La serie “Monster”, ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan, torna su Netflix con una terza stagione, imboccando però una direzione inedita, che sacrifica parzialmente la realtà dei fatti storici in nome di una narrazione poetica e metacinematografica.
Introduzione
Dopo la stagione su Jeffrey Dahmer e quella sui fratelli Menendez, la pluripremiata serie Monster è approdata sui nostri schermi per narrare la storia di Ed Gein, a cui è stato attribuito il ruolo di padre simbolico di tutti i serial killer statunitensi. Con La storia di Ed Gein, Monster abbandona quell’atmosfera patinata e camp che aveva caratterizzato la stagione sui fratelli Menendez, per costruirne una degradata e soffocante, oscura e marcia, più simile a quella già vista nella stagione dedicata a Jeffrey Dahmer. A interpretare il (serial) killer c’è stavolta Charlie Hunnam, celebre per Sons of Anarchy, capace di calarsi perfettamente nel ruolo e probabile protagonista nelle prossime edizioni degli Emmy Awards e dei Golden Globes.

Chi era Ed Gein?
Ed Gein fu un contadino americano vissuto a Plainfield, nel Wisconsin, noto per i crimini raccapriccianti scoperti nel 1957. Nella sua casa, la polizia trovò decine di oggetti realizzati con resti umani. Le uniche due vittime accertate furono Bernice Worden, proprietaria di un negozio di ferramenta, e Mary Hogan, padrona di una taverna: entrambe uccise brutalmente e ritrovate parzialmente smembrate nella sua abitazione. Gein ammise inoltre di aver dissotterrato diversi corpi femminili per ricavarne pelle e ossa, che utilizzava per costruire abiti e decorazioni. Dichiarato mentalmente instabile, fu internato in un ospedale psichiatrico, dove morì nel 1984.
ATTENZIONE: L’articolo contiene SPOILER sulla terza stagione di Monster
La ricostruzione fatta da Monster
Chi ha visto la serie potrebbe essere rimasto confuso dalla breve sintesi scritta qui sopra sulla figura di Ed Gein. Ma andiamo con ordine. Se nelle precedenti stagioni, Murphy e Brennan si erano sempre dimostrati molto fedeli alle ricostruzioni ufficiali fatte dagli inquirenti – e spesso riportate e rielaborate nelle monografie biografiche scritte da altri autori –, in La storia di Ed Gein questa accuratezza viene volutamente sacrificata in nome di una narrazione più avvincente, che sembra essere volta non tanto a raccontare chi fosse Ed Gein, ma soprattutto quella che è stata l’influenza dell’uomo sulla cultura di massa.

Nella serie, infatti, vediamo Gein eseguire più di due omicidi: oltre a Bernice Worden e Mary Hogan, Gein uccide brutalmente prima una giovane babysitter di Plainfield, e poi due cacciatori che, dopo essersi smarriti nel bosco circostante la casa di Gein, avevano finito per scoprire i cadaveri nel fienile dell’uomo. Inoltre, nel primo episodio, Gein uccide anche il fratello Henry, per poi simulare un incendio e mettere in scena una morte per asfissia.
È doveroso sottolineare che tali omicidi non sono stati inventati dagli autori di sana pianta: oltre ai due omicidi accertati, infatti, si sospetta che Ed Gein abbia mietuto altre vittime, tra cui appunto i cacciatori e la babysitter, che scomparvero misteriosamente vicino a Plainfield quando l’uomo era nel pieno della sua attività. L’omicidio del fratello, inoltre, è più di un semplice sospetto: il corpo di Henry fu rinvenuto con segni di ferite alla testa, tanto che le autorità dubitarono fin da subito della versione fornita da Ed. Tuttavia, dopo l’arresto, Ed Gein confessò solo gli omicidi di Worden e Hogan, lasciando irrisolti gli altri omicidi e sparizioni.

Ryan Murphy e l’umanizzazione dei serial killer
Già nelle altre stagioni di Monster, Murphy e Brennan erano stati accusati di indurre lo spettatore a giustificare gli assassini, romanticizzando troppo figure che in realtà avrebbero dovuto restare semplicemente mostruose agli occhi dello spettatore.
Questa critica in realtà è stata piuttosto ricorrente, specialmente nei confronti di Murphy, nel corso degli anni. Nel 2011, con American Horror Story: Murder House (leggi QUI l’analisi della stagione), il regista e produttore fu accusato aspramente per aver romanticizzato il personaggio di Tate Langdon (interpretato da Evan Peters): fin dall’uscita della serie, infatti, Tate fece stragi di cuori, divenendo il primo (sex) symbol di American Horror Story. Il personaggio di Peters fu amato e celebrato da gran parte del pubblico, come se alle persone non importasse che quel personaggio fosse il protagonista di una sparatoria in una scuola – fittizia ma ispirata alle molte reali – che aveva causato diverse morti.
Le critiche si riaccesero nel 2017 con American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace: questa volta Murphy fu accusato di aver umanizzato eccessivamente Andrew Cunanan, assassino del celebre stilista e non solo, e di aver fatto pendere troppo la narrazione dalla parte del killer.
Con l’avvento della serie Monster, questa critica ha finito per ripetersi pedissequamente di anno in anno e le accuse sono sempre le stesse. Ma allora è Murphy che non capisce il pubblico o (una parte de) il pubblico non comprende Murphy?

Oltre il mostro
Ryan Murphy ha più volte risposto alle critiche che gli sono state mosse relativamente alla rappresentazione dei serial killer, affermando che il suo obiettivo non sia affatto quello di giustificare i killer ma di “rappresentarli come persone reali in un contesto reale”. E, a ben vedere, è proprio questo tipo di rappresentazione ad aver decretato il successo di Monster: il “mostro” non è una figura distante, spinta da pulsioni oscure e incomprensibili, bensì un essere profondamente umano la cui costruzione come individuo è stata segnata e profondamente alterata da fattori esterni.
Da questo punto di vista, la serie sembra quindi seguire un approccio che in un certo senso potremmo definire “strutturalista”, in quanto si serve dell’individuo deviato (il “mostro”, appunto) per indagare quelle deformazioni sistematiche della società che lo hanno plasmato. E forse è questo l’aspetto più spaventoso di Monster: il mostro in fondo è solo un essere umano, proprio come noi.
Uomo folle o crudele?
L’analisi dell’essere umano – nella stagione su Ed Gein – sembra ruotare intorno a un’unica domanda: Gein era crudele? O solo folle?

È una domanda a cui oggi non sembra così difficile rispondere, ma che deve essere contestualizzata in un periodo storico ben preciso.
I crimini di Gein, infatti, vengono scoperti nel 1957 e hanno un impatto devastante sull’opinione pubblica: l’operato dell’uomo non ha precedenti nella storia americana e probabilmente nemmeno in quella mondiale. Per quanto chiunque si aspetti una condanna asprissima nei confronti di Gein, questo non avviene: l’uomo viene riconosciuto come mentalmente instabile, incapace di intendere e di volere, a causa di una forma di psicosi paranoica che lo porta a non distinguere la realtà dalla fantasia. Ed è proprio questa ultima caratteristica di Gein che viene sfruttata a livello narrativo in Monster: gli omicidi dei cacciatori e della babysitter vengono rappresentati in modo fortemente scenico, con richiami diretti a Non aprite quella porta di Tobe Hooper. Questi richiami insinuano nello spettatore il dubbio che si tratti di semplici rappresentazioni visive delle fantasie di Gein.
Ad alimentare questo sospetto è la presenza di scene dalla costruzione simile: in una di esse, per esempio, Ed uccide brutalmente l’amata Adeline Watkins – il cui “omicidio” si connette, con una transizione, alla celebre scena della doccia di Psyco di Alfred Hitchcock – ma poco dopo lo spettatore scopre che Adeline è sana e salva e che la scena dell’omicidio era solo una manifestazione delle fantasie di Gein (lui stesso si stupisce nel vederla in quanto convinto di averla uccisa).

Il racconto di una deriva esistenziale
La ricostruzione della figura di Ed Gein fatta in Monster lascia intuire la volontà degli autori di tratteggiare l’uomo come completamente sconnesso dalla realtà e incapace di comprendere davvero la malvagità delle proprie azioni.
Gein viene rappresentato come un uomo solo, impossibilitato a vivere nell’assenza della madre-tiranno e convinto di poterla riportare in vita attraverso i cadaveri altrui. Non è un caso, allora, che più di una volta l’Ed Gein di Charlie Hunnam finisca per suscitare nel pubblico non un sentimento di rabbia, ma una sorta di pena mista a dispiacere per la deriva esistenziale di quell’uomo. E allora anche la scelta di raccontare omicidi non attribuiti definitivamente a Gein si sposa benissimo con la volontà di caratterizzare il personaggio non come brutale, ma come totalmente folle, in preda a continui deliri e anche incapace di ricordare le proprie stesse azioni distinguendole dalla fantasia. In definitiva, Monster non racconta la crudeltà di un assassino, ma il disfacimento mentale di un uomo incapace di separare la realtà dal proprio delirio affettivo.

La madre coccodrillo e la paranoia religiosa
Come detto sopra, la follia di Ed Gein sembra svilupparsi come conseguenza di una deviazione avvenuta nel processo di formazione dell’individuo socialmente integrato. La causa principale di tale deviazione è indubbiamente la madre, Augusta, una donna autoritaria e paranoica che nutre un profondo odio verso le altre donne. La figura della madre di Gein sembra incarnare quella che Recalcati definisce la “madre coccodrillo”, concetto che deriva dal pensiero lacaniano e descrive una madre che divora simbolicamente il figlio, impedendogli di accedere a una propria autonomia soggettiva. Non è infatti possibile, per Ed, uscire dalle fauci della madre coccodrillo, che usa le armi della repressione e della violenza (soprattutto psicologica) per tenere il figlio lontano da tutti, raccontandogli che tutte le donne del mondo, tranne lei stessa, sono peccatrici che non farebbero altro che allontanarlo da Dio.
Il mondo di Ed, quindi, viene plasmato in funzione della madre e di un Dio che può essere rispettato solo sacrificando tutto il resto. Gein sviluppa fin da piccolo una visione della donna come soggetto colpevole e da punire in quanto peccatrice per natura e nello stesso tempo celebra la madre come figura sacra, perfetta e infallibile.
Quando la madre viene a mancare il mondo di Ed si svuota di senso, perde la propria funzione e a quel punto i suoi impulsi (compresi quelli sessuali) – complice anche la visione di fumetti pulp a tema nazista e delle foto dei campi di concentramento – si incanalano verso la morte e la violenza. Ma affinché il mondo recuperi il senso di cui si è svuotato con il decesso di Augusta è necessario “riportare in vita” la madre – non metaforicamente, ma attraverso la profanazione di cadaveri femminili – in modo che lei possa continuare a guidarlo.

Ronald Reagan, il genere slasher e Psyco
Ma l’aspetto più interessante di Monster: La storia di Ed Gein è il modo in cui viene analizzata l’evoluzione della cultura di massa. Nei primi anni ’80, l’allora presidente americano Ronald Reagan, insieme all’ala conservatrice del suo governo, accusò aspramente i film slasher – che in quel periodo stavano ottenendo un grandissimo successo e, di conseguenza, proliferando – di normalizzare e promuovere la violenza, soprattutto nei confronti delle donne. Che i gruppi conservatori e destrorsi imputassero all’arte i mali della società per giustificarne la censura non sorprende; sorprende semmai l’assurdità con cui si arrivò a ritenere il cinema responsabile della violenza dilagante in America.
In Monster Murphy e Brennan sembrano mettere sotto la lente di ingrandimento proprio la genesi di un certo tipo di immaginario, per mostrare come esso sia stato traslato dalla realtà alla finzione e non viceversa. Questa indagine consente inoltre di sviluppare una narrazione metacinematografica capace di appassionare chiunque ami il genere horror/slasher e la sua storia. Il primo film a cui si fa riferimento in Monster è Psyco di Alfred Hitchcock: una vera e propria pellicola rivoluzionaria, capace anche di modificare irreversibilmente il modo in cui gli spettatori fruivano dei film (leggi QUI un approfondimento su Psyco).
È appurato, infatti, che l’autore del romanzo da cui Hitchcock trasse il suo film, Robert Bloch, si fosse ispirato alla vicenda di Ed Gein per il personaggio di Norman Bates, soprattutto per quanto riguarda il rapporto disfunzionale con la figura materna e la negazione della morte attraverso la ri-costruzione di un corpo frankensteiniano con altri cadaveri.

Alfred Hitchcock e Anthony Perkins: dal successo al declino
La digressione su Psyco, inoltre, consente a Murphy e Brennan di aprire altre narrazioni interessanti, sia sulla figura di Alfred Hitchcock che su quella di Anthony Perkins (Norman Bates in Psyco). Per quanto riguarda il primo, gli autori mostrano come nessuno credesse inizialmente nel suo film. Dopo il clamoroso successo, però, furono gli stessi produttori a esortare Hitchcock a portare avanti quel filone tematico che negli anni successivi avrebbe riscosso enorme successo. Da questo punto di visto è iconica la scena in cui Hitchcock e la moglie vanno al cinema, incuriositi da un film horror-erotico di infima qualità che sta riscuotendo grande successo (Il boia scarlatto di Massimo Pupillo), uscendone disgustati. Sembrano profetiche allora le parole che la moglie di Hitchcock vorrebbe indirizzare al marito, prima che lui stesso le anticipi: “Stavolta te la sei proprio cercata, Alfred. Il film avrebbe scatenato un delirio, ma l’hai realizzato comunque”.
Per quanto riguarda invece la figura di Perkins, Murphy e Brennan si soffermano sulla drammatica storia personale e professionale dell’attore: incapace di accettare la propria omosessualità (in un mondo, quello dello spettacolo, non disposto a tollerarla) Perkins ricorse alla terapia di conversione ma, nonostante questo, la sua carriera non decollò mai definitivamente; il ruolo di Norman Bates gli si era cucito addosso e Perkins per tutta la vita, suo malgrado, fu visto dal pubblico solo come Norman Bates, non riuscendo a ottenere altri ruoli importanti.

Tobe Hooper e un pubblico che non teme lo shock
Un’altra, anche se più breve, digressione viene fatta su Non aprite quella porta di Tobe Hooper. In questo passaggio, la teoria di Ronald Reagan viene totalmente capovolta: Hooper, infatti, annuncia il progetto di girare un film folle, violento e perverso nella convinzione che ne uscirà una pellicola capace di attirare il pubblico. Il regista afferma che gli spettatori sono cambiati nel corso degli ultimi anni, non temono immagini “forti” e soprattutto non hanno paura di essere scioccati perché il loro occhio si è abituato a immagini ben più terrificanti: quelle della guerra del Vietnam.
E allora, se ce ne fosse stato bisogno, è facile smentire la teoria di Reagan: gli slasher non sono mai stati legati alla violenza (e al suo incremento), ma a un immaginario collettivo che è in fretta mutato e che ha bisogno di vedere terrori fittizi per sublimare l’orrore vero, quello della realtà di tutti i giorni.
L’eredità di Ed Gein
In ogni caso, non va sottovalutata l’importanza simbolica di Ed Gein sull’immaginario collettivo e sulla cultura di massa. Con il suo arresto nel 1957, l’America scopre il volto dell’orrore: come mostra con precisione Monster, è una sorta di scoperchiamento del vaso di Pandora, poiché il pubblico si trova per la prima volta a confrontarsi con una forma di paura nuova, che si traduce però in una morbosa curiosità. Subito dopo l’arresto, la casa di Gein diventa meta di pellegrinaggio per curiosi desiderosi di calpestare il suolo su cui sono stati commessi i crimini: un comportamento inquietante, che sembra anticipare l’attuale ossessione per il true crime.
In qualunque modo la si voglia interpretare, non si può negare che Ed Gein abbia influenzato profondamente il mondo. Dopo il suo arresto, infatti, nulla sarà più come prima: cambieranno la società, il cinema e persino il modus operandi di molti killer che a lui si ispireranno.

Pregi e difetti
Come abbiamo visto finora, in Monster: La storia di Ed Gein si assiste a un curioso cambio di paradigma rispetto alle due stagioni precedenti della serie. Piuttosto che trovarsi di fronte a una (più o meno) fedele ricostruzione di una vicenda terrificante e drammatica, lo spettatore viene trascinato nei meandri della mente di Gein, divenendo a sua volta “vittima” dell’impossibilità di distinguere con chiarezza il reale dall’allucinatorio. È proprio questo l’aspetto che ha fatto storcere il naso a molti: se è vero che la licenza poetica è imprescindibile nelle opere di finzione, qui l’impressione è che gli autori abbiano voluto spingersi oltre, correndo il rischio di disorientare lo spettatore. Ne è esempio l’episodio finale, dove la narrazione precipita in una spirale di eventi surreali e la mente di Gein diventa un enigma impossibile da decifrare.
Tra gli elementi più riusciti della stagione spiccano invece la componente metacinematografica e la riflessione – già ampiamente trattata – sull’impatto di Ed Gein sull’immaginario collettivo e sulla cultura di massa. Dal punto di vista tecnico, nulla da eccepire: la fotografia, dominata da toni freddi, sottolinea la distanza di Gein dal mondo circostante; la regia di Max Winkler e Ian Brennan trova un equilibrio efficace tra visto e non visto, accompagnando con lucidità (almeno fino alla penultima puntata) la discesa del protagonista nella follia. Ottima – come già detto – anche l’interpretazione di Charlie Hunnam, sostenuto da un cast solido.

Conclusioni
In conclusione, Monster: La storia di Ed Gein, costituisce al momento un unicum all’interno della serie ideata da Murphy e Brennan. Nonostante una narrazione a tratti non perfetta, la stagione merita assolutamente di essere vista nella misura in cui si pone non tanto come mera ricostruzione biografica del killer ma più come un luogo di indagine sull’origine del male e sull’evoluzione dell’immaginario collettivo. Il risultato è un’opera che, pur con le sue imperfezioni, riesce a lasciare un segno, invitando lo spettatore a interrogarsi non solo su Ed Gein, ma sul rapporto che la società intrattiene con il mostruoso e con le sue stesse paure.
VOTO
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– American Horror Story: Murder House – La casa come nucleo del male


































