Seconda opera diretta dall’attrice e regista Mary Bronstein, titolo originale “If I had legs I’d kick you”, questo drammatico con componenti horror ha già un ottima distesa di candidature di cui vantarsi. L’attrice principale è Rose Byrne, che per il ruolo non solo ha già vinto un Golden Globe e l’Orso D’Argento, ma è anche candidata agli Oscar come miglior attrice. Nella produzione inoltre riconosciamo nomi importanti: oltre al marito Ronald Bronstein troviamo Josh Safdie. I due sono collaboratori di lunga data, coinvolti in altre produzioni di rilievo come Diamanti Grezzi e l’ultimo successo Marty Supreme. Il film in questione indaga le paure riguardanti la genitorialità e la lotta contro le aspettative sociali a riguardo.

Trama
Linda è una psicoterapeuta, una paziente, ma soprattutto una madre. L’ultimo dei ruoli nominati è quello che ha più spazio nella sua vita e si prende la maggior parte delle sue energie. La figlia è affetta da una particolare malattia non specificata che richiede le sue attenzioni costanti, e questo, combinato all’assenza del marito e agli imprevisti della vita, la rendono una persona altamente disfunzionale.

La paura della genitorialità
La regista usa vari modi per parlare delle paure che possono scaturire dall’essere genitori. Si parla di senso di colpa materno, elemento centrale del film, che porta la protagonista a chiedersi se la malattia mentale di sua figlia non sia emersa a causa sua. Sorgono domande su come sia una ‘buona madre’ e su quello che la società si aspetta da ogni donna con figli che si rispetti. Il capitalismo, una vita vissuta di corsa,il patriarcato, sono tutti elementi perfettamente intrisi nella trama del film. Gli abusi maschilisti, che si aspettano un atteggiamento preciso da una donna e da una madre, si presentano come micro-aggressioni la cui cumulazione porta allo sfinimento del personaggio principale, che -spoiler- è una persona normale, ma messa in un contesto pieno di difficoltà.

Una buona madre
Linda è un personaggio interessante: la combinazione terapeuta + madre crea un’aspettativa, una che prevede una persona che sappia autoregolarsi e che sia calma, misurata – mentre lei si trova continuamente in situazioni di stress e al limite dell’insofferenza. C’è poi una ricerca spasmodica per delle risposte a una domanda specifica: sono una buona madre? Sono una buona madre, anche se sono sfinita? Anche se non riesco a gestire quello che mi succede intorno, anche se desidero una vita senza la malattia di mia figlia? La società in cui viviamo ha una visione molto limpida di com’è una buona madre, e se per un motivo o per un altro si è portati fuori dal binario dell’amore per il sacrificio, viene da porsi questo tipo di domande. Il film ci porta davanti ad una sorta di scomodità che fa vedere quanto sia comune uscire dai parametri di come debba essere una madre accettabile e mostrandoci al contempo che questa diversità non significa meno amore. ‘Se potessi ti prenderei a calci’ è scomodo anche perché ti porta dentro la vita di una madre diversa, che non sa se il ruolo di madre le si addice e quindi dice al pubblico l’indicibile, gli fa provare sentimenti che non sono socialmente ammissibili

La componente horror
Particolare ma vero, l’horror presente nel film non è particolarmente caratterizzato dal soprannaturale quanto dagli imprevisti che una vita caotica pu presentare. Principalmente l’horror è rappresentato problemi da madre, ma senza il tempo e lo spazio emotivo per gestirle. I personaggi che si presuppone dovrebbero appoggiare Linda non sono interessati a lei o al suo benessere, portando lo spettatore dentro la spirale di solitudine, burnout e disagio che contraddistingue i toni del film. Ad essere curioso della sua persona c’è per la perla comica del personaggio di James (interpretato da A$AP Rocky) che è in totale contrasto con chi invece si dovrebbe occupare di lei, come il suo terapeuta (Conan O’Brien) o il marito (Christian Slater). Per i fan del genere ci sono per alcuni elementi di body horror pronti a colpire/soddisfare gli spettatori più pazzerelli.

Il film è una spirale di eventi che genera affanno. Durante la visione cerchiamo di prendere aria insieme alla protagonista nei suoi buffi e disperati tentativi di respirazione guidata, viviamo con lei la sofferenza di una vita disegnata dalle linee del patriarcato. Le regole scritte dagli uomini riguardo alle responsabilità femminili a volte rendono la vita di una donna in quanto tale semplicemente impossibile. La regia suggerisce che non si parla di un rapporto madre-figlia, ma della sola condizione materna tramite claustrofobici primi piani del viso di Linda. I dati parlano da soli: la rappresentazione è magistrale e l’interpretazione è candidata agli Oscar.
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