Flanagan torna a trasporre King, con un racconto intimista e cosmico, riuscendo a cogliere appieno l’essenza del Re

Negli ultimi anni abbiamo tutti conosciuto l’indiscutibile talento di Mike Flanagan di trasporre storie gotiche o spaventose, senza mai dimenticare sentimenti ed emozioni. Questo sia nella serialità, da The Haunting of Hill House fino a La Caduta della Casa degli Usher, ma pure nel cinema con Il Gioco di Gerald e Doctor Sleep. Il regista di Salem è sempre stato un fan di Stephen King, quindi accettò subito di dirigere The Life of Chuck. Il racconto faceva parte di una raccolta che uscì nel 2020 (il primo del libro, Il Telefono del signor Harrigan, ha già avuto una trasposizione filmica su Netflix). Mi sono immaginato quale approccio Flanagan avrebbe adottato per il suo film, mi ha sorpreso vedere che è stato quasi filologico nel seguire il modo in cui la storia era stata raccontata.

Un racconto in 3 atti (al contrario)

Il racconto partiva dal terzo atto per arrivare al primo, permettendo al lettore di ricostruire chi sia veramente Chuck. In un’America sull’orlo della fine del mondo, con comunicazioni ed internet assenti, disastri ambientali e corpi celesti che spariscono a poco a poco, il professor Marty Anderson (Chiwetel Ejiofor) tenta di riallacciare i rapporti con la sua ex, Felicia Gordon (Karen Gillan). Nel tentativo di raggiungerla conoscerà altri persone che si stanno preparando alla fine. Unica costante: spot televisvi, cartelloni e messaggi alla radio che ringraziano un misterioso Chuck per i suoi 39 anni insieme. Nel secondo atto, Charles Krantz (Tom Hiddleston), detto Chuck, durante la pausa di un convegno per impiegati di banca, sente un’artista di strada suonare la batteria e comincia a ballare, rievocando ricordi perduti. Infine, nel terzo atto, ripercorriamo l’infanzia del piccolo Chuck, passata con i nonni dopo la morte dei suoi genitori. Nonno Albie (Mark Hamill) nasconde un grande segreto nella cupola della loro casa vittoriana, tanto da tenerla sempre chiusa con il lucchetto.

Io contengo moltitudini

Questo verso, tratto da Canto di me stesso di Walt Whitman, sarà molto importante per capire la storia di Chuck. Viene accennata ad inizio film dal professor Anderson e poi spiegata al piccolo Chuck dalla signora Richards (Kate Siegel, moglie di Flanagan e sua attrice feticcio). La nostra mente contiene tutte le persone che consociamo da quando siamo nati, da quelle care fino agli sconosciuti solo incontrati per caso, oltre a tutte le nozioni che apprendiamo. Nel corso degli anni, questo universo cresce sempre di più fino a contenere davvero moltitudini! Il concetto avrà una sua rappresentazione visiva, che Flanagan ci renderà comprensibile solo con il primo atto (l’ultimo del film).

Un misteriosa cupola

L’atto che ho preferito leggendo il racconto è quello dell’infanzia di Chuck. Oltre a riprendere tante tematiche care allo scrittore, come la crescita con le sue paure e la magia di nuove scoperte, racconta di un mistero affascinante. La strana cupola, in cui i nonni non mettono più piede da anni sembra avere qualche strano potere. Mentre assistiamo alla vita scolastica di Chuck, con l’inizio della sua passione per il ballo grazie alla nonna, il mistero di quella strana cupola torna nel corso degli anni. Flanagan riesce a trasporre perfettamente il senso di attrazione e paura del pericolo che prova Chuck ogni volta che si avvicina alla porta chiusa con il lucchetto. In fondo è sempre l’ignoto ciò che più ci affascina!

Adattare fedelmente con il cuore

Flanagan riesce a trasporre King perché cerca di rimanere il più fedele possibile alla pagina scritta. Questo ha comportato anche critiche al film, perché tutto ciò che funziona su pagina spesso non la fa anche su schermo. A mio avviso, The Life of Chuck riesce a trasporre degnamente il racconto, arrivando al cuore della narrazione. De Palma o Kubrick, per citarne un paio, fecero i loro adattamenti, ed è innegabile che siano ottimi film. Io resto però lo stesso affascinato dal modo di raccontare di Flanagan, usando anche il voice over di un narratore esterno, proprio come se stessimo leggendo il libro di King a schermo.

Una storia che vive di grandi interpreti

Tom Hiddleston non è il solo protagonista per Chuck. Infatti durante la sua infanzia verrà interpretato ottimamente da altri tre piccoli attori. I comprimari funzionano tutti. Il mio preferito rimane nonno Albie, un arcigno ma al contempo tenero Mark Hamill. Un contabile che deve superare la morte del figlio e della nuora, insieme al nuovo ruolo di tutore del piccolo nipote.

Voglio citare anche volti noti nel mondo dell’horror, con piccoli ruoli che emozioneranno i fan. Da Matthew Lillard, lo Stu Macher della saga di Scream, a Violet McGraw, la Cady dei due film su M3gan. Emozionante anche ritrovare, nel ruolo della pettegola vicina dei Krantz: Heather Langenkamp, la Nancy della saga di Nightmare. Ultimo ma non ultimo, un piccolo cameo dello stesso Flanagan.

The Life Of Chuck è un sentito racconto su come ogni vita, anche quelle all’apparenza ordinarie, siano straordinariamente dense di piccoli misteri e grandi emozioni, vissute da moltitudini di persone che, nel corso degli anni, ci hanno permesso di essere noi

Classificazione: 4 su 5.

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