Il romanzo

Aveva circa vent’anni Stephen King quando, tra il 1966 e il 1967, iniziò a scrivere La lunga marcia (in inglese The Long Walk), quello che è a tutti gli effetti il suo primo romanzo. Il giovane scrittore, che sarebbe poi diventato il re del brivido, osservava i suoi coetanei partire per la guerra del Vietnam con entusiasmo: cosa spingeva dei ragazzini come lui a farlo? L’idea di ottenere un qualche tipo di gloria, l’amore per la patria, o l’illusione di avere una scelta? Da qui nacque l’idea per il romanzo, pubblicato solo nel 1979 con lo pseudonimo di Richard Bachman. In un’America post-bellica, piegata da una profonda crisi economica, 100 ragazzi di età compresa tra i 13 e i 18 anni partecipano volontariamente a una gara nota come “La lunga marcia”. Solo uno sarà il vincitore, ottenendo una ricompensa economica enorme e la possibilità di esprimere un desiderio. Le regole sono poche: bisogna camminare senza mai fermarsi o ridurre la velocità al di sotto delle 4 miglia orarie (3 nel film), pena un ammonimento. Al terzo ammonimento, si è fuori dalla competizione… inutile specificare che chi perde viene fucilato sul posto.

Cronologia dell’adattamento cinematografico

In oltre 40 anni, l’idea di un adattamento cinematografico del romanzo è stata sfiorata più volte: nel 1988 si parlava addirittura di George A. Romero alla regia, mentre nel 2007 fu Frank Darabont ad assicurarsi i diritti. Parecchi anni dopo, nel 2019, fu annunciato un progetto scritto da James Vanderbilt e diretto da André Øvredal, e nel 2023 questo stesso progetto passò dalla New Line Cinema alla Lionsgate, che assunse Francis Lawrence alla regia e JT Mollner alla sceneggiatura. JT Mollner aveva scritto e diretto, nel 2023, il bellissimo Strange Darling, mentre Lawrence, oltre ad aver diretto Constantine e Io sono leggenda, veniva direttamente dall’universo distopico di Hunger Games. Come quest’ultimo, The Long Walk prevede una gara sadica con un solo sopravvissuto, ma Lawrence riesce a portare al centro della narrazione il lato umano piuttosto che lo spettacolo. Mollner, dal canto suo, apporta delle modifiche necessarie e intelligenti al romanzo: i partecipanti diventano 50 (uno per ogni stato), l’età dei concorrenti viene alzata e alcuni background vengono riscritti (la storia della cicatrice di Pete o la motivazione che spinge Ray a partecipare), così come il finale.

Il regista Francis Lawrence con Cooper Hoffman (Ray Garraty) e David Jonsson (Pete McVries)

La storia

Il film si apre con Ray Garraty (Cooper Hoffman), il partecipante per lo stato del Maine, che arriva alla linea di partenza accompagnato dalla madre (Judy Greer), che lo supplica di ritirarsi. Ray, deciso a vincere per esaudire un desiderio ben preciso, la saluta e si unisce agli altri partecipanti. Il Maggiore (Mark Hamill) dà il via alla gara, massima espressione di un sistema individualista. Eppure i concorrenti, messi di fronte alla loro finitudine, svilupperanno una sorprendente solidarietà. Facciamo quindi la conoscenza di un manipolo di ragazzi tutti ben caratterizzati: Henry Olson (Ben Wang), Art Baker (Tut Nyuot), l’odioso Gary Barkovitch (Charlie Plummer), il misterioso Stebbins (Garrett Wareing) e il cuore pulsante del film, Pete McVries (David Jonsson).

Il cammino non può essere fermato

La metafora alla base della lunga marcia è piuttosto evidente, al di là dell’ispirazione legata alla guerra del Vietnam. Il film, così come il libro, è un coming of age molto vicino per certi aspetti a Stand by me, dove il cammino diventa sinonimo di vita. Bisogna continuare ad andare avanti, anche quando gli affetti ci lasciano, perché fermarsi o tornare indietro non è un’opzione. E, come nella vita, le persone con cui condividi il percorso fanno la differenza, perché l’amore è ciò che resta quando ci si ritrova faccia a faccia con la morte. Per questo King, che nei suoi scritti concepisce l’amicizia come l’unica cosa abbastanza forte da opporsi al male, si focalizza soprattutto sul rapporto tra questi partecipanti. Lawrence e Mollner abbracciano pienamente questa visione, evitando fin dal primo momento di impostare la lunga marcia come una competizione. I ragazzi non sono gli uni contro gli altri, ma si aiutano continuamente e si riconoscono uguali, tutti vittime di un sistema più grande e malato. È interessante notare, infatti, che tutti, anche quelli inizialmente più spaventosi o restii a fare gruppo, sanno benissimo contro chi puntare il dito. Nonostante la manipolazione, nonostante la propaganda, dei semplici ragazzi tutti intorno ai venti anni non vedono nell’altro la minaccia, ma un compagno con un vissuto uguale che si trova lì perché crede che sia l’unico modo per garantirsi una vita migliore. E, come dice lo stesso Ray, nel momento in cui credi che quella sia l’unica scelta che hai, dov’è il tuo libero arbitrio?

L’erosione del sogno americano

L’intero concetto su cui si fonda la marcia è una bugia. I partecipanti vengono celebrati come eroi, quelli capaci di svegliare il popolo americano dal torpore, dalla pigrizia che li ha colpiti e da cui, secondo la propaganda, deriva la crisi economica. Ma questi ragazzi non sono li perché sono combattivi, determinati, pronti a tutto per la gloria o per rianimare il sogno americano. Sono lì perché la gioventù, in uno scenario del genere, non ha futuro; sono lì perché il sistema li ha abbandonati. E cosa c’è di più rivoluzionario di qualcuno che sceglie di continuare ad essere anonimo, che sceglie l’amore e la condivisione invece dell’odio e della rivalità? E qui si inserisce il personaggio di Pete, portatore di questi valori, colui che insegna agli altri che la più alta forma di resistenza è la solidarietà. Il rapporto che il personaggio interpretato magistralmente da David Jonsson stringe con Ray è come se fosse una relazione decennale condensata in pochi giorni. Questo rapporto ha in sé tutte le sfumature dell’amore, dall’attrazione romantica – il sottotesto queer, già presente nel romanzo, viene mantenuto – fino alla fratellanza. Mollner scrive due personaggi inizialmente agli antipodi, spinti da due forze opposte, ma che impareranno a comprendersi e ad accogliere in sé le sfumature dell’altro.

Un film brutale

The Long Walk è girato in ordine cronologico, con la macchina da presa che segue incessantemente gli attori, muovendosi dietro, davanti e sotto di loro. Il senso di realismo è dato non solo da un movimento che sembra non arrestarsi mai, ma anche dal fatto che la morte sullo schermo non viene mai censurata. Lo spettatore condivide lo stesso shock dei personaggi quando il primo di loro viene ucciso, perché la macchina da presa non si gira dall’altra parte. Da questo punto di vista, il film è un horror a tutti gli effetti, pieno di sangue, e che non risparmia i dettagli più disgustosi. Anche il lavoro svolto dagli attori contribuisce al realismo di The Long Walk: ognuno di loro ha apportato modifiche personali al personaggio, scegliendo anche gli oggetti da portarsi dietro. Ben Wang, ad esempio, ha dato ad Hank un carisma e un’irriverenza unici, utilizzando come “oggetto” la gomma da masticare che tiene costantemente in bocca per calmare i nervi, rivelando una fragilità che credeva ben celata. Charlie Plummer, invece, dà vita a un Barkovitch complesso, un ragazzo inizialmente detestabile e respingente che, alla fine, era solo in cerca di supporto e inclusione. Il suo oggetto è una macchina fotografica, oggetto che gli permette di distanziarsi dalla realtà filtrandola attraverso l’obiettivo, lasciando trasparire una paura tremenda dietro l’apparente leggerezza con cui aveva approcciato la marcia.

Il finale (questa sezione contiene spoiler)

Nel romanzo, Ray è l’ultimo a rimanere in piedi e, in un finale ambiguo, è talmente provato dalla marcia e dalle perdite subite da non rendersi conto di nulla: non è ben chiaro se sia morto anche lui – King lo descrive mentre si appresta a seguire delle ombre nere davanti a sé – o se abbia perso il contatto con la realtà. Nel film, invece, a sopravvivere è Pete grazie al sacrificio di Ray. Quest’ultimo, che voleva vincere la marcia per uccidere il Maggiore, colpevole di aver ucciso il padre ribelle qualche anno prima, comprende che il senso della vita non risiede nella vendetta. Pete gli aveva detto, infatti, che la vendetta non è abbastanza; facendo sopravvivere Pete, Mollner porta avanti quella precisa visione del mondo, quell’empatia che aveva contagiato Ray al punto da fargli rinunciare alla sua stessa vita per amore. La scelta di far impugnare la carabina a Pete contro il Maggiore l’ho trovata però discutibile, siccome apparirebbe un’azione in antitesi con i suoi ideali. Tuttavia, può essere letta come un compromesso inevitabile: a volte gli ideali, di fonte all’orrore della vita vera, non reggono. Sparare al Maggiore, inoltre, potrebbe essere l’unico modo per mettere in moto un cambiamento, o quantomeno per dimostrare al mondo che quei ragazzi lì non sono più disposti a tenere la testa abbassata di fronte a un potere che li schiaccia.

The Long Walk è un film disarmante, commovente e dotato di un umorismo sottile che alleggerisce il tono che altrimenti rischiava di diventare insostenibile. Si esce dalla sala con l’impressione di aver assistito a qualcosa di autentico e con un reminder importante: il viaggio conta più della destinazione e i legami che ci costruiamo durante il cammino sono ciò che ci porteremo dietro per sempre, fino all’ultimo passo.

Classificazione: 4 su 5.

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