Requiem for a Dream è il film che ha consacrato Darren Aronofsky come uno degli autori più radicali e disturbanti (aggettivo molto abusato, me ne rendo conto) del cinema contemporaneo. Uscito nel 2000, tratto dall’omonimo romanzo di Hubert Selby Jr. (che firma anche la sceneggiatura insieme al regista), il film celebra quest’anno il suo 25esimo anniversario dalla prima proiezione italiana al Torino Film Festival. Requiem for a Dream resta un’esperienza cinematografica difficilmente assimilabile, più che mai attuale nella sua spietata rappresentazione del desiderio, della dipendenza e dell’autodistruzione.

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes e inizialmente accolto con reazioni contrastanti, Requiem for a Dream è diventato col tempo un vero e proprio film-culto. Si tratta di uno di quei film che lasciano un segno indelebile nello spettatore, non tanto per ciò che raccontano, ma per come lo raccontano.

Trama

Si tratta del primo grande ruolo cinematografico di Jared Leto, dopo aver ottenuto piccoli ruoli in film di grande successo come American Psycho e Fight Club. Qui Leto interpreta Harry Goldfarb, un giovane tossicodipendente che sogna, insieme all’amico Tyrone (Marlon Wayans), di arricchirsi spacciando eroina. Accanto a lui c’è Marion (Jennifer Connelly), la sua compagna, aspirante stilista che cerca nell’amore e nella droga una via di fuga da un profondo senso di vuoto.

Requiem for a dream

Parallelamente seguiamo la storia di Sara Goldfarb (Ellen Burstyn), madre di Harry, vedova e profondamente sola, che trascorre le sue giornate davanti alla televisione. Quando riceve una telefonata che la convince di poter partecipare a un quiz televisivo, sviluppa una vera e propria ossessione per il proprio corpo e per l’idea di “entrare” finalmente nello schermo. Convinta di dover dimagrire per indossare il suo vecchio vestito rosso, inizia una dieta estrema a base di anfetamine prescrittele da un medico senza scrupoli. Quella che sembra una semplice cura dimagrante si trasforma rapidamente in una dipendenza devastante.

Le quattro esistenze entrano così in una spirale sempre più violenta, scandita dal passaggio delle stagioni, fino a un finale che non concede appigli, né redenzione.

Il titolo

Requiem for a Dream è un titolo che racchiude l’essenza stessa del film. Il “requiem” è una messa funebre, un canto per i morti, ma qui il lutto non riguarda solo i corpi: riguarda i sogni. Ogni personaggio insegue un’illusione profondamente americana: successo, amore, riconoscimento, felicità, ma finisce per celebrarne inconsapevolmente il funerale.

Il sogno, nel cinema di Aronofsky, non è infatti mai un motore positivo, ma una trappola. Harry sogna l’indipendenza economica, Marion sogna di essere amata e realizzata, Tyrone sogna di riscattare la propria infanzia segnata dall’assenza e dalla violenza, Sara sogna di essere di nuovo vista, desiderata, riconosciuta. Il requiem non è quindi solo per la droga, ma per l’idea stessa che esista una scorciatoia verso la felicità.

La dipendenza come linguaggio cinematografico

Uno degli aspetti più sconvolgenti di Requiem for a Dream è il modo in cui la dipendenza non viene semplicemente raccontata, ma messa in scena. Aronofsky costruisce un linguaggio visivo e sonoro che replica il meccanismo della droga: montaggi rapidissimi, split screen, close-up ossessivi, ripetizioni continue, suoni amplificati e disturbanti.

Requiem for a dream

Il celebre “hip-hop montage”, con pupille che si dilatano, aghi che penetrano la pelle, polveri che si sciolgono, diventa una firma stilistica che lo spettatore impara a riconoscere, fino a esserne quasi assuefatto. Accanto a questi, Aronofsky utilizza suoni quotidiani resi innaturali e invasivi, come il rumore amplificato dello stomaco di Sara, che diventa un costante promemoria della fame, dell’ossessione per il dimagrimento e del controllo che la droga esercita sul suo corpo.

È un cinema che non permette distanza critica: chi guarda è costretto a entrare nel ritmo compulsivo dei personaggi, a condividere il loro bisogno, a provare sulla propria pelle la perdita di controllo.

Il personaggio di Sara Goldfarb

Se la parabola di Harry, Marion e Tyrone è quella più immediatamente legata all’immaginario della droga, è il personaggio di Sara Goldfarb quello più drammatico. Ellen Burstyn offre una delle interpretazioni più straordinarie della storia del cinema contemporaneo, incredibilmente snobbata agli Oscar.

Requiem for a dream

Sara non è una tossicodipendente “classica”: è una donna anziana, sola, vittima di un sistema che la spinge a misurare il proprio valore attraverso l’apparenza, la magrezza e la televisione. Le anfetamine diventano una droga socialmente accettata, prescritta, e proprio per questo ancora più inquietante. Il suo progressivo scivolare nella psicosi trasforma il film in un vero e proprio horror psicologico, fatto di frigoriferi che respirano, corridoi che si deformano, applausi immaginari.

Qui Aronofsky dimostra che l’orrore non nasce dal soprannaturale, ma dal quotidiano, dall’abbandono, dalla solitudine e da un bisogno disperato di essere visti.

Darren Aronofsky – Tra cult, applausi e fischi

Darren Aronofsky è senza dubbio uno dei registi più visionari e controversi del cinema contemporaneo. Dopo il sorprendente esordio con Pi – Il teorema del delirio, ha conquistato l’attenzione internazionale con Requiem for a Dream, consacrandosi come autore capace di unire un’estetica ossessiva a tematiche estreme. Nel corso della sua carriera, Aronofsky ha alternato grandi successi a opere meno fortunate, diventando l’esempio perfetto di come l’industria del cinema possa osannarti e distruggerti in pochissimo tempo, in un mondo sempre più polarizzato.

Requiem for a dream

Con The Wrestler (celebre la storia di come il film fosse stato completato pochi giorni prima della sua proiezione al Festival del Cinema di Venezia) Aronofsky vinse il Leone d’Oro, ottenendo applausi e riconoscimenti unanimi. Quando invece portò Mother! a Venezia nel 2017, il pubblico lo accolse quasi completamente con fischi, nonostante il film secondo me rimanga uno dei suoi lavori più coraggiosi e personali. Con The Whale, presentato nel 2022 sempre a Venezia, fu di nuovo trionfante: applausi, riconoscimenti e un Oscar per Brendan Fraser come attore protagonista. Aronofsky incarna perfettamente quanto sia tosta andare avanti senza farsi consumare, lavorando in un’industria che può alzarti agli occhi del mondo o schiacciarti senza preavviso.

Aronofsky non giudica i suoi personaggi, ma non li assolve mai, nemmeno in Requiem for a Dream, che a 25 anni dalla sua uscita resta citato e studiato, anche grazie alla colonna sonora di Clint Mansell, Lux Aeterna, entrata nell’immaginario collettivo. Un’opera dura e impossibile da dimenticare.

Classificazione: 4 su 5.

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