Alle due di notte, appena rientrato da un freddo e gelato Capodanno in piazza che Daniele Silvestri ha provato a riscaldare col calore delle note delle sue canzoni più celebri, ho partecipato a un rito collettivo, atteso da milioni di persone in diverse zone (e a diversi fusi orari) del mondo:
Capitolo Otto: Il mondo reale (The Rightside Up in originale), l’episodio finale della quinta e ultima stagione di Stranger Things, rappresenta la chiusura di un cerchio, a quasi dieci anni di distanza dalla prima stagione uscita su Netflix nell’estate del 2016. Una serie che ai tempi, nel giro di poche settimane, si trasformò in un fenomeno mondiale, in un’opera di culto per diverse generazioni. A partire da coloro che nel 2016 erano solo dei ragazzini, coetanei dei giovani protagonisti cresciuti davanti ai nostri occhi nel corso delle cinque stagioni, fino ad arrivare ai meno giovani che ormai hanno raggiunto e superato le cinquanta primavere e che si sono innamorati seduta stante di una serie intrisa di riferimenti e rimandi ai mitici anni ‘80, il periodo della loro adolescenza e giovinezza.

Ambientato nella piccola e apparentemente tranquilla cittadina di Hawkins nell’Indiana, Stranger Things inizia il suo arco narrativo nel 1983 per concluderlo nel 1989, al termine di quel decennio unico e irripetibile. Per portare a termine la loro epopea, il loro omaggio e atto d’amore incondizionato agli anni ‘80 e a quell’immaginario che li ha formati prima come spettatori e poi come registi e autori, ai gemelli Duffer (nati il 15 febbraio 1984, poco prima della metà degli Eighties) sono serviti quasi dieci anni. Una decade intera passata a lavorare alla loro creatura, a costruire e plasmare un mondo affollato di ragazzini amanti dei giochi di ruolo e amici per la pelle, di ragazze coi super poteri fuggite da laboratori gestiti da misteriose agenzie governative, di genitori (di sangue e adottivi) sofferenti e in crisi, di militari cattivi e spietati, di mostri feroci e repellenti venuti da un’altra dimensione.

Di annata in annata, di stagione in stagione, Stranger Things ha ampliato il suo universo di riferimento, ha aumentato i personaggi, ha intessuto trame e sottotrame, procedendo nella creazione di un worldbuilding sempre più complesso e stratificato, ricorrendo a diversi generi cinematografici, dal fantasy (che abbonda in questa quinta e ultima stagione) all’horror, dalla fantascienza alla teen comedy, fino ai cinecomics. Siamo passati da un unico demogorgone della prima annata a un esercito di mostri nella seconda, esattamente come accadeva nel passaggio dal primo Alien di Ridley Scott al secondo, Aliens di James Cameron, in cui le creature aliene si moltiplicavano a dismisura. Nella terza annata, forse la meno riuscita delle cinque, si faceva largo una nuova minaccia, l’enorme e minaccioso Mind Flayer, pronto a riemergere dal Sottosopra. Nella quarta faceva il suo ingresso in scena Vecna, una nuova entità malvagia che prende di mira le ragazze e i ragazzi più fragili di Hawkins, facendo leva sulle loro debolezze e insicurezze per impossessarsi di loro e ucciderli. Se le prime due stagioni possedevano un animo profondamente kinghiano e spielberghiano, nella terza i fratelli Duffer avevano operato uno scarto significativo, spostandosi verso la fantascienza per rendere omaggio ad autori come John Carpenter (La cosa ma anche Il Signore del Male) e James Cameron (Terminator) e a grandi classici del genere come L’invasione degli ultracorpi e Blob – Fluido Mortale. Nella quarta stagione si ritornava in modo deciso e perentorio nei territori cupi e nelle atmosfere dark del genere horror, con un occhio sempre rivolto a Stephen King e l’altro al seminale Nightmare di Wes Craven, preso a modello di riferimento dai Duffer per la creazione di Vecna. La quinta è forse l’annata più fantasy delle cinque, con riferimenti marcati al Signore degli Anelli, con un Sottosopra sempre più in versione Mordor e un nuovo mondo, l’Abisso, descritto come un luogo primordiale (un deserto rosso e desolato) da cui proviene il Mind Flayer, che nel suo habitat naturale appare ancora più gigantesco, mostruoso e terrificante.

Col passare degli anni, la serie dei fratelli Duffer è cresciuta a dismisura, è diventata sempre più gigantesca e ambiziosa. Tutto ciò ha prodotto anche un inevitabile effetto boomerang, dovuto in buona parte a un minutaggio che a partire dalla quarta stagione è diventato talmente fluviale ed imponente da finire in più d’una occasione per diluire in modo eccessivo la narrazione, con uno schema fisso e ripetitivo di episodio in episodio (i vari espedienti di sceneggiatura per arrivare ai numerosissimi dialoghi che coinvolgono due personaggi) che talvolta rischia di stancare e sfiancare il pubblico e di appesantire la visione a causa di qualche ridondanza di troppo. Fino ad arrivare al settimo episodio, Il Ponte, il penultimo della quinta stagione e insieme il più criticato e attaccato dai fan proprio per i motivi appena menzionati e per il coming out di Will attraverso uno stucchevole e goffo monologo giunto fuori tempo massimo, a sottolineare in modo didascalico ciò che ormai era stato compreso e assimilato da tempo dal pubblico. Una quinta stagione che spesso e volentieri è mancata di ritmo, coraggio (forse qualche personaggio secondario poteva essere eliminato nel corso dei vari episodi senza aspettare il finale) e spessore, in cui i Duffer hanno faticato non poco a gestire la materia narrativa, cresciuta a dismisura come il Mind Flayer, con troppi personaggi, trame e sottotrame da portare avanti e tenere insieme.

[AVVISO – LA PARTE CHE SEGUE PUO’ CONTENERE SPOILER]
Nelle previsioni della vigilia, dopo una seconda mandata di episodi trasmessi da Netflix il 26 dicembre, sembrava dunque impossibile o altamente improbabile che i due fratelli riuscissero a compiere il miracolo, dando una bella e degna chiusura alla loro amata creatura. E invece, nel corso delle due ore finali, i Duffer fanno l’impossibile, riuscendo a chiudere i vari archi narrativi nel migliore dei modi, con una parte finale (gli ultimi quaranta minuti) struggente e malinconica in cui si fanno perdonare gli eccessi, le lungaggini, le ripetizioni e i momenti morti dei sette episodi precedenti che avevano reso piuttosto fragile quest’annata finale. Il cerchio si chiude laddove tutto era iniziato sei anni prima, nel 1983, nello scantinato della casa della famiglia Wheeler, con Mike, Dustin, Lucas, Will e Max impegnati in un’ultima campagna di Dungeons & Dragons. Iniziava così, dopo un rapido e breve prologo ambientato nel laboratorio militare, il primo episodio della prima stagione, con i quattro ragazzini (senza la rossa Max che entrerà in scena e si unirà al gruppo all’inizio della seconda annata) immersi nel loro gioco di ruolo preferito che si salutano alle otto di sera, con Will che viene rapito e trascinato nel Sottosopra lungo la strada verso casa. La parte finale dell’ottavo e ultimo episodio riprende e ricalca in modo voluto quelle scene iniziali, si apre con la veduta frontale esterna della casa dei Wheeler immersa nel buio, col prato verde illuminato dalle luci e il sistema di irrigazione in funzione. In sottofondo, mentre siamo ancora all’esterno della casa, sentiamo la voce di Mike, il narratore e l’arbitro del gioco (il Dungeon Master). Subito dopo siamo lì con loro, mentre giocano la loro ultima partita, quella che segnerà la fine della loro adolescenza e l’ingresso nell’età adulta, fatta di incognite, responsabilità, scelte da compiere e nuove sfide da sostenere e affrontare. Mike, il narratore (che per certi aspetti ricorda anche una sorta di scrittore alla Stephen King), prova a tracciare un percorso futuro per ognuno dei suoi amici e un finale alternativo e diverso per il suo primo amore. Per chi è cresciuto con lui e lo ha accompagnato negli anni più belli, per coloro che sono a quel tavolo assieme a lui e per chi non ce l’ha fatta a giocare quell’ultima partita prima che tutto cambi e si trasformi.

L’ultima campagna di Dungeons & Dragons è arrivata al termine: è tempo di voltare pagina per gli ex ragazzini di Hawkins, divenuti dei giovani adulti pronti a uscire da quello scantinato coi volti rigati di lacrime per affrontare il mondo reale e lasciare spazio e campo libero alle sorelle minori e ai loro amici, desiderosi di sedersi a quel tavolo da gioco per vivere appieno la loro giovane e spensierata età.
Il miracolo si è compiuto, i Duffer hanno chiuso il cerchio regalandoci un finale di rara intensità e bellezza, con uno struggente passaggio di consegne, da una generazione all’altra, che dopo tanti omaggi e riferimenti agli anni ottanta sembra rimandare al commovente epilogo di un capolavoro del nuovo millennio, Toy Story 3, in cui Andy prima di partire per il college regala tutti i suoi giocattoli – compreso l’amato e inseparabile sceriffo Woody – alla piccola Bonnie.
a cura di Boris Schumacher
Continuare ad approfondire leggendo: Stranger Things 5 – L’epica conclusione di un racconto generazionale
































