Arriva finalmente al cinema Resurrection del regista cinese Bi Gan, un’opera visionaria che diventa una lettera d’amore per il Cinema

Esistono film che ti lasciano qualcosa dal primo fotogramma all’ultimo, unendo splendide immagini ad una regia magistrale. Capita spesso che questi film diventino un prodotto di mero gusto estetico, tanta forma e poca sostanza. Con Resurrection succede l’opposto, siamo di fronte ad un’opera visionaria che mette il Cinema al centro di una narrazione, raccontando non una ma quattro storie. Fondamentale sarà lacornice narrativa che darà via alla storia, quest’ultima non è episodica slegando i racconti tra loro, ma procede quasi per capitoli narrativi. Bi Gan si era già ritagliato la sua fetta di appassionati con Kaili Blues (2015) e Un lungo viaggio nella notte (2018), mostrando la sua bravura registica in particolare con alcuni notevolipianisequenza. Con Resurrection arriva la consacrazione, grazie alla vittoria del Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes.

Con Resurrection (Kuángyě shídài) sceglie invece di scrivere una lettera d’amore al Cinema, esaltando tutte le principali componenti che ne hanno fatto la storia del XX secolo, con un incipit da futuro distopico (o fuori dal tempo) in cui gli eventi vengono messi in moto. Il fatto che ci abbia pensato e lavorato durante la pandemia, fa pensare ad un senso apocalittico del mezzo cinematografico, una fine annunciata. Forse però la Settima Arte che ha oltrepassato tutti i cambiamenti epocali degli scorsi decenni, si potrà continuare a plasmare come la cera di una candela quasi sciolta per creare qualcosa di nuovo, capace di non spegnersi.

Il sognatore: mostro o anima pura?

In un futuro distopico in cui l’umanità ha perso la capacità di sognare, raggiungendo però l’immortalità, esiste ancora una persona che riesce ad accedere al mondo onirico. Quest’ultima, chiamata Delirante, vive segregata sotto una fumeria d’oppio, dove i clienti consumano le sue lacrime sognanti. Una misteriosa donna (Shu Qi) è alla ricerca di questo Delirante e, una volta trovato, prova a cercare in lui il motore che anima la sua capacità di sognare: un proiettore cinematografico. Durante la sua fuga onirica, la creatura diventata uomo (Jackson Yee), vivrà alcune storie fino ad essere ritrovato dalla donna.

Espressionismo visivo

Ho trovato stupenda la cornice narrativa iniziale con la ricerca della donna della misteriosa creatura, in un contesto che sembra uscito da un film espressionista tedesco. Muto, con dialoghi scritti in didascalie ed ambientazioni delle segrete sotto la fumeria che ricordano Il gabinetto del dottor Caligari. Il disegn del Delirante è semplice ma iconico, una creatura sola in un Mondo che non sembra capirlo ma solo usarlo. Subito interessato e gentile alla donna che si è introdotta da lui. Quando sarà aperto, non metaforicamente, ed al suo interno comparirà un proiettore cinematografico, Bi Gan ci suggerisce che il viaggio che vedremo sarà onirico ma al tempo stesso reale come quando rimaniamo con gli occhi spalancati davanti ad uno schermo cinematografico.

Un’odissea onirico – cinematografica

In Resurrection vedremo quattro avventure del nostro Delirante, tutte con un setting completamente diverso. Tutte fanno respirare, oltre a contesti cinematografici anche momenti della storia cinese. Si parte con una storia dal respiro neo-noir anni ’30 in una Shangai dove il protagonista si trova costantemente braccato. Vediamo una metropoli aperta al commercio e pronta ad innovarsi all’ingresso del nuovo secolo, in un contesto di grande fermento.

Passiamo poi all’episodio forse più introspettivo, quello nel monastero buddista. Questa può essere vista come una metafora dell’oppressione cultural-religiosa del Partito in Cina. Il Delirante incontrerà uno yaoguai, proveniente da dentro di sé, con l’aspetto del padre defunto. Quasi a ribadire il voler spezzare ogni legame anche con la tradizione famigliare, molto forte in Cina. Dialoghi profondi e spirito bergmaniano permeano tutto questo racconto.

Il tramonto del Secolo

Arriviamo poi alla storia con l’orfano, con cui partiranno delle truffe con le carte per racimolare denaro, in una storia che parte con echi neorealisti (Ladri di Biciclette) ed arriva ad un confronto da Nouvelle Vague. Questo segmento è emblematico dell’apertura della Cina al capitalismo, una continua evoluzione che prosegue anche oggi.

Infine arriviamo al 31 dicembre 1999, siamo alla fine del Millennio, dove il Cinema è stato il media incontrastato ed adesso se ne vede il tramonto. In un magistrale pianosequenza seguiamo il Delirante mentre si innamora di una donna durante i festeggiamenti, non sapendo di essere osservato dal misterioso boss locale. Le pericolose mani guantate del boss richiamano il seminale Sei donne per l’assassino di Mario Bava e successivamente le mani di Argento nei suoi gialli all’italiana. Piccola chicca musicale, alla festa si sente Butterfly delle Smile, brano asiatico simbolo della fine del Millennio.

Sciogliersi come cera in un Mondo di specchi

Due simboli che saranno ricorrenti per tutto il film saranno la candela che brucia e lo specchio. Nel primo caso simboleggia il tempo finito del Delirante che si sta esaurendo (come forse anche quello del Cinema stesso nel Novencento). Mentre lo specchio è un simbolo che usa la donna per mostrare al Delirante la propria immagine, con il quale cerca di scrutare il mistero di una vita caduca ma segnata dalla meraviglia del sogno cinematografico.

Nel finale, con la chiusura della cornice narrativa, vediamo come le strade della donna e del Delirante si ritroveranno per una conclusione all’apparenza ciclica ma potenzialmente speranzosa per il futuro. Ritorna il tema della candela, questa volta con una sala cinematografica di cera creata affinché nuovi spettatori ci entrino e portino un po’ di quella scintilla creativa con loro, prima che quel luogo torni ad essere deserto. Per alcuni forse una conclusione negativa, io invece ci voglio vedere il senso profondo di trasformazione che il Cinema ha sempre cavalcato e che non gli ha mai permesso di morire davvero, ma di evolversi. Così come i sogni su celluloide di un Delirante che sembrava per sempre rinchiuso in un lugubre scantinato.

Resurrection è un film che, come ha detto Bi Gan, mostra la parte più bella dell’animo umano: la fragilità. Perché, se saremo ancora qui tra 50 anni e oltre, sarà questa la misura su cui si baserà il lavoro di artista (regista) a differenza di un’ossessione superficiale della perfezione che porta solo all’appiattimento della società

Classificazione: 3.5 su 5.

Leggi anche —> The Drama – Le mille forme del pregiudizio