Sulla Croisette del 79esimo Festival di Cannes, siamo riusciti a vedere in anteprima Sanguine di Marion Le Corroller. Un body horror che parla di giovani, di burnout e di crisi del lavoro.

Trama

Margot (Mara Taquin) è una giovane internista del pronto soccorso più competitivo di Francia. Seppur piena di talento e preparata, fatica a tenere il passo. E più lo stress e la pressione aumentano, più il suo corpo inizierà a mostrare sintomi particolari. Sintomi che la stessa Margot aveva già visto su alcuni suoi pazienti.

Recensione

Sanguine è l’esordio alla regia di un lungometraggio di Marion Le Corroller, giovane regista con all’attivo due corti: Dieu n’est plus médecin e Poupée Fondue. Un esordio che ha quasi del mistico, in quanto la regista ha dichiarato di aver preannunciato il suo arrivo a Cannes. Per chi crede al potere della manifestazione, una dimostrazione che volere è potere.

Influenze dall’esterno: non solo The Substance

Sanguine è un film che, per tematiche e messa in scena, si inserisce inevitabilmente nel solco del body horror femminile francese inaugurato da registe come Julia Ducournau e, più recentemente, Coralie Fargeat. Con The Substance, presentato a Cannes nel 2024, Fargeat ha infatti contribuito a ridefinire i confini del sottogenere, spostando l’attenzione verso una rappresentazione del corpo più femminile e consapevole. Il corpo non è più oggetto passivo del desiderio maschile né semplice strumento del male gaze, ma diventa il luogo in cui si manifestano identità, paure e trasformazioni.

Come in The Substance, anche in Sanguine emerge un uso sapiente e deliberato della macchina da presa. Alternando grandangoli deformanti e dettagli macro, Marion Le Corroller costruisce una messa in scena che richiama tanto l’estetica di Fargeat quanto alcune modalità di rappresentazione care a Yorgos Lanthimos. Il corpo viene costantemente osservato, sezionato e analizzato dall’obiettivo, trasformandosi in un vero e proprio campo d’indagine visiva. Non è un caso che la protagonista passi molto tempo davanti allo specchio, impegnata in un controllo quasi compulsivo della propria immagine. Tuttavia, se nel film di Fargeat lo sguardo di Elisabeth era segnato dall’angoscia del tempo che passa e dalla perdita della giovinezza, qui il sentimento dominante è il disgusto: Margot osserva un corpo che si sta modificando sotto il peso dello stress e delle pressioni che la circondano.

Anche l’uso del colore contribuisce a rafforzare questo dialogo con il body horror contemporaneo. L’ossessiva presenza del rosso richiama inevitabilmente il cinema corporeo di Julia Ducournau, in particolare Raw, dove sangue e carne diventano metafore della trasformazione identitaria. In Sanguine, tuttavia, la componente visiva appare spesso più controllata e stilizzata. In alcune sequenze, emblematica quella ambientata nel fast food, il film sembra avvicinarsi alla ricerca cromatica esasperata di The Substance, sostituendo alla crudezza organica una costruzione estetica più artificiale e performativa. Se il rosso continua a rappresentare la metamorfosi della protagonista, esso diventa anche elemento scenografico, parte integrante di una riflessione sull’immagine e sulla performance del corpo.

L’influenza di Lanthimos emerge infine nella costruzione di situazioni volutamente grottesche, sospese tra ironia e perturbante. Una scelta che contribuisce a bilanciare l’orrore corporeo e l’estetica d’exploitation del film, impedendo che il racconto scivoli nel puro compiacimento visivo e mantenendo viva una costante tensione tra disagio e fascinazione.

Una generazione in burnout

Senza entrare nei dettagli della trama, Sanguine si presta anche a una lettura profondamente contemporanea. Nelle interviste rilasciate durante il Festival di Cannes, Marion Le Corroller ha raccontato di aver lavorato per cinque anni nel settore finanziario e di aver vissuto personalmente un’esperienza di burnout. È proprio da questa esperienza che nasce l’idea del film, che utilizza il linguaggio del body horror per interrogarsi sul rapporto tra individuo e lavoro nell’economia della performance.

Pur evitando facili moralismi, la regista sembra riflettere sulle conseguenze di un sistema che richiede una disponibilità costante, una produttività senza pause e una continua dimostrazione del proprio valore. In questo senso, il progressivo deterioramento fisico della protagonista assume una valenza simbolica che va oltre l’orrore corporeo: il corpo diventa il luogo in cui si accumulano stress, aspettative e pressione sociale. Sanguine si trasforma così in una riflessione sul disagio di una generazione chiamata a essere sempre presente, sempre efficiente e sempre performante, anche quando il costo da pagare diventa invisibile agli occhi degli altri.

Conclusioni

Sanguine è senza dubbio un ottimo esordio alla regia. Marion Le Corroller dimostra di conoscere bene il linguaggio del body horror contemporaneo e di saperlo utilizzare con consapevolezza, costruendo un film visivamente forte e capace di lasciare il segno. Al tempo stesso, però, il peso delle influenze è evidente. L’eco di The Substance è particolarmente forte, così come quella del cinema di Julia Ducournau e, in alcuni momenti, di Yorgos Lanthimos. Un’eredità che arricchisce il film ma che, a tratti, rischia anche di farlo apparire meno originale di quanto vorrebbe essere.

Questo non significa che Sanguine non abbia qualcosa di suo da dire. Anzi. Pur inserendosi pienamente nel filone della female rage, il film sposta leggermente il focus verso una riflessione più ampia sul disagio delle nuove generazioni e sul rapporto sempre più complicato tra identità, lavoro e performance. L’emancipazione femminile rimane al centro del racconto, ma si intreccia con temi che riguardano chiunque si sia trovato a fare i conti con aspettative sempre più alte e con la pressione di dover essere costantemente all’altezza. Forse Sanguine non rivoluziona il genere come hanno fatto alcune delle opere a cui guarda apertamente, ma conferma quanto il body horror possa ancora essere uno strumento efficace per raccontare le ansie del presente. E lascia la sensazione che Marion Le Corroller abbia tutte le carte in regola per ritagliarsi uno spazio personale all’interno di questo filone cinematografico.

Classificazione: 3 su 5.

Leggi anche: Raw – La nascita di un’autrice