In onore di quello che sarebbe stato il 94 compleanno di Andrej Tarkovskij riscopriamo insieme uno dei suoi capolavori: Stalker. Una riflessione struggente sulla vita e sulla reale essenza dell’animo umano

La debolezza è potenza, e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte e rigido, così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, e quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza.

(Lo Stalker, citazione dal Tao Te Ching)

Trama

A seguito della presunta caduta di un meteorite, in un luogo indefinito, si è creata una Zona in cui si vocifera possano essere esauditi i più reconditi desideri degli uomini. L’accesso alla Zona è proibito ma alcuni uomini, chiamati Stalker, si occupano di portare i visitatori al suo interno. E’ così che uno Scrittore, un Professore e uno Stalker inizieranno il loro viaggio, che li porterà a scoprire la loro vera essenza.

Da sinistra: il Professore, lo Stalker e lo Scrittore. Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij

Recensione

Liberamente ispirato al libro Picknick sul ciglio della strada (in russo Пикник на обочине, Pikník na abóčine) dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij, Stalker è uno dei capolavori senza tempo del regista visionario Andrej Tarkovskij. In queste 2 ore e 40, che vi terranno incollati allo schermo, il cineasta russo ha portato su pellicola una delle domande trascendentali della natura umana: se potessi esaudire i miei più reconditi desideri, sarei sicuro di voler scoprire quale è la mia reale natura? Sarei soddisfatto/a della persona che sono?

Elogio alla lentezza: la regia e fotografia di Stalker

Tra i principali aspetti con cui iniziare quest’analisi vi è, anzitutto, la regia. In quello che sembra un vero e proprio elogio alla lentezza, Tarkovskij ci conduce, tramite lentissimi movimenti di macchina, all’interno della vicenda dei tre protagonisti. La camera diventa così, quasi il quarto personaggio della pellicola, che viaggia insieme alle tre figure cardine all’interno del loro viaggio dantesco. A volte segue in ossequioso silenzio, alle volte osserva e talaltre diventa interlocutore. Vi sono, infatti, momenti in cui vi è una vera e propria rottura della quarta parete. Ne è un esempio la scena del tritacarne in cui lo scrittore si rivolge, apparentemente, ai suoi interlocutori, ma lo sguardo è rivolto in macchina. Lo stesso vale per una delle scene finali, in cui la moglie dello Stalker parla allo spettatore, cercando di spiegare il suo punto di vista sulle scelte che ha effettuato.

Rottura della quarta parete da parte dello scrittore. Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij
Rottura della quarta parete da parte della moglie dello Stalker. Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij

L’utilizzo di questi stratagemmi, ci permette di essere in posizione attiva rispetto al percorso dei tre protagonisti. Metaforicamente parlando, Stalker è un viaggio nel viaggio. La pellicola prende lo spettatore e lo conduce, quasi costringe, a mettersi in discussione, entrando a far parte della narrativa e degli interrogativi che vengono sollevati circa la vita e i più intimi desideri.

La fotografia è altresì parte attiva della narrazione, ma ha una funzione prettamente orientativa. All’esterno della Zona, le colorazioni dominanti sono quelle nelle tonalità del seppia e, in alcuni frangenti, del bianco e nero. Viceversa, all’interno della Zona riemergono i colori, seppur con tonalità fredde, spesso sui toni dell’azzurro e del verde. Accettando il rischio di anticipare alcuni concetti che verranno sviscerati meglio successivamente, interno ed esterno della Zona rappresentano rispettivamente la vita che viene vissuta pienamente e la vita che viene blandamente accettata. Solo accettando il rischio del viaggio i colori riappaiono.

Bianco e nero. Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij
Seppia – Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij
All’interno della Zona – Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij

Una visione russa e Lacaniana della Zona

La visione metaforica di Tarkovskij emerge tanto dalla gestione della regia e fotografia, quanto dall’interpretazione che fa di Picknick sul ciglio della strada. Nel romanzo originario scritto dai fratelli Strugackij, infatti, la Zona non era una sola, ma sei, identificate da altrettanti oggetti alieni abbandonati da una civiltà superiore. Tali oggetti sono la rappresentazione dell’immondizia lasciata sul ciglio della strada proprio a seguito di un picknick. Nella versione di Tarkovskij la Zona diventa una sola e, in questo, egli inserisce quella che è la sua cultura di origine. Come sottolineato dal filosofo sloveno Slavoj Žižek nel suo Una lettura perversa del film d’autore – Da Psyco a Joker per un ex cittadino dell’Unione Sovietica la Zona rimanda ad almeno cinque significati: 1) i Gulag e il relativo concetto di reclusione; 2) un territorio reso inabitabile da una qualche catastrofe chimica-nucleare; 3) l’ambiente in cui vive la c.d. nomenklatura (ossia la classe dirigente burocratica e politica nei regimi comunisti); 4) un territorio straniero in cui è proibito entrare (es. Berlino Ovest o la Repubblica Democratica Tedesca); 5) un’area colpita da un meteorite come Tunguska in Siberia.

Il confine di accesso alla Zona – Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij

Žižek sostiene che a conferire l’aura di mistero alla Zona non sia la sua reale natura, ma piuttosto l’esistenza di un limite stesso. Il fatto che l’accesso sia limitato costituisce il fascino del proibito, che spinge gli uomini a voler vedere cosa vi sia “al di là”. E tuttavia, solo una volta oltrepassata la soglia che essi si rendono conto di quanto non vi sia niente di realmente straordinario. Sarà lo stalker ad implorare lo Scrittore e il Professore a non rivelare all’esterno la reale struttura della Zona, o non vi saranno più avventurieri disposti ad entrarvici.

Il percorso di vita: la Zona

E quindi, alla fine: cosa rappresenta la Zona? La risposta ci è stata fornita dallo stesso regista in un’intervista: la Zona non esiste. Ognuno di noi può vedervi all’interno il significato che più desidera. Senza voler peccare di arroganza, (come già anticipato nel precedente paragrafo) ciò che io personalmente sostengo è che la Zona rappresenti la Vita. Ma non la vita tout court, piuttosto la Vita che viene vissuta pienamente. All’inizio della pellicola, infatti, vediamo lo Stalker all’interno della sua quotidianità. Al tentativo della moglie di dissuaderlo dall’ennesimo viaggio nella Zona, ella gli ricorda il rischio della prigione. A questa affermazione lo Stalker risponde prontamente: “Prigione? Io sono in prigione ovunque!”.

Dialogo tra lo stalker e la moglie – Frame tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij

Lo stalker anela disperatamente il rientro nella Zona che, egli stesso, definisce Casa. Eppure la Zona si rivela un luogo in cui è impossibile abitare stabilmente. E’ un luogo di passaggio, in cui entrare e poi uscire. E’ un luogo in grado di cambiare le persone, non solo mostrandone i desideri più intimi (come millantato), ma anche costringendole ad affrontare un viaggio che non è mai uguale. La Zona viene, infatti, descritta come qualcosa di vivo, che cambia e che pone il viaggiatore davanti a delle trappole. La Zona può arricchirti, ma può anche ucciderti. Tutto dipende da come affronti la traversata, dalla fiducia che riponi nella tua guida e dal rispetto di alcune regole.

Due su tutte risultano ridondanti all’interno della narrativa: 1) non è possibile/auspicabile tornare indietro e 2) il percorso più dritto, non è quello più corto/in grado di salvarci all’interno della Zona. La prima regola ci viene ribadita in due punti della pellicola: la prima è all’interno del bar, quando lo Scrittore vorrebbe tornare indietro per comprare le sigarette. La seconda è quando, all’interno della Zona, il Professore vorrebbe tornare indietro per recuperare lo zaino dimenticato. Nel primo caso lo Scrittore viene dissuaso, mentre nel secondo caso il Professore decide di seguire il proprio istinto/desiderio e di tornare indietro. Mentre lui resta fermo, gli altri due protagonisti proseguono nella camminata, rincontrandolo successivamente, dimostrando che ognuno di noi ha il proprio percorso e che a volte le persone sono destinate a perdersi, altre volte a ritrovarsi.

Scrittore e Professore: l’arte e la razionalità

Un’altra delle caratteristiche peculiari di Stalker è l’identificazione dei personaggi attraverso il loro ruolo, e non in quanto singole persone. In continuità con la cultura letteraria russa, e in particolare quella trainata da Fyodor Dostoevsky, i protagonisti della pellicola sono portatori di idee filosofiche, più che individui reali, diventando quasi delle caricature morali. Lo scrittore incarna la crisi dell’arte e il nichilismo, alla ricerca spasmodica di una realtà che non sia assoluta. In contrasto ad egli vi è il Professore, che incarna la razionalità pura e la fede incondizionata nello scientismo. Il dibattito tra i due, diventa pertanto una contrapposizione di punti di vista, tra coloro che desiderano stupirsi ancora, nonostante lo scetticismo (gli Scrittori) e coloro che analizzano la vita con gli schemi tipici della scienza (il Professore).

Ragazza allo Scrittore: Hai detto che la Zona è il prodotto di una super-civiltà…

Scrittore: Che probabilmente è altrettanto noiosa, anch’essa fatta di leggi e triangoli, ma senza folletti e, naturalmente, senza alcun Dio.

Il riferimento, nel dialogo, è un’evocazione al Medioevo, un’epoca in cui la scienza moderna non era ancora stata scoperta e in cui era possibile ancora stupirsi, ricercare delle risposte nella magia o in un Dio. Nella fase di ricerca di un Dio (che è morto – NdR) si posiziona la figura dello Stalker. A metà tra un profeta e un Caronte, lo Stalker professa la sua fede e cerca di coinvolgere in essa i suoi interlocutori.

La fede ricercata, la fede ritrovata

Il concetto di fede permea, infatti, l’intera pellicola. Seppur Tarkovskij fosse un comunista dichiarato (e pertanto tecnicamente ateo – NdR), in Stalker egli si interroga palesemente sull’idea di fede. Tale concetto viene affrontato con un approccio che potremmo definire un uso sineddotico del particolare (la fede cristiana) verso il generale (la fede considerata nella sua interezza). Questa ricerca di un nuovo ideale in cui credere deriva dal momento storico in cui il film viene girato. Siamo nell’Unione Sovietica della fine degli anni ’70. L’economia è stagnante e il crollo è dietro l’angolo e nel resto del mondo impera la dottrina tatcheria del There is no alternative – non c’è alternativa. Come dichiara il filosofo Mark Fisher nel suo intramontabile Realismo capitalista:

“Negli anni Sessanta e Settanta il capitalismo ha dovuto affrontare il problema di come contenere ed assorbire le energie che provenivano dal suo esterno. […] Gli anni 80 furono il periodo in cui per il realismo capitalista si lottò fino a riuscire ad imporlo; anni in cui la dottrina tatcheriana del non c’è alternativa si trasformò in una spietata profezia che si autoavvera”.

Tarkovskij, attraverso le parole dello Scrittore, sottolinea il concetto per cui l’edonismo abbia vinto anche, e forse soprattutto, nel sistema sovietico che tanto si era opposto al suo avanzare. E questo anche grazie alla tecnologia e al progresso, che permettono di vivere meglio, ma anche di produrre di più e di consumare sempre di più. E in questo il regista, tramite il suo personaggio, si domanda che fine e che ruolo abbia l’arte.

Scrittore: Tutta la tua tecnologia, tutti quegli altiforni, ruote e cose simili, in modo che le persone possano lavorare meno e consumare di più, sono tutte stampelle, arti artificiali. L’umanità esiste per… creare opere d’arte. Almeno questo è altruista rispetto a tutte le altre attività umane. Grandi illusioni. Immagini di assoluta verità. Mi sta ascoltando, professore?

Professore: Di quale altruismo stai parlando? Le persone continuano a morire di fame. Hai vissuto sulla luna?

In questo momento di smarrimento ideologico, la fede (in un Dio o chi per lui), diventa un rifugio in cui ricercare significato e anche una forma di vendetta. Tarkovskij cita, non a caso, uno specifico versetto dell’Apocalisse:

Apocalisse 6:15: Allora i re della terra e i grandi, i capitani, i ricchi e i potenti, e infine ogni uomo schiavo o libero si nascosero tutti nelle caverne e fra le rupi dei monti. E dicevano, alle rupi e ai monti, cadete sopra di noi e nascondeteci dalla di colui che siede sul trono e dall’ira dell’agnello.

Quando l’ideale crolla e con esso anche la fiducia nelle qualità umane, la fede diventa lo strumento per auspicare un ritorno alla morale e all’etica perdute.

L’elefante nella stanza: cosa desidera davvero il tuo cuore?

Questo è il preciso momento in cui la perdita di fiducia nel genere umano passa dal generale (l’umanità) al particolare (la singola persona). In un mondo in cui l’arte, la bellezza e la fede sono state divorate dagli ideali del progresso e del capitalismo, nel momento storico in cui quest’ultimo (per citare sempre Fisher) ha colonizzato i sogni delle persone, il regista si domanda quali siano i reali desideri di un uomo. E lo fa attraverso la storia di Porcupine/Teacher, lo stalker che fu il maestro dello stalker che vediamo sullo schermo. Nel momento in cui i tre arrivano finalmente alla stanza (the Room) in cui i desideri si avverano, scopriamo la vera storia del Porcospino.

ATTENZIONE QUESTA PARTE CONTIENE SPOILER

Per quasi tre quarti della pellicola ci viene raccontata la storia di Porcupine come quella di un uomo che è entrato nella stanza, ha ottenuto una sconsiderata cifra di denaro e si è impiccato poco dopo. Scrittore e Professore continuano ad interrogarsi sul perché di questo gesto, apparentemente, senza significato. Solo sulla soglia lo stalker rivela il motivo di un gesto tanto estremo: il suo maestro era entrato nella Room per chiedere di resuscitare il fratello morto. Alla sua uscita dalla Zona il fratello non era tornato, ma in compenso egli aveva ricevuto moltissimo denaro. In quel momento Porcupine si è reso conto di quanto biechi e materialisti fossero in realtà i suoi veri desideri, e non potendo sopportarlo decise di togliersi la vita.

FINE DELLA PARTE SPOILER

La Stanza non è pertanto un luogo in cui esprimere dei desideri. Non è un genio della lampada a cui chiedere. La Stanza è lo specchio della nostra coscienza, e rivela quelli che sono i nostri reali obiettivi e quale è la vera natura di un uomo. Il viaggio all’interno della Zona, a questo punto, altro non è che un viaggio all’interno di noi stessi. Nel momento in cui arriviamo al suo centro, abbiamo modo di scoprire che tipo di persone siamo in realtà. E questo potrebbe rivelarci quanto la natura che noi vendiamo all’esterno, la narrativa che raccontiamo, anche a noi stessi, non sia ciò che realmente siamo. Ci vuole un infinito coraggio per attraversare la soglia della Stanza e capire il nostro io più profondo. Ed è questo il reale motivo per cui la Zona può uccidere. Sì esistono delle trappole nel percorso, ma la reale sfida mortale è dover fare, infine, i conti con sé stessi. Citando stavolta qualcosa di più leggero:

Jack Sparrow [rivolgendosi al padre]: hai visto tutto, hai fatto tutto. Qual è il trucco, eh.. per sopravvivere?

Teague Sparrow: Guarda che il punto non è vivere per sempre Jackie, il difficile è convivere per sempre con se stessi per sempre.

– Pirati dei caraibi, Ai confini del mondo.

Conclusioni

Stalker è uno di quei film che, per essere analizzato pienamente, richiederebbe una tesi intera. Rimangono, infatti, aperte diverse questioni, come la simbologia del cane nero o il ruolo femminile all’interno della pellicola (e della filmografia di Tarkovskij in generale). Guardare Stalker è un po’ come fare un viaggio all’interno di sé stessi, che vi lascerà un eco per settimane e alla fine cercherete di rispondere alla fatidica domanda anche voi: che cosa desidera davvero il vostro cuore?

Classificazione: 5 su 5.

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