Halloween & heavy metal: sono questi gli elementi che possono rendere iconico un film horror. E mentre halloween è alle porte, mettiamo su un disco dei Fastway e parliamo di Morte a 33 Giri (Trick or Treat), film del 1986 diretto da Charles Martin Smith.

Trama
Eddie, un adolescente metallaro e fan del cantante Sammi Curr, viene costantemente bullizzato a scuola e vede nel suo mito l’unica speranza per una rivalsa nei confronti di una società che non lo comprende. Quando Curr muore in un incendio, l’amico dj Nuke regala a Eddie la matrice dell’ultimo disco di Sammi, che Eddie scopre contenere messaggi segreti se fatto suonare al contrario, messaggi che tra l’altro lo incoraggiano a vendicarsi dei bulli. A quanto pare Curr è divenuto una sorta di entità demoniaca ed Eddie inizia pian piano ad averne paura.

Heavy metal & cinema horror
Siamo nel pieno degli anni ’80 e l’heavy metal sta andando alla grande: è la decade di punta per artisti del calibro di Ozzy Osbourne, Mötley Crüe, Kiss e Judas Priest. Ma il metal, nell’America reaganiana, non se la passava bene di fronte l’opinione pubblica: i valori conservatori e repressivi portati avanti dal presidente Reagan e sua moglie Nancy mal si sposavano con un genere musicale che, a partire dai testi per arrivare all’estetica, tentava di scardinare il bigottismo dilagante attraverso la forza prorompente della musica. L’utente medio di musica heavy metal era quindi un reietto, un incompreso, oggi diremmo “uno sfigato”. Quanti film horror hanno parlato di questo? Tanti (un titolo a caso? Deathgasm), ma forse il primo a farlo in maniera sistematica è stato Morte a 33 Giri. E lo ha fatto talmente bene da essere diventato un film iconico, un vero e proprio cult al netto dei suoi difetti e delle imperfezioni.

A dirigere troviamo Charles Martin Smith. Smith era un attore, i più lo ricorderanno nel ruolo di Terry ‘Il rospo’ Fields in American Graffiti. Trick or Treat (è questo il titolo originale) è il suo primo film da regista e non ci si crede, perché in 110 minuti di pellicola ci regala almeno tre sequenze da storia del cinema: pensiamo alla scena di apertura attraverso cui la dimensione del film (e del suo protagonista) vengono subito definite. O alla scena del ballo, quella in cui Sammi Curr fa mattanza di adolescenti a colpi di chitarra elettrica. Anche solo squisitamente da un punto di vista estetico, Morte a 33 Giri è un film che rimane impresso nella memoria, iconico nel mettere in scena quelle che potremmo definire “pose” tipiche di un genere musicale che ha fatto della sua teatralità un punto di forza. Vedete? Heavy Metal e cinema, heavy metal è cinema: le due cose si sposano alla perfezione. Se parliamo di cinema horror poi, tutti quegli elementi che la teatralità del metal ha ingigantito, non perché gli artisti ci credessero veramente (non sempre almeno) ma perché si sposavano perfettamente con la messa in scena e con i valori a cui volevano opporsi, trovano terreno fertile. I demoni, il satanismo e il soprannaturale, i dischi che suonano al contrario. La vendetta.

Cause e conseguenze
Sammi Curr (il ballerino Tony Fields) è un mostro del cinema horror che avrebbe meritato più fortuna. Su di lui, oggi, ci avrebbero girato almeno un altro paio di film. Demone o spirito della vendetta, forza caotica che distrugge chiunque gli si metta tra i piedi e non solo, Sammi non è lo spirito dell’heavy metal, non cadiamo nella trappola di identificare il personaggio con ciò contro cui l’America reaganiana si scagliava. Bisogna stare attenti a identificare le cause e le conseguenze e Curr, in questo caso, è la conseguenza. Le cause sono il bullismo, la violenza, l’assenza delle figure adulte, la mancanza di comunicazione. Chi ascoltava metal, un tempo, si sentiva incompreso e veniva bullizzato e più veniva bullizzato, più si sentiva incompreso. Da tutto ciò nasceva il risentimento. È questo che accade al protagonista del film, Eddie. Ed Eddie cade nella trappola della violenza: il suo desiderio di rivalsa si e lo identifica in Sammi, il suo mito. Ma la musica è libertà, la musica è uno strumento. Non è né buona né cattiva. Se Sammi è un eroe negativo, Eddie diventa eroe positivo con lo scorrere dei minuti. Il personaggio interpretato da uno sconosciuto e diciottenne Marc Price vive in un film tutto quel percorso che è l’adolescenza, approdando dalla fanciullezza all’età adulta.

Morte a 33 Giri, raro caso in cui il titolo con cui un film è stato distribuito qui da noi si rivela più funzionale di quello originale, è anche un film di Halloween. La scelta di ambientarlo proprio in quel periodo lì in cui i morti tornano sulla terra a spaventare i vivi non è casuale ma è lo sfondo perfetto, parte del meccanismo narrativo. Il titolo parla chiaro, in fondo. Nel suo essere un film di halloween, Morte a 33 Giri rivela anche la propria natura spensierata, che al di là della critica sociale, della metafora adolescenziale e del ritratto generazionale si fa momento in cui tutto è possibile e in cui la fantasia più sfrenata si libera anche nel suo lato più divertente. Questa opposizione, questo contrasto, rende il film ancora più iconico: abbiamo da un lato il bullismo più pesante (se consideriamo che uno degli scherzi che Eddi subisce potrebbe rientrare nel tentato omicidio), il male di vivere, la ricerca di un proprio posto nel mondo e una violenza anche abbastanza agghiacciante, mentre dall’altro la festa, la musica, la love story e una rappresentazione persino cartoonesca di quella stessa violenza. Morte a 33 Giri si presta a un duplice livello di lettura e questo lo rende assolutamente irresistibile qualunque sia lo spirito con cui lo si approccia.

Cinema iconico
Morte a 33 giri è un dark horror adolescenziale fortemente anni ’80 per estetica e attitudine. Ma anche estrapolato dal suo contesto storico, magari a 40 anni di distanza, funziona comunque benissimo. Questo perché certe cose non cambiano mai, si evolvono e basta: basti pensare al dramma del bullismo nel nostro presente, al contrasto generazionale, alla musica che si adatta ai tempi e ai giovani che li vivono, osteggiata troppo spesso dalle generazioni precedenti. La necessità che abbiamo di giudicare dalle apparenze per dare al mondo una dimensione comprensibile, definibile. Nel film di Charles Martin Smith è facile riconoscere elementi tipici di una decade che troppo spesso viene sfruttata nei suoi elementi per suscitare il tipico sentimento amarcord, sia quegli elementi universali in cui è impossibile non riconoscere sé stessi. Ma ciò che rende questo film iconico è la freschezza della messa in scena, con quasi due ore di pellicola che scorrono via ipnotiche al netto di banalità narrative su sui soprassiedo volentieri.

Cinema iconico, sia per quanto riguarda l’horror, sia per il metal. Non mancano guest star di un certo rilievo: Gene Simmons recita nelle vesti di DJ Nuke mentre il compianto Ozzy Osbourne fa un cameo nei panni di un predicatore ostile alla musica heavy metal. Basterebbe questo per correre a riguardarlo, magari proprio la notte di Halloween.
Leggi anche: Monster: La storia di Ed Gein – La genesi del male nell’immaginario americano

































