Con Presence, in uscita nelle sale italiane il 24 luglio distribuito da Lucky Red, Soderbergh torna a esplorare i confini del linguaggio cinematografico con un’opera che sfida le convenzioni del genere thriller soprannaturale. Il film nasce da un’idea originale dello stesso Soderbergh, che scrisse una decina di pagine prima di affidarne lo sviluppo completo al celebre sceneggiatore David Koepp. Presence è stato realizzato con un budget di appena 2 milioni di dollari ma ha già incassato oltre 10 milioni a livello globale, segno dell’interesse generato dalla sua proposta formale e narrativa.

Presence è stato girato con una fotocamera mirrorless Sony interamente in steadycam con DJI Ronin, e Steven Soderbergh ha curato personalmente regia, riprese (con uno pseudonimo), fotografia e montaggio, spingendo l’estetica del film verso un minimalismo claustrofobico (efficace l’uso del grandangolo) e immersivo. Un’esperienza visiva costruita su lunghi piani sequenza e un uso non convenzionale del punto di vista, che diventa l’elemento narrativo centrale, suggerendo più che mostrando. Una ghost story decisamente atipica che gioca con la soggettiva e con l’invisibile, nel solco del cinema più sperimentale del regista. La storia di Presence si svolge in una casa all’apparenza ordinaria, situata in un tranquillo sobborgo americano. Quando la famiglia Payne vi si trasferisce per ricominciare dopo un trauma che ha segnato profondamente la giovane Chloe, l’atmosfera serena inizia presto a incrinarsi. È proprio la ragazza a percepire per prima qualcosa di inquietante nella sua stanza – una presenza invisibile ma palpabile – che i genitori inizialmente trattano come suggestione. Ma man mano che rumori inspiegabili, movimenti impercettibili e oggetti fuori posto si fanno sempre più frequenti, il sospetto si trasforma in angoscia. L’elemento più straniante del film sta in questo POV costante, dove gli eventi non sono raccontati dalla prospettiva umana ma da quella dell’entità misteriosa che abita la casa. Ma allo stesso tempo diventa un’estensione voyeuristica dello spettatore, testimone della lenta disgregazione della nuova famiglia.

Dopo il precedente e interessante Kimi del 2022, Steven Soderbergh torna a collaborare con David Koepp, sceneggiatore esperto e abile nel costruire tensione anche in un’unica location. Di recente al cinema è uscito anche Black Bag (2025), film di genere più action e spionaggio, che porta avanti la collaborazione tra i due. Uno dei temi ricorrenti nella filmografia di Steven Soderbergh è la confessione: dai nastri registrati di Sex, Lies, and Videotape del 1989 (che a oggi resta ancora il suo film più interessante) fino ai dialoghi intimi di Kimi, i suoi personaggi rivelano segreti profondi, spesso senza rendersi conto di essere osservati. In Presence, questo meccanismo si attiva in modo del tutto organico, con i protagonisti che si muovono e parlano liberamente perché non sanno di essere osservati. Ma quella presenza che li guarda è sia dentro il film (il fantasma) che fuori (noi spettatori), e Soderbergh gioca con questa doppia posizione, sfumando i confini tra osservatore e partecipante. Non possiamo pretendere approfondimenti dei personaggi o un intreccio avvincente, perché tutto è filtrato attraverso questo sguardo, vediamo e scoltiamo solo ciò che accade in quelle stanze, in quei momenti. Per questo motivo il film potrebbe risultare frustrante per molti spettatori che invece non riescono a fare a meno di approfondimenti e trama estesa. Il centro di questa esperienza sensoriale è il POV (Point of view), ma non nella forma convenzionale del found footage o della videosorveglianza: nessun personaggio impugna una videocamera, nessuna diegesi giustifica la ripresa, e tuttavia lo spettatore si ritrova ancorato a un occhio immobile, inquietante, come se la scena fosse vista da una coscienza disincarnata. Questo spostamento percettivo richiama soprattutto certi linguaggi del videogioco, dove l’identità del punto di vista – in particolare nei walking simulator o in alcuni survival horror – non coincide più con il protagonista ma con un’entità a metà tra il testimone e il giocatore. Il videogioco esplora da sempre forme ibride di percezione e interattività, superando la rigidità dello sguardo cinematografico tradizionale, e Presence attinge proprio da queste forme più avanzate di immersività, lasciando che sia lo spazio, più che il montaggio, a generare tensione. Diventa esso stesso il punto di vista assoluto, enigmatico, e quindi profondamente perturbante.

Presence non è un film che si preoccupa di procurare spaventi – per questo lo si potrebbe anche banalmente definire un thriller soprannaturale – il suo obiettivo è creare un’atmosfera stagnante, in grado di dare forma a una sensazione. E in questo riesce perfettamente. Alla fine, concettualmente, è la mdp (macchina da presa) stessa a essere fantasma, presenza invisibile che osserva, comprende e ci costringe a guardare a nostra volta. Inquietando in modo silenzioso e persistente. Presence funziona anche come meditazione e riflessione sottile sulla disgregazione familiare, vista come manifestazione esterna di tensioni psichiche irrisolte, come residuo emotivo che si aggira silenzioso nello spazio domestico. La casa, apparentemente anonima, diventa un campo di forze interiori, in cui la frattura del nucleo familiare – padre e figlia dotati di una sensibilità acuita, madre e figlio invece chiusi in un distacco scettico e quasi cinico – crea una dinamica profonda e ambigua attraverso cui il regista indaga la fenomenologia frammentata della convivenza (spesso forzata) familiare. E attraverso l’espediente tecnico/stilistico riesce a tenere insieme indagine metafisica, tensione psicologica e riflessione sul linguaggio stesso del cinema. Funziona come thriller, come meditazione sull’aldilà e come commento meta-cinematografico sullo sguardo e sul controllo. Mentre Soderbergh non smette di interrogarsi fino alla fine, sul perché le cose accadono, sul modo in cui percepiamo e sulle domande che restano senza risposta.
L’arrivo della medium a metà film segna il vero punto di rottura, sia narrativo che percettivo: la sua reazione viscerale all’energia negativa della casa agisce come detonatore, rivelando lo squilibrio che fino a quel momento serpeggiava sotto la superficie. La sceneggiatura di David Koepp porta con sé i tratti più cupi e intimi del suo cinema (richiamando il suo sottovalutato Echi mortali, che ha diversi punti in comune), ma è lo sguardo clinico e controllato di Soderbergh a elevare il tutto, ricercando una forma asciutta ed essenziale, lontana dai codici più abusati del genere. Koepp come autore sa come giocare con le aspettative, inserendo dettagli familiari che ci fanno intuire subito che qualcosa non va, ma queste dinamiche non diventano mai la vera essenza del film. Presence è tutto nella sua atmosfera rarefatta e perturbante.

Considerazioni personali con SPOILER:
Parlo strettamente della mia esperienza personale, dopo essermi confrontato con altre persone che hanno reagito diversamente al film. E ho notato di far parte di una piccola percentuale, mi capitò qualcosa di simile con Us di Jordan Peele. Entrambi si prestano a un tipo di fraintendimento / sovralettura troppo razionale, che la maggior parte degli spettatori fanno quando prendono come verità assoluta ogni parola pronunciata dai personaggi. Ma cosa sono i dialoghi se non espressione di persone in un mondo di finzione, con i loro limiti, dubbi, paure, e soprattutto con una prospettiva parziale. Soprattutto in film come Presence, dove il punto di vista non è umano ma spirituale, dove il racconto è costruito attraverso assenza, silenzi e ambiguità visiva; aderire troppo rigidamente al contenuto dei dialoghi può diventare una gabbia interpretativa. Sarebbe come guardare un test di Rorschach e credere che ci sia una sola immagine corretta da vedere: un elefante, un albero, un volto. Ma il punto non è “cosa c’è” nell’immagine, bensì “cosa ci vedi tu”, che cosa attivi a livello inconscio e percettivo. Nel finale di Presence, molti spettatori si aggrappano all’interpretazione più rassicurante, che ricompone un ipotetico puzzle – e quindi più razionale – con la presenza che è sempre stata il fratello morto. Perché? Perché qualcuno lo dice, e dunque è vero. Ma questo significa ignorare tutto quello che il film ha costruito fino a quel momento attraverso altri aspetti: la regia, l’atmosfera, le omissioni, l’uso del suono, la soggettiva spettrale. Significa prendere una spiegazione e chiudere la porta a ogni altra possibilità, come se il cinema fosse prima di tutto un puzzle da risolvere. Come dicevo mi capitò una situazione analoga con il film Us (che mi è piaciuto), e anche riguardandolo, non riesco a prendere seriamente quel monologo/spiegone verso la fine. Nessun complotto governativo per me, solo parole pronunciate da una persona traumatizzata, e che risuonano nella mia mente più come distraction. Tornando a Presence: trovo molto più interessante pensare che quella coscienza invisibile non debba necessariamente avere un nome, un volto, un legame di sangue. Certo istintivamente direi che poteva essere Nadia nella prima parte, e il fratello dopo la sua morte (già così sarebbe meno forzato). Ma non mi sembra il film adatto per cercare di dare una risposta a tutto, cosa di cui le menti più razionali hanno spesso bisogno. Ma il cinema a volte, specie quello più stratificato e spirituale come questo, parla prima di tutto al nostro inconscio, alla memoria e all’intuizione. È come se ci chiedesse: quanto sei disposto a non capire fino in fondo? Quanto sei aperto all’ambiguità? Ridurlo a un “era sempre stato il fratello!” significa privare il film di tutta la sua ambiguità e potenza evocativa, soltanto per due o tre dialoghi. Nel finale vediamo la presenza allo specchio, che ovviamente è il fratello… ma chi altri dovevamo vedere? È morto da poco e la famiglia disperata sta ancora elaborando il lutto. Non sto qui a dire che sia errato optare per l’interpretazione più razionale – quindi dare per vero ogni dialogo pronunciato da persone qualsiasi e non da oracoli o dal regista che entra in scena per spiegare il film – ma lancio la provocazione come invito a non dare sempre così tanto peso ai dialoghi in un film.

Presence non è un’opera da decifrare ma da vivere nella sua ambiguità, in maniera più ipnotica e viscerale. Perché quello che inquieta non è il suo intreccio ma tutto ciò che continua a restare invisibile. Un’esperienza da fare assolutamente in sala. Uno di quei rari casi che dimostra come il cinema possa nascere e svilupparsi intorno a un’unica idea o immagine, con pochi mezzi, ragionando di sottrazione sia per messa in scena che narrazione.
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