Lo scorso 6 febbraio è stata caricata su Prime la serie anglosassone Sweetpea, un’originale See-Saw Films e Sky Studios. Una storia di vendetta e di rinascita, in una sorta di thriller ‘coming of Rage’[1] .
Trama
Rhiannon (Ella Purnell, Yellowjackets, Fallout) è una persona che passa totalmente inosservata. Vittima di un bullismo sfrenato durante gli anni delle superiori, si è trasformata in un metaforico fantasma, proprio come la sua bulla la scherniva al liceo. Esausta di una vita in cui nessuno sembra notarla e segnata da due lutti che ne incrinano ulteriormente l’equilibrio, Rhiannon decide di reagire. Inizia così un percorso di vendetta contro tutti coloro che, nel corso della sua vita, l’hanno fatta sentire invisibile.
Recensione
Sweetpea, letteralmente il fiore del pisello odoroso, ma usato colloquialmente come vezzeggiativo equivalente a “tesorino”, è una serie britannica ambientata nella cittadina fittizia di Carnsham. Sweetpea è anche l’appellativo con cui Norman, il direttore del giornale locale, si rivolge a Rhiannon , l’assistente amministrativa protagonista della storia: una ragazza gracile e poco appariscente che, dietro un’apparente invisibilità sociale, nasconde una natura ben più selvaggia e incontenibile.
Essere invisibile, condanna o super potere?
Uno dei temi principali della serie Sweetpea è il concetto di invisibilità. Un tema che assume una connotazione particolarmente significativa quando viene declinato al femminile. Per le donne, infatti, l’invisibilità è duplice. Da una parte sono invisibili agli occhi della società, storicamente costruita e modellata attraverso lo sguardo maschile. Se non ne siete convinti/e, vi consiglio di recuperare il libro di Caroline Criado Perez, Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano. Dall’altra, alle donne viene costantemente richiesto di essere il più appariscenti possibile: ben truccate, ben vestite, sempre impegnate in una competizione implicita con le altre per catturare lo sguardo e l’attenzione del genere maschile. Nel cinema un esempio emblematico di questa dinamica è rappresentato dal film La donna invisibile (1969) di Paolo Spinola.

In queste accezioni, l’invisibilità diventa una vera e propria condanna, soprattutto se sei una ragazza come Rhiannon. Nessuno ti vede, nessuno ti nota e, di conseguenza, nessuno ti rispetta. Sei un fantasma, esattamente come ti chiamava la tua bulla durante l’adolescenza.

Eppure, se guardiamo alla storia dei supereroi e delle supereroine, uno dei personaggi più importanti e potenti dell’universo Marvel è proprio la Donna Invisibile. Capace di piegare mentalmente tutte le lunghezze d’onda della luce visibile, infrarossa e ultravioletta, può rendersi totalmente o parzialmente invisibile a suo piacimento [2]. Allo stesso modo, anche Rhiannon scoprirà che la sua invisibilità, il suo essere costantemente ignorata, le permette di compiere gesti indicibili, persino quando confessa apertamente le proprie intenzioni (AL FINE DI EVITARE SPOILER NON LEGGERE LA CITAZIONE RIPORTATA DI SEGUITO):
Rhiannon rivolgendosi a Donna del supermarket: […] vorrei chiederti anche un’altra cosetta… potresti aiutarmi a trovare dei guanti da lavoro extra-large? Ho intenzione di uccidere la ragazza che mi bullizzava, magari potresti aiutarmi.
Donna: £29,59
Rhiannon : Certo.
L’invisibilità, così come qualsiasi percezione che gli altri hanno di noi e della nostra vita, può essere vissuta tanto come una condanna quanto come un punto di forza. Tutto dipende dal momento in cui si compie un atto di presa di coscienza del modo in cui veniamo percepiti. E, nel caso quella percezione non ci appartenga, dalla volontà di fare qualcosa per cambiarla.
Revenge, revenge revenge!
Il desiderio di vendetta è uno dei sentimenti più esplorati nella storia del cinema (nonché uno dei miei preferiti – NdR) e, all’interno del cinema horror, ha dato origine a un vero e proprio filone: il rape & revenge. Sebbene Sweetpea non possa essere inserita propriamente in questa categoria, rimane comunque, a tutti gli effetti, una storia di vendetta.
All’inizio di ogni episodio Rihannon stila una lista delle persone che vorrebbe uccidere, proprio come l’indimenticabile Arya Stark in Game of Thrones. E, esattamente come accade per la giovane protagonista della celebre serie fantasy, il desiderio di rivalsa verso il mondo diventa il motore della narrazione e della crescita interiore del personaggio.


Rhiannon è arrabbiata. È arrabbiata per essere stata bullizzata durante l’adolescenza, è arrabbiata perché nessuno sembra mai accorgersi della sua presenza: né sul luogo di lavoro, né nella vita quotidiana. Ma, ancor prima di tutto questo, Rhiannon è una donna. Una donna costantemente invisibilizzata e relegata ai ruoli che la società ritiene appropriati per lei.
Nel momento in cui riscopre la brutalità, la violenza e il potere che può esercitare sugli altri, soprattutto sugli uomini, Rhiannon compie un passaggio fondamentale: da vittima diventa carnefice, ribaltando la narrativa tradizionale di genere. Se la violenza fisica è storicamente associata al maschile, la protagonista non viene mai sospettata proprio perché donna. Nessuno riesce a immaginare che dietro il suo aspetto fragile si nasconda una natura tanto feroce.
Solo un’altra donna sembra cogliere la vera natura di Rihannon, e riesce a farlo proprio perché, a sua volta, vittima dello stesso sistema che invisibilizza e marginalizza.
In questo senso, la serie compie un lavoro particolarmente efficace anche attraverso la scelta di casting. Ella Purnell, con il suo fisico minuto, il suo volto quasi alieno, che ricorda sorprendentemente Emma Stone, soprattutto nella sua recente apparizione in Bugonia, e una performance estremamente convincente, contribuisce a ribaltare ancora una volta gli stereotipi di genere. L’idea che la violenza possa essere esercitata soltanto attraverso la forza fisica, e quindi associata al maschile, viene progressivamente smontata.


Rhiannon è strana, profondamente strana. Ma è proprio questa stranezza, inizialmente destabilizzante, che nel corso della serie finisce per renderla sempre più affascinante e magnetica.
Vittima o carnefice?
QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER
“Che farai adesso? A chi darai la colpa? Alla tua zona? Agli istituti? A una famiglia storta? Tu vuoi raccontarti che sei stato vittima, che rispetto agli altri la tua rabbia è più legittima (più legittima). Quante volte hai pensato di farla pagare a tutti. Sei solo riuscito a darti pagare non li hai distrutti (pff)”. Vittima – Marracash
Nel corso della serie Sweetpea mette progressivamente in discussione il confine tra vittima e carnefice, mostrando quanto questa distinzione possa essere fragile e, spesso, profondamente ambigua. Ci piace pensare di appartenere alla prima categoria: quella delle persone che non compirebbero mai atti terribili. E quando qualcosa di terribile accade, la tentazione è quella di cercarne la causa all’esterno, in qualcuno o qualcosa che ci abbia spinti a diventare ciò che siamo.

È proprio questo il nodo che emerge nel confronto tra Rhiannon e la sua ex bulla, Julia. Durante il loro dialogo, Rhiannon accusa apertamente Julia di averla trasformata nella persona che è diventata, arrivando a definirsi una psicopatica a causa delle violenze subite. «E di chi è la colpa?» ripete quasi ossessivamente. Incapace di accettare il proprio lato oscuro, la protagonista riversa sulla sua carnefice il peso delle proprie azioni.
Ma chi definisce davvero il confine tra vittima e carnefice?
Nel confronto tra le due donne emerge una realtà ben più complessa. Julia confessa di essere a sua volta vittima di un marito violento e ammette di aver bullizzato Rhiannon durante l’adolescenza, non per un motivo preciso, ma per invidia verso l’affetto e l’amore di cui la ragazza sembrava essere circondata.
Julia: “Io dove mi colloco in tutto questo? [dopo aver confessato che il compagno è violento con lei]”
Rhiannon : “Non lo so.. tu sei solo una spina nel fianco.”
Julia: “La mia vita era uno schifo, e far sentire anche te uno schifo mi faceva sentire meglio.”
Rhiannon : “no, deve esserci un altro motivo!”
Julia: “No! Questo non è uno di quei momenti rivelatori in cui scopri una verità su te stessa. Ero un’adolescente che si comportava da stronza, tutto qui. Quando ripenso a quello che ti ho fatto ho la nausea. Mi odio, mi dispiace tanto.
Rhiannon : “Tu mi hai portato via tutto”
Julia: “Avevi tuo padre, eri amata. Io non avevo niente. Non devi comportarti continuamente come una vittima.”
Rhiannon : “Beh lo faccio perchè mi hai costretta tu!”
Julia: “Io invece continuo a pensare che sia una giustificazione che continui a ripeterti per fare quello che vuoi”.
Julia rappresenta, in questo senso, la maturità emotiva: la capacità di riconoscere le proprie colpe, di affrontare le proprie debolezze e di chiedere scusa. La vita non è stata giusta con lei, nonostante l’apparenza di una vita perfetta, ma con il tempo è cresciuta, ha costruito una nuova stabilità e ha cercato, per quanto possibile, di fare pace con il proprio passato.
Rhiannon , al contrario, rimane intrappolata nel ruolo della vittima perfetta. Incapace di confrontarsi con ciò che è diventata, continua a giustificare le proprie azioni attribuendone la responsabilità agli altri.

Eppure nessuno di noi è mai completamente vittima o completamente carnefice. A seconda delle situazioni possiamo essere l’uno, l’altro o entrambe le cose allo stesso tempo. La vera crescita avviene nel momento in cui siamo disposti a confrontarci con ciò che siamo davvero, accettando anche il peso e le conseguenze delle nostre azioni.
Pink is the new black!
Un’analisi di Sweetpea non può prescindere dal collocarla all’interno del recente filone feminine rage horror che negli ultimi anni ha attraversato il cinema di genere. Film come Revenge e The Substance di Coralie Fargeat, così come opere più recenti come So cosa hai fatto (2025), hanno infatti iniziato a rielaborare gli stilemi tradizionali dell’horror e del thriller attraverso uno sguardo esplicitamente femminile, trasformando tropi narrativi storicamente associati alla violenza sulle donne in strumenti di rivalsa e riappropriazione.

Allo stesso tempo, Sweetpea dialoga anche con un altro immaginario: quello del cinema e della cultura pop femminile degli anni Duemila. Le suggestioni che emergono nella serie richiamano apertamente film come Finché morte non ci separi, Jennifer’s Body e persino Mean Girls, opere molto diverse tra loro ma accomunate da una riflessione, spesso ironica o grottesca, sui ruoli imposti alle giovani donne.

ATTENZIONE SPOILER
Non è un caso che la serie sia disseminata di riferimenti alla cultura pop di quegli anni. Nella camera di Rhiannon compare un poster di Robert Pattinson ai tempi di Twilight; la colonna sonora alterna brani contemporanei, come quelli di Billie Eilish, a icone pop degli anni Duemila come Hilary Duff. Persino la morte di Jeff richiama in modo fin troppo evidente una delle scene più iconiche di Mean Girls, quando Regina George viene investita dall’autobus dopo il confronto con Cady Heron.
FINE SPOILER
È proprio questo intreccio di immaginari a dare a Sweetpea la sua forza visiva e narrativa. La serie si inserisce infatti in quel filone contemporaneo che sta recuperando gli elementi più riconoscibili della femminilità pop, il rosa, l’estetica adolescenziale, la cultura pop millennial, per rileggerli in chiave sovversiva.

Per troppo tempo questi simboli sono stati associati alla fragilità o alla superficialità. Sweetpea, invece, li trasforma in strumenti di potere e di rivalsa.
Il rosa non è debole.
Il rosa è black.
Conclusioni
In Sweetpea la vendetta diventa molto più di una semplice reazione alla violenza subita: si trasforma in un vero e proprio percorso di scoperta personale. È una storia di invisibilità, rabbia e rivalsa, in cui l’estetica della femminilità smette di essere sinonimo di fragilità per diventare linguaggio di potere. E’ una serie leggera, che vuole intrattenere lo spettatore/trice, lasciando un messaggio in sottofondo. Una visione veloce, ma interessante che lascia con il desiderio di vedere al più presto la seconda stagione!
Leggi anche: So cosa hai fatto (2025) – La decostruzione degli archetipi; Bugonia – L’unica speranza è affidarsi agli Dei

































