Usciva nel 1996 Scream, il capolavoro diretto da Wes Craven e scritto da Kevin Williamson, lo slasher che avrebbe fatto la storia, risollevando l’horror dalla battuta d’arresto che aveva subito ne gli anni ‘90.
Con la nascita dell’iconico Ghostface e della final girl Sidney Prescott, la saga si è imposta come fenomeno metacinematografico capace di riflettere sulle proprie regole mentre le metteva in scena. Dopo la quadrilogia conclusasi nel 2011, il franchise è stato rilanciato nel 2022 con Scream, diretto dai Radio Silence, e seguito da Scream VI, entrambi con protagoniste Melissa Barrera e Jenna Ortega nei panni delle sorelle Carpenter. Il settimo capitolo, tuttavia, non ha avuto una gestazione semplice: nel 2023 il duo di cineasti dovette lasciare il progetto a causa di conflitti di programmazione legati a Abigail, e il testimone passò a Christopher B. Landon, già regista di Auguri per la tua morte, Freaky e Drop.

Melissa Barrera

Qualche tempo dopo, purtroppo, venne annunciato il licenziamento di Melissa Barrera in seguito ad alcune sue dichiarazioni contro il genocidio dei palestinesi: a catena, abbandonarono anche Ortega e Landon, per i quali il film non aveva senso di esistere senza Barrera. La produzione, per tenere in piedi l’operazione, chiamò Williamson, uno dei papà della saga, questa volta in veste di regista – e co-sceneggiatore insieme a Guy Busick. La storia, per ovvi motivi, è stata ripensata da zero, spostando il focus su Sidney e sulla sua famiglia, in particolare sulla figlia Tatum. Impossibile ignorare l’elefante nella stanza: Scream 7 poggia sulle peggiori fondamenta, essendo nato da un’ingiustizia colossale. Anche se queste fratture si vedono, il film ha delle intuizioni molto interessanti.

Trama

Dopo gli eventi di New York mostrati in Scream VI, da cui si tenne alla larga, Sidney (Neve Campbell) conduce un’esistenza normale (pur vivendo in una stato di costante allerta) insieme alla sua famiglia. Il passato, però, torna a bussare alla sua porta quando un killer mascherato da Ghostface uccide una coppia nella casa di Stu Macher a Woodsboro, adibita ora ad attrazione turistica. Il nuovo assassino non sembra interessato a replicare uno schema: il suo obiettivo è quello di colpire Sidney nel profondo, prendendo di mira sua figlia Tatum (Isabel May).

Tagliare col passato

Chiunque abbia visto almeno un capitolo di questa saga sa quanto siano d’impatto le scene di apertura, e Scream 7 non fa eccezione. Williamson ci porta nella casa di Stu Macher, quella che fu teatro degli omicidi nel primo film e che avevamo rivisto nel quinto capitolo. Questa volta, però, la casa non è un luogo reale: la coppia-carne-da-macello si trova lì per vivere la Macher House Experience, ovvero per rimettere in scena e reinterpretare quella che per persone vere è stata una tragedia. Questo turismo dell’orrore, scaturito dall’ossessione per il true crime, spoglia la casa di qualsiasi forma di sacralità e la rende un parco a tema in cui scattarsi selfie con addosso il costume di un assassino e ripeterne le battute. I poster di Stab (il film nel film) affissi alle pareti e i continui rimandi ad esso aggiungono uno strato ulteriore: la casa è contemporaneamente set, scena del crimine e attrazione turistica, uno spazio dove i personaggi recitano una versione dei fatti già mediata dal cinema. E Ghostface, dopo aver eliminato i fruitori di questo circo, non può far altro che bruciare la casa stessa: è come se Williamson stesse mettendo un punto all’attaccamento al passato, alla nostalgia su cui la saga stessa si fonda, attraverso un gesto che assume un valore apertamente metacinematografico.

Ripetere una formula

Scream 7, dopo aver dichiarato l’intento di allontanarsi dalla sua comfort zone distruggendo uno dei simboli del franchise, ci presenta la nuova protagonista Tatum. La ragazza è nella sua stanza quando il fidanzato Ben entra dalla finestra, dicendole che stava guardando Stab e che questo gli aveva fatto pensare a lei: Williamson cita se stesso e l’iconica scena del primo film con Sidney e Billy Loomis in maniera tanto sfacciata e stucchevole da risultare provocatorio. Si tratta di un’ostentazione che nasconde un gesto consapevole: la scena suggerisce che i personaggi non vivono più esperienze autentiche, ma repliche. Questa volta non è il killer che vuole imitare, omaggiare, “fare il proprio film”, ma sono gli stessi personaggi bloccati in un corto circuito, ossessionati dal culto di un passato mitizzato. Sidney, che era riuscita ad andare oltre il trauma sottraendosi all’ennesimo ritorno (non era presente, infatti, durante gli eventi di Scream VI), è come se venisse spinta nuovamente in quel vortice quando il killer utilizza proprio l’immagine di Stu Macher (attesissimo ritorno di Matthew Lillard) per riavvicinarla al suo passato, alle origini, alla nascita della sua immagine. Sidney ha infatti cambiato città e cognome, eppure c’è chi non accetta che lei non sia più il personaggio, la scream queen, la final girl.

Cosa funziona e cosa no

Il film è concettualmente interessante: Scream 7 riflette sulla nostalgia, sul nostro bisogno compulsivo
di guardare – e vivere – le tragedie altrui (simbolica è anche la scena dell’intervista che Sidney concede a Gale) e sull’adorazione e idealizzazione delle celebrità
. La scena di apertura è girata benissimo e ci sono delle scelte visivamente azzeccate, come la fuga di Tatum tra le strade di una cittadina deserta, con l’ombra di Ghostface che si allunga sui muri dietro di lei – un’immagine che de-personalizza ancora di più la figura del killer, rendendola una presenza astratta, uno spettro del passato. Alcune delle morti, inoltre, sono originali, violente e ben orchestrate, e in generale il film non lesina sul gore. Tuttavia, Scream 7 a volte perde mordente, non riuscendo a tratteggiare al meglio i nuovi personaggi adolescenti e mettendo in scena la rivelazione del/dei killer più debole di tutta la saga (o quasi). Il finale, infatti, appare frettoloso, poco curato, e resta il dubbio se l’anticlimax sia frutto di una scelta deliberata – coerente con il discorso sulla decostruzione del mito – o di una scrittura rimaneggiata in corso d’opera.

!!SPOILER!!

Scopriamo, in questo odiatissimo finale, che i volti dietro la maschera di Ghostface sono Jessica Bowden (una bravissima Anna Camp) e Marco Davis (Ethan Embry) – con un terzo killer-burattino che viene fatto fuori a metà film, investito da Gale Weathers (la sempre divina Courteney Cox). Jessica si professa grande fan di Sidney: sostiene che il libro scritto dalla protagonista, Fuori dall’oscurità, l’abbia aiutata ad affrontare il marito violento… e ad ucciderlo. Ricoverata in una clinica psichiatrica, conosce Marco, che diventerà poi suo complice. Jessica non accetta il fatto che Sidney, la sua eroina, si sia ritirata dalle scene, smettendo di essere la stella celebrata da tutti per la sua forza e la sua capacità di uccidere i suoi assalitori. La killer intende, quindi, eliminare la stessa Sidney sotto gli occhi di Tatum, in modo da donare a quest’ultima la sofferenza necessaria a diventare la nuova final girl. Il movente sta in piedi appena e i due assassini non appaiono neppure carismatici o particolarmente scaltri – Marco, in particolare, sembra un’aggiunta dell’ultimo momento. Ma, volendo attribuire un significato a questa scelta, io credo che rappresenti un’ulteriore punto di rottura con i film precedenti: i killer sono mediocri, patetici, e non brillanti o manipolatori. Jessica incarna il pericolo dell’idolatrare persone sconosciute perché si crede di rivedere se stessi nelle parole da loro pronunciate – che, in questo caso, sono state completamente distorte.

L’utilizzo del deepfake di Stu, seguito da una carrellata sul finale di quelli di Roman Bridger, Linus e Nancy Loomis, sottolinea ancora quell’ossessione per il ritorno del passato che caratterizza i franchise e l’artificiosità dell’immagine delle star. I volti ricostruiti con l’intelligenza artificiale sono icone svuotate che dimostrano come tutto possa essere manipolato e riprodotto all’infinito. Sidney, al contrario, nel finale si apre finalmente con la figlia, svelando la persona dietro il personaggio, e le spiega finalmente il motivo per cui ha deciso di chiamarla Tatum. Mentre la ragazza conosce di Tatum solo l’immagine parziale che cronaca e finzione ha raccontato – e la vede quindi solo come una vittima impotente – Sidney ne conosceva la vera essenza, la complessità, e tutte le qualità che si augurava per la figlia.


In conclusione, Scream 7 non è un disastro, ma nemmeno un capolavoro: è un buon film con ottime intuizioni che potevano essere approfondite o sviluppate meglio, colpa probabilmente di una produzione travagliata. Resta comunque un capitolo interessante, capace di mettere in discussione il mito e lo sguardo ossessivo dello spettatore.

Classificazione: 3.5 su 5.

Leggi anche: Scream VI – Ghostface terrorizza New York e Nightmare: Nuovo Incubo – Si può fuggire da Elm Street?