My Soul to Take, penultimo film del maestro Wes Craven prima della sua morte nel 2015, è uno dei suoi lavori più sottovalutati. La produzione era iniziata nel 2008, e Wes tornava anche come sceneggiatore (oltre che regista) dopo il suo New Nightmare (capitolo più interessante e metacinematografico della saga di Nightmare) del 1994. Questo rende My Soul to Take un’opera ancora più personale, che non scende a compromessi per convincere un pubblico più ampio. 

Trama: Nella cittadina di Riverton un killer mostruoso fa il suo ritorno dopo 16 anni, per uccidere le sette persone che nacquero il giorno in cui la sua missione venne interrotta. 

My Soul to Take
My Soul to Take

La produzione fu segnata da diverse difficoltà: alcune scene iniziali e gran parte del terzo atto vennero rigirate dopo screening poco convincenti, le riprese cominciarono nell’aprile 2008 in diverse località del Massachusetts rurale, e in fase di post-produzione il film fu convertito in 3D per inseguire la moda del momento. Negli ultimi anni è stato rivalutato in positivo da molti fan del regista, e si può trovare in home video o su piattaforma (ma in questo periodo è stato tolto).

Wes Craven in questo film non cerca la formula collaudata che aveva portato al successo i suoi capolavori come Nightmare o Scream, ma imbocca un sentiero più oscuro e torbido. Scrivendo un teen slasher decisamente anomalo, che prende le regole del genere e le mette in crisi, scardinandole dall’interno. Non sorprende ritrovarci all’interno elementi caratteristici del suo cinema: le telefonate minacciose del killer, l’incertezza sull’identità dell’assassino, e il gioco di sospetti (da whodunit post-moderno) che accompagna lo spettatore fino all’ultimo atto. Ma qui tutto è più morboso e meno tangibile. Il colpo di scena non ha davvero importanza, e funziona relativamente. È un confronto finale caotico come se il film stesso esitasse a chiudersi. My Soul to Take riesce a evocare costantemente quel senso di minaccia che manca in molti horror contemporanei. Un coming of age irrisolto e sospeso, con un protagonista, “Bug”, che è un 16enne bloccato in questa fase adolescenziale dove non riesce ad andare avanti. Non si tratta di un film pienamente riuscito, ma il suo fascino risiede anche in questo. Un tentativo sincero e originale di riproporre il teen slasher in modo ancora più anticonvenzionale. 

My Soul to Take

L’elemento che lo distanzia di più dallo slasher convenzionale riguarda proprio la figura del killer. Solitamente la tensione nasce da un contrasto fisico tra assassino a vittime, anche quando è presente l’elemento soprannaturale. In My Soul to Take questa dinamica viene stravolta: l’assassino è una forza/entità che può trasferirsi nei personaggi, controllarli, annullare la distinzione netta tra innocenti e colpevoli. Di conseguenza, lo spettatore si ritrova senza certezze. Craven, che con Scream aveva codificato e rilanciato le regole dello slasher, qui sembra deciso a decostruirle per sperimentare qualcosa di più personale. Il realismo viscerale dello slasher viene contaminato dal concetto della possessione, del controllo dei vari personaggi come se fossero burattini. 

My Soul to Take

In parallelo, Craven lavora molto bene sul tema dell’adolescenza. I due protagonisti, Bug e Alex, dicono di non sentirsi pronti a diventare adulti (anche se Alex cerca di dare forza all’amico). Gli adolescenti sono trattati come archetipi che hanno senso solo in relazione all’assassino. L’horror stesso fonda la loro identità: non esistono come semplici ragazzi, ma come personaggi definiti da un destino che li lega al killer, e non a caso l’incipit li vede segnati già dalla nascita. È un discorso cupo e paradossale, perché mostra come l’adolescenza nel teen horror non sia mai “pura”, ma sempre definita dalla minaccia che incombe. Anche lo spazio scolastico riflette questa logica. La high school non è solo uno scenario riconoscibile, ma un microcosmo con le sue leggi, gerarchie e confini. Dentro questo mondo il killer non è un semplice intruso, ma una forza che rende più evidenti queste dinamiche e le rafforza. Da questo punto di vista, My Soul to Take è un film che parla di adolescenza non come fase di passaggio lineare, ma come condizione instabile e fragile, che si regge su ruoli imposti e su un’idea di violenza strutturale. 

My Soul to Take
Il regista Wes Craven al centro tra i due giovani protagonisti, Alex e Bug

In una scena vicino agli armadietti di scuola vediamo Bug e Alex che discutono, ma arriva uno strano momento in cui sono in sincrono, Alex sembra aver preso il controllo di Bug, per pochi secondi si muovono in sintonia, ripetendo le stesse cose. L’identità, qui, non è qualcosa di stabile, ma qualcosa che può essere spostato, preso, comandato. Il rapporto tra Alex e Bug è centrale in tutto questo. In quel gesto c’è un’intera idea di adolescenza come terreno instabile, dove diventare “sé stessi” è impossibile senza prima passare attraverso lo sguardo o il volere dell’altro. Un continuo perdere e appropriarsi di un’altra identità, una nuova identità. Il migliore amico diventa guida ma anche manipolatore, e la personalità si costruisce per reazione o per imitazione, non per libera scelta. Alex prova a insegnare a Bug che essere un uomo significa incassare tutto con cinismo, sorridere e non lamentarsi mai. È una lezione che sembra un consiglio da fratello maggiore, e il fine è quello di imparare ad adattarsi al dolore e farlo proprio. È così che si sopravvive, ma è anche così che si finisce per spegnersi dentro. Bug lo capisce lentamente, assorbe questa regola perché è l’unica che gli viene data, ma proprio quando inizia a romperla (e comincia a reagire) il film cambia tono. Non lo premia con l’eroismo, ma almeno gli restituisce un po’ di realtà.

My Soul to Take

Non mancano ovviamente i momenti più goffi, e sostanzialmente poco credibili, per quanto riguarda alcune interazioni e azioni dei personaggi. Ma nell’insieme sono problemi che diventano perdonabili all’interno di un film così personale e sincero, che non ambisce a essere perfetto o per tutti. Craven sembra più vicino ai suoi personaggi che in molte altre opere. Anche se l’intreccio è caotico e il film perde spesso la bussola, c’è un’attenzione sincera per ciò che significa crescere dentro una struttura che ti dice sempre chi devi essere. E il sovrannaturale serve solo a evidenziare questo controllo. 

Non sorprende che sia stato accolto con freddezza: non offre lo spettacolo rassicurante di uno slasher tradizionale, ma un’esperienza più torbida e spiazzante, che riflette molte delle ossessioni di Wes Craven. È il film di un autore che non era più interessato a ripetere una formula, e prova a mettere in scena le crepe del genere stesso, trasformandole in materia narrativa.

Classificazione: 3.5 su 5.