascinato. Quel contrasto assurdo tra moderno e ancestrale. In Sicilia si dice che le “maàre” volino, sciolgano malefici e guariscano ogni male: lo fanno utilizzando cose semplici e familiari, come certi ingredienti. È un aldiquà che parla e agisce su di noi, creando un energico verticalismo tra cielo e terra, tra il mondo dei vivi e il sottoterra, tra i diversi livelli sociali.

Lo Scuru, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Orazio Labbate, racconta l’odissea di un giovane che vuole cancellare il proprio dolore. Ritorna in Sicilia, sua terra natale, per capire se, come afferma la diagnosi che lo ha reso un emarginato, egli sia davvero affetto da schizofrenia. Ma l’origine delle sue sofferenze forse risiede proprio lì, in quella terra dove spiriti, superstizioni e “cosi tinti” destano ancora oggi timori e suggestione. Il film indaga quel luogo misterioso dello spirito, dove si scontrano credo e ragione, scienza e superstizione. Quella che agli occhi della medicina appare quasi un destino ineluttabile, la schizofrenia, trova nella magia atavica un appiglio e una nuova speranza. È un viaggio catartico tra realtà e visione, colpe ereditarie e collettive, la ricerca di un padre da reintegrare nella storia. Sullo sfondo l’entroterra siciliano, desolato e bruciante come un deserto americano. Osservando quei luoghi ho intravisto la possibilità di dar vita ad una Sicilia diversa, reinventata come luogo cinematografico, magico e misterioso, un mondo onirico, immaginifico e suggestivo, scenario ideale per raccontare il lato oscuro che alberga in ognuno di noi. Una grande bellezza visuale che trasportava la mia terra in una dimensione altra dove ambientare storie nuove e lontane dalla Sicilia stereotipata e da cartolina. La sofferenza e il trauma del protagonista sono incorporati nello scenario e nel paesaggio stesso. I personaggi attraversano il deserto post-industriale della Sicilia rurale, un paesaggio che trasuda un senso di ultraterreno. La psicosi di Raz si proietta fuori dalla sua mente e si materializza in quegli orizzonti disumani di tralicci, pontili, strade deserte. Sia le ambientazioni, sia i personaggi esistono sull’orlo della totale decadenza e della scomparsa nel nulla.

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