Il 28 novembre di ormai ventidue anni orsono usciva nelle sale italiane Non Aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre), remake dell’omonima (ed indimenticabile) opera del 1974, e diventato a suo modo un classico del cinema horror
Trama
Un gruppo di giovani, di ritorno da un viaggio in Messico, si imbatte in una ragazza terrorizzata sul ciglio della strada. Dopo averla salvata, la ragazza si toglie la vita davanti a loro, in preda ad una crisi di panico. Cosa l’avrà portata ad un gesto tanto estremo e cosa si nasconde nella Contea di Travis, in Texas?
Recensione
Come avevo già affermato, nella recensione del remake americano di Speak no Evil (qui) ogni volta che esce un remake gli Dei lanciano una moneta. E il mondo trattiene il fiato. Dev’essere stato anche il caso di questo Non aprite quella porta (The Texas Chainsaw Massacre) all’epoca della sua uscita. Criticato da molti ed elogiato da altri, il film riprende un caposaldo del cinema horror come The Texas Chainsaw Massacre (1974) e cerca di reinterpretarlo, calandolo nel pieno degli anni 2000. Smarrimento e indignazione caratterizzano la prima visione, ma appena ci si riesce a discostare dallo sdegno derivativo della cinefilia pura, ciò che emerge è l’omaggio di un cultore.
La parte più critica: la regia
Prima di addentrarci nell’analisi di quello che, a mio parere, resta un remake tutto sommato ben riuscito e godibile, è necessario affrontare il tasto più dolente e levare il dente con tutta la radice: la regia. Niente di inguardabile o abominevole, sia chiaro ma la sua mediocrità diventa, in questo specifico caso, critica. Ciò dipende dal fatto che, seppur cerchi di reinterpretare e riprendere lo stile mokumentaristico della prima opera, la resa hollywoodiana la rende troppo “pulita”, scostandosi da quello sporco che, in Non aprite quella porta del 1974, non era solo visibile attraverso la costruzione della sceneggiatura, ma anche tramite un abile utilizzo della camera a spalla. Questo approccio più grezzo alla gestione dei movimenti di macchina, andava ad esacerbare quel senso di sudiciume che trasudava dalla casa dei Sawyer, da Leatherface e dalla vicenda stessa.

Cambia anche la fotografia nonostante, anche in questo caso, sia gestita da Daniel Pearl, direttore della fotografia anche nell’omonimo film del 1974. I colori si fanno più scuri, più cupi, perdendo quel calore che rimandava alle calde e afose giornate in Texas. Questa scelta, da una parte distingue nettamente le due pellicole, rendendo quella del 2003 più horror di quanto non fosse quella del 1974, e dall’altra rimanda ad uno stile tipico dell’horror degli anni 2000, caratterizzato da un forte uso di colori scuri e atmosfere cupe e claustrofobiche. Come affermato anche da Paolo Mereghetti, nella sua enciclopedia del cinema (edizione 2021), le atmosfere di questo Non aprite quella porta rimandano ad un indimenticabile mokumentary di quegli anni e caratterizzato dalle stesse scelte stilistiche: The blair witch project.
Calare un film degli anni ’70 nelle atmosfere del 2000
Non aprite quella porta (2003) è un film figlio dei suoi anni e questo non è percepibile solo da regia e fotografia, ma anche da alcuni cambiamenti nella trama che ne hanno permesso un ricevimento più semplice da parte del pubblico, a cominciare dall’incipit. Se nella pellicola del 1974, infatti, la vicenda partiva con la visita dei ragazzi ad un cimitero, per controllare che la tomba del nonno non fosse stata profanata da un losco individuo dedito al satanismo, nel 2003 il gruppo protagonista della pellicola sta tornando da una vacanza in Messico. La decisione, nel primo caso, di adottare la pista satanica (tanto all’inizio quanto alla fine della pellicola – vedi il rituale da compiere su Sally) deriva da un proliferare, del tutto tipico del cinema horror degli anni ’70, di soggetti a tema demoniaco. A partire da Rosemary’s baby del 1968, fino ad arrivare all’iconico L’esorcista del 1973, gli anni ’70 sono stati un periodo d’oro per la popolarità di Belzebù. Popolarità che poi si è riversata, nel decennio successivo, nel fenomeno del Satanic panic. Riadattare questa scelta stilistica, in un film dei primi anni 2000, sarebbe stato del tutto azzardato e poco credibile per la mentalità dell’epoca, caratterizzata da una rappresentazione, anche piuttosto stereotipata, dei giovani allo sbando tra sesso e droga. Sono, infatti, questi gli anni di American pie o della saga di Scream.

La decisione di immergere questa pellicola all’interno della contemporaneità dell’epoca emerge anche nella scelta dell’evento che poi scatenerà l’intera vicenda. Nella pellicola originaria, infatti, i e le giovani, di ritorno dal cimitero acconsentivano a dare un passaggio a Nubbins Sawyer, un individuo dal comportamento piuttosto losco, visibile già ad un primo sguardo. Questa scelta, che negli anni ’70 era perfettamente in linea con lo spirito e la cultura hippies, non sarebbe stata altrettanto efficace negli anni 2000, dove i protagonisti sarebbero apparsi troppo ingenui per aver dato un passaggio ad un autostoppista palesemente in mala fede. Avrebbe rotto la sospensione dell’incredulità, cosa che invece non fa il soccorrere una ragazza in evidente stato di necessità.
Una rottura con il passato solo apparente
La presa di distanza dagli anni ’70 e, tuttavia, solo formale. La pellicola cambia la narrazione, adattandosi agli anni 2000 per renderla più fruibile al nuovo pubblico, ma non recide il legame con il passato. L’opera originaria portava con sé un messaggio di protesta potentissimo. Un gruppo di giovani hippies veniva massacrato, da un assassino ispirato al celebre pluriomicida Ed Gein, nel bel mezzo del Texas, noto Stato conservatore. Il messaggio sotteso alla pellicola era proprio l’idea di un passato, di una concezione del mondo ormai superata, che non accetta il mutamento di mentalità, massacra i giovani e né fa carne da macello da mandare in Vietnam.

Nella pellicola del 2000, ovviamente, questo messaggio non ha la stessa potenza di significato, e quindi il film vira, ma tenendo un saldo legame con gli anni ’70 e con i relativi residui. Monty Hewitt (Old Monty), il signore sulla sedia a rotelle a cui Erin (Jessica Biel) chiede di poter utilizzare il telefono è evidentemente ispirato ad un reduce della guerra del Vietnam. La scelta di rappresentarlo con le gambe amputate, richiama, infatti, la rappresentazione dell’iconico Tenente Dan in Forrest Gump. Questo, così come la scelta di far interpretare lo sceriffo Hoyt all’indimenticabile R. Lee Ermey, il sergente maggiore Hartman di Full Metal Jacket (1987), sono evidenti richiami ad un passato ancora presente e che ancora non accetta la volontà dei giovani di essere fuori dagli schemi.

Un’emancipazione tutta femminile: Erin (Jessica Biel)
Un aspetto interessante e che mi ha sempre fatto simpatizzare per questo remake, nonostante tutto, è la scelta fatta per la final girl interpretata da Jessica Biel: Erin.
QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER
Innegabilmente il finale di Non aprite quella porta (1974) è iconico ed è rimasto nella storia del cinema horror e non solo. L’allora protagonista Sally, interpretata da una strepitosa Marilyn Burns, scappa su un pick-up Chevrolet in un riso isterico, mentre Leatherface si dispera per non essere riuscito a prenderla, agitando la sega elettrica all’aria. Questa rappresentazione, che poi darà il là a tutto il filone slasher e alle regole della morte ampiamente analizzante in Quella casa nel bosco (2011), sono anche figlie del proprio tempo e rappresentano Sally come una ragazza forte, ma contemporaneamente debole e bisognosa di aiuto. A salvarla sarà infatti un, non-a-caso, camionista straniero (essere salvate in Texas da una persona straniera, scandisce nuovamente il messaggio politico della pellicola del 1974). La final girl interpretata da Jessica Biel è, invece, il simbolo, tutto anni 2000, di una nuova emancipazione femminile. Erin è stata al riformatorio, è capace di avviare una macchina tramite i cavi elettrici ed è sexy, estremamente sexy. Questa visione basterebbe già di per sé a raccontarci quella che era la nuova femminilità dei primi 00. Ma se ciò non bastasse, a darci la certezza della sua indipendenza è la scena finale. Erin, mentre viene soccorsa da un camionista (evidente richiamo alla pellicola originaria), si accorge che questo sta per tornare al macello dove tutto è iniziato. Riprendendo al sequenza iniziale, la protagonista si discosta dalla ragazza salvata all’inizio della pellicola e decide di combattere per la propria vita. Come? Letteralmente passando sopra al passato. E non una, ma ben tre volte. Erin, infatti, riesce ad attivare la macchina dello sceriffo e scientemente lo investe, fa la retro, lo investe di nuovo, e poi ingrana la marcia e lo colpisce ancora, all’urlo di f* U.

Erin, con questo gesto simbolico, annienta il passato americano, ma anche il proprio e decide di avviare una nuova vita. Che il riferimento sia anche ad un passato più personale, lo capiamo da una battuta di poche scene prima. Mentre lei e Pepper stanno cercando di scappare di nuovo dallo sceriffo Hoyt, la protagonista tenta di avviare i cavi. Alla domanda della compagna di (dis)avventure su come sappia farlo Erin risponde: “L’ho imparato al riformatorio, la mia adolescenza buttata“. La ragazza fa percepire il suo desiderio di cambiamento, fin dal principio della pellicola, quando bisticcia con il fidanzato Kemper circa la proposta di matrimonio. Quando quest’ultimo verrà a mancare, Erin sarà costretta a riprendere in mano la sua vita, la sua adolescenza buttata e ricominciare. E lo farà da sola, salvando con sé anche un bambino rapito in precedenza dalla famiglia Sawyer.
Il finale di Non aprite quella porta (2003)
Il finale del film, a differenza dell’opera del 1974, non si chiude sulla final girl, ma su un filmato pseudo-amatoriale che, nuovamente, rimanda al genere mokumentary, ricalcando il desiderio di questo film di posizionarsi come una storia “vera”, ma non riuscendoci a causa dell’utilizzo troppo pulito della regia (di cui abbiamo discusso nelle sezioni precedenti. Nonostante ciò, la chiusura con la voce narrante iniziale è degna di nota:
«La scena del delitto non era stata messa in sicurezza dalla locale polizia di Travis. Quel giorno morirono due agenti. Questa è l’unica immagine di Thomas Hewitt, l’uomo soprannominato “Faccia di cuoio”. Ancora oggi il caso rimane aperto.»
FINE DELLA PARTE SPOILER
Conclusioni
Non aprite quella porta (2003) è un film che ha diviso pubblico e critica, tra chi lo ha trovato un ottimo remake, da cui trasuda l’amore del regista per la pellicola originaria, a chi lo ha odiato perchè diverso dall’opera di Hooper. Personalmente io lo apprezzo, penso che sia un film estremamente godibile, sporco al punto giusto, con scene che, tutt’oggi, fanno venire i brividi perchè riescono a trasmettere il dolore che i nostri protagonisti stanno provando. Gioca molto (e ne sono consapevole) l’effetto nostalgia, ma anche questa rilettura, a tratti femminista, che ogni volta riemerge dalle pellicole degli anni 2000, non può che farmi essere fiera di aver vissuto quel periodo.
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