Il 5 gennaio 2005 usciva nelle sale italiane The Grudge, remake americano di Ju-on: Rancore. Diretti entrambi da Takashi Shimizu, quest’ultimo è stato prodotto da Sam Raimi (La casa) per portare nel cinema occidentale l’ennesimo capolavoro J-horror.
Trama
Dopo la scomparsa della collega Yoko (Yôko Maki), Karen (Sarah Michelle Gellar) viene scelta per sostituirla come assistente sociale nella casa della malata signora Emma (Grace Zabriskie). Una volta arrivata Karen si renderà conto fin da subito che una strana presenza si aggira all’interno di quelle mura.
Quando qualcuno muore in preda a una rabbia potente, nasce una maledizione. La maledizione si accumula in quel luogo di morte. Coloro che la incontrano saranno consumati dalla sua furia.
Recensione
The Grudge, al pari di The Ring, è un autentico cult dell’horror dei primi anni 2000. Remake dell’iconico Ju-on: Rancore, il film nasceva, proprio come The Ring rispetto a Ringu, con l’obiettivo di introdurre il pubblico occidentale al cinema horror asiatico, che in quegli anni era ancora poco diffuso e spesso sottovalutato fuori dai confini del continente. E sebbene sia diventato un enorme successo, oltre che un pilastro del genere, non è esente da difetti. Ciò nonostante, conserva ancora oggi una potente carica disturbante, riuscendo ad inquietare perfino lo spettatore più smaliziato e ormai abituato alle dinamiche dell’horror.

Il salto culturale
Come avevamo già visto per Speak no Evil e The Ring 2, parlare di un remake è sempre complesso, soprattutto quando il film deve compiere un salto “culturale”: nel passaggio vi è sempre il rischio di perdere l’autenticità e l’atmosfera tipica dell’ambientazione originaria, smarrendo nell’adattamento sfumature e significati. Questo è parzialmente anche il caso di questo The Grudge. Diretto dallo stesso Takashi Shimizu (regista anche dell’opera originaria), il film è ambientato in Giappone, ma vede come protagonista Karen, una ragazza americana trasferitasi nel Paese del Sol Levante per seguire il fidanzato aspirante architetto. Questo furbissimo escamotage, permette al regista di inserire un film “americano” all’interno dell’atmosfera e delle tradizioni nipponiche. Tuttavia, è una strategia che funziona solo a metà. Il mix culturale che emerge, tra i protagonisti americani e gli spiriti giapponesi non è sempre ben amalgamato, rendendo alcune scene meno potenti di quanto non lo siano nell’originario Ju-on. A ciò va aggiunto che la scelta di non definire in modo chiaro e coerente con l’originale, la scansione dei capitoli, contribuisce a rendere la narrazione frammentata e meno organica rispetto alla pellicola giapponese. Ci sono, infatti, dei veri e propri punti in cui la macchina da presa stacca in modo netto una scena dall’altra, facendo perdere il filo conduttore della storia.

Il citazionismo attraverso la scelta attoriale
La cinematografia ci ha abituati/e al citazionismo e all’autocitazionismo, creando una sorta di mondo diegetico complessivo, in cui le pellicole riprendono scene, attori, battute di altre opere come estremo gesto di apprezzamento. Nel caso di The Grudge quest’azione viene effettuata attraverso la scelta del cast attoriale. Sarah Michelle Gellar (Buffy – L’ammazzavampiri, So cosa hai fatto) è fisiognomicamente simile a Naomi Watts, protagonista del remake americano di Ringu, e a quella che sarà la protagonista del successivo Pulse, Kristen Bell, ponendo The Grudge de facto all’interno di quel filone cinematografico che ha portato il cinema J-horror all’interno del panorama occidentale. Un’altra chicca di questo The Grudge è la presenza di Grace Zabriskie, interprete di Sarah Palmer (madre di Laura Palmer) in Twin Peaks e Fuoco Cammina con me, entrambe opere maestose del maestro David Lynch. In The Grudge l’attrice interpreta Emma Williams, la signora che dovrà essere seguita da Karen e che mostra chiari segni di instabilità psichica. Seppur priva di battute, Zabriskie riesce a rimandare, anche solo con le movenze, all’intramontabile figura di Sarah Palmer, sconvolta per la morte della figlia Laura. Lo sguardo fisso e privo di vita della signora William, si alterna a degli sguardi di estremo terrore, regalandoci un’interpretazione magistrale e un senso di inquietudine che poche altre attrici hanno la capacità di trasmettere.

La rabbia e il rancore
The Grudge, così come l’originale Ju-on, è un film che anzitutto parla di quanto sentimenti come la rabbia e il rancore abbiano il potere di condizionare non solo le vite di chi li prova, ma anche di diffondersi a macchia d’olio e infettare chiunque ne venga a contatto. E’ una metafora potente delle relazioni umane e di come la rabbia, una volta provata, se si cancrenizza in rancore diventa un ospite ingombrante all’interno della nostra psiche, impedendoci di andare avanti. Come si può leggere dal sito della Scuola di Psicoterapia cognitiva[1] : Il rancore potrebbe essere immaginato come una pianta con radici venefiche, che penetrano nella nostra persona, nella nostra storia, rilasciando sostanze nocive e rinnovando ogni volta il dolore di ingiustizie passate e sempre più irrisolvibili.

ALLERTA SPOILER
Kayako (Takako Fuji) e il piccolo Toshio (Yuya Ozeki) sono yūrei rimasti intrappolati nella dimora che una volta era la loro casa e teatro del massacro che li ha visti come protagonisti. Nella tradizione giapponese, quando una persona muore di morte violenta o con conflitti irrisolti l’anima rimane intrappolata all’interno del trauma, infestando luoghi, oggetti o persone. Fintanto che il trauma non viene esorcizzato lo yūrei continua a manifestarsi agli esseri umani, provocandone danni e trasferendo il suo dolore. Questa visione spirituale degli effetti del trauma, non è altro che un’interpretazione di ciò che avviene in psicologia quando un evento doloroso non viene superato. La rabbia provata, se non adeguatamente contestualizzata ed elaborata, si radica all’interno della persona e si trasforma in rancore. Tale rancore viene mantenuto da una attività mentale, una forma specifica di pensiero ripetitivo, che prende il nome ruminazione rabbiosa. Si tratta di uno stile di pensiero ricorrente e negativo focalizzato su eventi che hanno a che fare con la percezione di aver subito un’ingiustizia (Caselli, Ruggiero, Sassaroli, 2017)[1] . Kayako e Toshio sono la rappresentazione di questo processo in cui il dolore e la rabbia non infettano solo loro, ma anche la casa in cui hanno abitato e le persone che ne vengono a contatto. Ci sarebbe un modo per poter superare il trauma e liberare le due anime dannate, ma il film ci suggerisce che non siano pronte a fare questo passo e si chiude su una Karen terrorizzata e aggredita da Kayako.

Ciò è abbastanza tipico del cinema orientale. I sentimenti, soprattutto quelli distruttivi come la rabbia e la vendetta, sono spesso oggetto delle pellicole asiatiche e ci vengono raccontati come qualcosa di difficilmente superabile e che spesso condizionano l’intera vita dell’individuo. Pensiamo, ad esempio, alla trilogia della vendetta di Park Chan-wook dove il desiderio di rivalsa plasma e permea le vicende, ma anche la personalità dei protagonisti. In tutti e tre i film i personaggi non superano il desiderio di vendetta, ma lo assecondano diventandone anche essi vittime. Anche in questo caso Kayako non supera la rabbia per l’amore non corrisposto e la morte che ne è conseguita e ne rimane intrappolata, infettando lei e chi le sta intorno. In un clima di totale nichilismo, l’unico modo per vivere è assecondare quei sentimenti, spesso rimanendone incagliati per sempre.

FINE DELLA PARTE SPOILER
Conclusioni
The Grudge è una pellicola iconica degli anni 2000, che può essere apprezzato da tutti/e, ma che sicuramente causa un piccolo effetto nostalgia ai e alle millennials come me. Un tuffo nella nostra adolescenza, in cui non esistevano gli smartphone e lo squillo di un telefono poteva terrorizzare più di qualsiasi altra cosa al mondo.
Leggi anche: Sympathy for Lady Vengeance – L’epilogo della vendetta è femminile
































