Lo scorso 4 giugno 2026 è uscito nelle sale italiane Scary Movie, sesto capitolo della celebre saga di parodie horror. Un film che punta evidentemente all’effetto nostalgia, ma che perde di vista il peso del tempo che passa.

Trama

Mentre sta guardando Horror Movie, Martedì (Savannah Lee Nassif) viene aggredita proprio da Ghostface. Sopravvissuta all’aggressione, saranno la sorella Sara (Olivia Rose Keegan) e il fidanzato Jack (Cameron Scott Roberts) a indagare sull’assassino, cercando di svelare chi si celi dietro la maschera bianca più famosa del panorama horror.

Recensione

Prima di iniziare è necessario che voi sappiate che chi scrive questa recensione è una millennial cresciuta con la saga di Scary Movie. Conosce le battute a memoria e spesso le utilizza nel suo vocabolario quotidiano. E’ inevitabile, quindi, che una parte di effetto nostalgia sia presente in questa valutazione, che tuttavia è onesta e priva di preconcetti.

Scary Movie (6) è un film che punta ampiamente sull’effetto nostalgia, e lo fa in modo manifesto, dichiarandolo apertamente. Il target a cui si rivolge è principalmente quello dei millennial, cercando di recuperare quell’umorismo ormai posticcio che era tipico delle prime pellicole. In questo tentativo maldestro di richiamare i vecchi sfarzi, tuttavia, perde di vista l’inesorabilità del tempo. Non siamo più nei primi anni 2000, e quel tipo di ironia, non riesce più a far ridere, nemmeno il target a cui è rivolto il film che ormai è maturato e ha sviluppato una sensibilità diversa verso le cosiddette tematiche woke. Ma supponendo, anche per assurdo, che il film sia veramente un anti-woke come dichiarato nella campagna marketing, la verità dei fatti è ben diversa e ci sono tre enormi elefanti nella stanza: l‘assenza di una trama coerente al mondo diegetico della saga, la selezione avversa di alcune tematiche e l’incapacità di leggere la realtà del presente.

L’assenza di trama e la bulimia citazionistica

Se dovessi individuare un predecessore diretto all’interno della saga, direi che Scary Movie 6 assomiglia molto più al secondo capitolo che non al primo o al terzo. La scrittura dei fratelli Wayans appare stanca e, in alcuni momenti, quasi svogliata.

Il primo Scary Movie funzionava perché riusciva a costruire una storia coerente, pur all’interno di un contesto parodistico. Il secondo, invece, mostrava già diverse crepe narrative, ma riusciva comunque a compensarle con gag efficaci e perfettamente in linea con la comicità del periodo. Questo sesto capitolo, al contrario, perde brillantezza proprio dove dovrebbe eccellere: nelle battute.

A mio parere, uno dei problemi principali è una vera e propria bulimia citazionistica. Il film attinge senza sosta da Scream (soprattutto i capitoli 4 e 5), Halloween (2018), Weapons, The Substance, Sinners, Scappa – Get Out, Nope, Longlegs, M3GAN, Smile, KPop Demon Hunters, It Follows, Terrifier 3 e Final Destination, solo per citarne alcuni.

Il risultato è inevitabilmente un enorme patchwork di riferimenti che finisce per soffocare la narrazione. Certo, anche i precedenti film della saga costruivano gran parte del loro umorismo sulle citazioni, ma esisteva sempre una struttura portante capace di tenere insieme il tutto. Nel primo capitolo, ad esempio, Scream e So cosa hai fatto costituivano l’ossatura principale del racconto, mentre le altre parodie si inserivano in modo organico senza appesantire la trama.

Qui, invece, manca proprio quel collante. L’accumulo continuo di riferimenti trasforma il film in una sequenza di sketch scollegati, più simile a una raccolta di gag che a una vera pellicola. E quando persino una saga costruita sulla parodia perde il controllo della propria struttura narrativa, il rischio è che la nostalgia da sola non basti più a sostenere lo spettacolo.

Un problema di selezione avversa

Un altro grande elefante nella stanza di Scary Movie 6 è una sorta di selezione avversa dei bersagli della sua satira. Il film si presenta apertamente come “anti-woke”, un’etichetta ormai logora e spesso utilizzata come contenitore indistinto per qualsiasi tema legato a inclusione e diversità, e per comodità, accettiamo pure questa definizione.

Il problema è che l’approccio anti-woke del film regge fino a un certo punto. I fratelli Wayans non si fanno particolari problemi a colpire donne, comunità LGBTQIA+, persone anziane e giovani, ma quando il discorso si sposta sul razzismo, il meccanismo cambia improvvisamente: a essere ridicolizzati non sono i neri, bensì i razzisti. Una coincidenza? Forse. Resta però il fatto che i fratelli Wayans sono uomini neri e che, proprio nelle battute dedicate a questi temi, il film trova alcuni dei suoi momenti migliori.

Le gag sul saluto di Elon Musk, sulla “vera storia nera” scritta da Kanye West o sull’ICE sono tra le più riuscite dell’intera pellicola. Ed è proprio qui che emerge il grande rimpianto di questo Scary Movie. Perché, invece di limitarsi a riproporre una comicità che apparteneva ai primi anni Duemila, il film avrebbe potuto sfruttare il proprio potenziale satirico per confrontarsi davvero con le contraddizioni del presente.

Viviamo in un’epoca che guarda costantemente al passato, sia in senso politico che culturale, ma che al tempo stesso fatica a fare i conti con il fatto che il mondo è cambiato. Scary Movie 6 sembra vittima della stessa dinamica: nel tentativo di riprodurre fedelmente il linguaggio comico di vent’anni fa, rinuncia quasi completamente a osservare ciò che accade oggi.

Il risultato è un’occasione mancata. Perché la vera satira non consiste nel provocare a tutti i costi, ma nel colpire il potere, metterne a nudo le contraddizioni e mostrare ciò che normalmente preferiremmo ignorare. È una comicità che guarda dal basso verso l’alto. Ed è proprio quella che, qui, manca di più.

L’incapacità di comunicare con e della GenZ

L’ultimo grande problema di questa pellicola, già colma di incongruenze, riguarda la rappresentazione della GenZ. Ennesimo bersaglio della presunta satira di Scary Movie 6, i ragazzi e le ragazze di questa generazione vengono descritti attraverso uno sguardo profondamente ageista.

Sia chiaro: è evidente che l’intento del film fosse quello di ridicolizzare la Generazione Z. Il problema è che si percepisce una totale mancanza di conoscenza dell’argomento. La comicità si limita a rincorrere stereotipi superficiali, senza mai cogliere gli aspetti che rendono davvero peculiare questa generazione. Non che ci si aspettasse un trattato di sociologia, ma ancora una volta il problema è di scrittura: le battute non riescono a colpire né i millennial, che rappresentano il pubblico di riferimento della saga, né tantomeno la GenZ.

Ed è qui che emerge una differenza sostanziale rispetto ai capitoli storici della serie. Per capire cosa intendo, basta tornare alla scena pre-credit di Scary Movie 3, in cui Pamela Anderson e Jenny McCarthy discutono della “cassetta killer”. Pamela Anderson, perfettamente consapevole del doppio senso, domanda se si stiano riferendo proprio alla celebre videocassetta che la ritraeva insieme a Tommy Lee. La battuta funzionava perché era Pamela Anderson stessa a prendersi in giro, trasformando un episodio doloroso della propria vita in materiale satirico. Lei era contemporaneamente soggetto e oggetto della comicità, permettendo al pubblico di passare dal ridere di qualcuno al ridere con qualcuno.

Lo stesso meccanismo, in parte, è presente anche nelle gag sul razzismo di questo sesto capitolo, di cui parlavo poco sopra. Quando la comicità funziona, è perché a essere messi in ridicolo sono i razzisti o perché gli stessi fratelli Wayans scherzano su una realtà che conoscono direttamente. C’è una consapevolezza interna che rende la battuta più autentica.

Con la GenZ, invece, tutto questo scompare. I fratelli Wayans osservano la generazione più giovane dall’esterno, affidandosi a cliché stanchi e a una visione che appare inevitabilmente datata. Non c’è comprensione, non c’è partecipazione e, soprattutto, non c’è quel minimo di autoironia che permetterebbe alla satira di funzionare davvero. Il risultato è che la presa in giro sembra arrivare da chi parla di una realtà che non conosce più, portando lo spettatore a una sola, inevitabile risposta: “ok boomer”.

Conclusioni

Il mio giudizio su questo ultimo capitolo della saga è legato soprattutto a una parola: consapevolezza. Una consapevolezza amara, certo, ma che potrebbe trasformarsi in una grande opportunità se affrontata nel modo giusto: il tempo passa. È una verità inevitabile, tanto nella vita quanto nel cinema. E accettare lo scorrere del tempo significa anche accettare il cambiamento.

Andare avanti non equivale necessariamente a perdere qualcosa di sé. Al contrario, può rappresentare l’unico modo per restare rilevanti. Questo vale anche per la satira. Comprendere che il contesto culturale è cambiato, che molte gag nate nei primi anni Duemila oggi non producono più lo stesso effetto e che si può ancora scherzare su qualsiasi argomento, purché lo si faccia con intelligenza e consapevolezza, potrebbe essere la chiave per riportare in vita una saga che ha segnato un’intera generazione.

Perché il vero rischio non è cambiare, ma restare fermi mentre tutto il resto si muove.

Scegliere di evolversi senza rinnegare la propria identità sarebbe la più grande vittoria dei fratelli Wayans. E io, da fan cresciuta con questa saga, spero sinceramente che prima o poi riescano a compiere questo passaggio, tanto naturale quanto necessario.

Classificazione: 1.5 su 5.

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