Stupendamente restaurato grazie a Minerva e tornato sugli schermi dell’82a Mostra del cinema di Venezia in una proiezione speciale, Lo spettro di Riccardo Freda (per i titoli di testa Robert Hampton) del 1963 è una pellicola che ancora oggi sorprende per la sua modernità e per l’eredità che ha lasciato a buona parte del cinema di genere negli anni a venire.

TRAMA
L’affascinante Margaret Hichcock ordisce un piano segreto con il suo amante, il medico Charles Livingstone, per eliminare il suo ricco marito e impossessarsi delle sue ricchezze. Dal momento in cui i due compiono il delitto però, iniziano ad essere perseguitati da oscure manifestazioni visive e sonore del defunto, che sembra determinato a vendicarsi…

DRAMMA DELL’AVIDITA’
Lo spettro ci introduce subito in un’atmosfera gotica che sembra possedere tutti i clichè di un genere che all’epoca (inizio degli anni ’60) era in gran voga, sospinto dal successo di film come La maschera del demonio di Mario Bava e dalle opere che oltreoceano Roger Corman stava producendo ispirandosi spesso ai racconti di Edgar Allan Poe. Lo spettro apre quindi come un classico film gotico dove il fulcro sembra essere il dottor John Hichcock (cui Freda regala un cognome malizioso e già utilizzato in un sua precedente pellicola di successo) e del suo rapporto conflittuale con la giovane moglie che ne brama la morte.
Come in un racconto di Poe, John Hichcock è solo, tra una donna che non lo ama ed un medico curante che complotta con la donna per eliminarlo. Vittima sacrificale ed apparentemente topo in trappola, l’uomo prosegue strani esperimenti procurandosi quasi la morte con il veleno e contando nel medico per la somministrazione dell’antidoto, nel tentativo di indagare il confine tra vita e morte. Inutile dire che presta il fianco al piano dei due amanti che non tardano a levarselo di torno.

LA SORPRESA CHE NON TI ASPETTI
Fino a qui rimaniamo nei canoni del genere, con voci dall’aldilà e suoni inquietanti che tormentano la moglie uxoricida e turbano il suo tentativo (condiviso con il giovane complice) di trovare la fatidica chiave per aprire il forziere del defunto e razziarne gli averi. Man mano che il film procede però ci accorgiamo che non tutto è ciò che sembra. Nonostante i rumori, le apparizioni e la voce di John Hichcock che esce dalla voce di una governante apparentemente posseduta, capiamo che dietro ciò che appare sovrannaturale potrebbe nascondersi un ragionato e umanissimo piano di vendetta. La ghost story si trasforma in un giallo molto più terreno spiazzando lo spettatore abbindolato dai paramenti della classica pellicola gotica.

LO STILE DI UN REGISTA DI RAZZA
A dare ancora più peso a Lo spettro, la maestria di un regista carismatico e poco ricordato come Riccardo Freda. Uomo dal carattere non sempre facile, Freda tratta la materia con abilità e ci regala momenti di suspence davvero efficaci, per poi far esplodere la violenza in un finale che sa essere anche beffardo. Impossibile non ricordare l’aggressione di Barbare Steele che con un rasoio colpisce il malcapitato. Una scena che a tratti cita la doccia di Hitchcock in Psycho ma sa essere originale con una soggettiva dell’aggredito con il sangue che cola sull’obbiettivo della cinepresa.
DA VEDERE PERCHE’
Se ci fosse bisogno ricordarlo, Lo spettro ci rammenta quanto il cinema globale abbia un debito di riconoscenza con il talento made in Italy che negli anni ’60 e ’70 portò alla luce piccoli gioielli, plasmando la creatività e l’ispirazione di generazioni di autori successivi. Riccardo Freda (regista anche di uno Spartacus pre Kubrickiano che fu fatto abilmente sparire) ha contribuito alla storia del cinema creando trame e personaggi memorabili, che visti ancora oggi ci fanno rimanere incollati allo schermo, lavorando spesso sotto pseudonimi ingiusti, imposti dal pregiudizio e dalla provincialità dello spettatore medio.
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