In onore del compleanno di Hideo Nakata, abbiamo deciso di rispolverare un suo grande classico: The Ring 2. Il “remake” statunitense di Ringu 2, diretto sempre da Nakata, che riporta sul grande schermo l’iconica Samara.
Trama
Rachel (Naomi Watts) e Aidan (David Dorfman) stanno cercando di ricominciare la loro vita, dopo i terribili eventi di Seattle. Ma Samara Morgan (Daveigh Chase) ha altri piani per la neo ritrovata famigliola felice.
Recensione
Dopo sette anni dall’uscita giapponese del primo Ringu e due dall’uscita del remake statunitense, nel 2005 (esattamente 20 anni fa) usciva al cinema il “remake” (anche se il termine è improprio) del secondo capitolo della saga giapponese: The Ring 2. Una pellicola non scevra da difetti, ma che è riuscita comunque a rimanere ben salda nell’immaginario collettivo e che, rispetto al primo capitolo, cerca di indagare maggiormente la storia della terribile Samara e del ruolo materno.
Un breve commento tecnico
Lo stampo stilistico di Hideo Nakata permea tutta la sua filmografia, nella quale i capitoli della saga di The Ring costituiscono dei veri e propri capisaldi. Nakata è, infatti, regista di quattro pellicole della serie, di cui tre giapponesi (Ringu, Ringu 2 e Sadako) e uno statunitense (The Ring 2). Tuttavia, nel passaggio dal pubblico giapponese a quello occidentale, perde di incisività nel vano tentativo di riadattare gli stilemi orientali alla cultura di ponente. Ciò porta ad un leggero effetto di straniamento, soprattutto nelle scene più esasperate (vedi quella del bagno di Aidan – NdR), con una conseguente perdita della tensione generale. The Ring 2, infatti, rispetto al primo capitolo statunitense, è meno gore e complessivamente meno “pauroso” del precedente, a causa anche della sceneggiatura ad opera di Ehren Kruger. Un’occasione sprecata, considerando anche l’impatto incisivo che ha avuto Ringu nella filmografia folk horror giapponese.

Dal terrore verso la tecnologia all’orrore della maternità
The Ring 2, come già anticipato, non può essere visto come un vero e proprio remake di Ringu 2, ma piuttosto come un sequel del capitolo statunitense, che conosce anche un cambio di rotta nei temi trattati. Se in The Ring, infatti, il focus era principalmente sulla tecnologia e sugli effetti nocivi della stessa (oltre che sulla risoluzione del caso), nel secondo capitolo l’attenzione è rivolta alla figura materna e alla maternità mostruosa (aspetto che approfondiremo nel capitolo successivo). Il primo The Ring, infatti, si apriva con l’iconica frase, parodiata alla perfezione in Scary Movie 3 da Pamela Anderson e Jenny McCarthy, sull’effetto delle onde elettromagnetiche sul cervello:
Odio la televisione, mi fa venire il mal di testa. Qualcuno ha detto che a causa delle TV e dei telefoni nell’aria viene sprigionata una tale montagna di onde magnetiche che ci fa perdere cellule cerebrali 10 volte di più di quello che dovremmo. Temo che tutte le molecole che abbiamo in testa sono instabili e le aziende lo sanno benissimo, ma non gliene frega niente. È tutta una cospirazione.
Questo terrore, effetto diretto dello sviluppo tecnologico accelerato degli anni ’90 – primi anni 2000, passa in secondo piano nel sequel, dove il focus è proprio sulla figura materna. Tutto, infatti, smette di ruotare attorno alla cassetta maledetta e al telefono (emblemi della tecnologia dell’epoca) e inizia a focalizzarsi su un “giudizio” di Rachel in quanto madre e sul desiderio di Samara di averne una.

La maternità mostruosa
Da tempo immemore, l’horror è uno dei principali veicoli con cui si analizza (in modo più o meno volontario) l’archetipo della madre, e soprattutto della mostruosità intrinseca alla maternità. Ne ha scritto uno splendido saggio Jude Ellison S. Doyle, dal titolo Il mostruoso femminile – Il patriarcato e la paura delle donne in cui, tra le altre cose, viene sviscerato il ruolo della madre nella creazione dei mostri, e nell’essere, a loro volta, delle madri mostruose. In questo The Ring 2, tutta la vicenda ruota proprio intorno alle figure materne. Rachel è una ex donna in carriera, che ha abbandonato le aspirazioni lavorative per stare più vicina al figlio Aidan, dopo le vicende del primo capitolo. Questo dovrebbe averla redenta (secondo quello che è il comune percepito, non il mio personale – NdR) da quello che è l’emblema della madre mostruosa per eccellenza: la donna che mette il lavoro e la maternità allo stesso posto, o la seconda ad un posto subalterno. Eppure ciò non basta. Quando il figlio sta male, senza apparente motivo, la prima ad essere imputata è proprio Rachel. Viene accusata di aver maltrattato il figlioletto, adducendo come prova di ciò l’aver sofferto di depressione post-partum.
“Ho parlato con il dottor Koji di Seattle […] Il dottor Koji ha accennato al fatto che ha sofferto di DPP quando è nato Aidan… Depressione Post-Partum”
“Solo per il primo mese, nient’altro..”
“Oh lo so.. è molto comune… tante donne hanno difficoltà ad adattarsi allo stress della maternità.
“Che cosa c’entra questo con quello che sta succedendo a mio figlio adesso?”
“Ha avuto qualche stress ultimamente? Si è mai ritrovata ad essere incapace di provare amore per Aiden? […] Gli ha fatto del male, sebbene non intenzionalmente? L’ha lasciato solo? L’ha abbandonato?
– Dialogo tra la psicoterapeuta e Rachel in ospedale

Nel momento in cui una donna, una madre, per un qualsiasi motivo si trova in difficoltà con un figlio, la prima accusa è proprio verso di lei. E in questo momento, l’unico modo per salvare sé stessa e la propria prole è rivolgersi ad una madre altrettanto mostruosa: Evelyn, la madre biologica di Samara. Nonostante la società l’abbia rifiutata, allontanandola e richiudendola in un centro psichiatrico, l’altra madre mostruosa è l’unica che può capirti e guidarti verso la luce. Come in una nuova congrega di streghe (immagine che viene riportata anche nel diario di Evelyn), le donne si riuniscono per sopravvivere ad una società che le vede colpevoli in ogni caso.
“Sono venuta a trovare una paziente, si chiama Evelyn, non so dirle il cognome.”
“Evelyn?! […] Evelyn la sta aspettando. Ogni certo numero di anni, una di voi viene a trovare Evelyn, neanche fosse una santa patrona o roba del genere. Ha un problema con suo figlio, vero?!”
– Dialogo tra Rachel e l’inserviente del centro psichiatrico in cui è detenuta Evelyn
Il rifiuto della maternità
QUESTO PARAGRAFO CONTIENE SPOILER
L’incontro con Evelyn sfocia in un dialogo che è forse l’emblema dell’incubo peggiore che la società ha rispetto alla figura della madre: la possibilità che ella uccida la sua prole.
“Perchè hai cercato di uccidere la tua bambina?”
“Perchè? Perchè la mia bambina mi ha detto di farlo, come il tuo lo dirà a te… e tu dovrai farlo” […]
“Che cosa devo fare?”
“Sii una brava madre, ascolta il tuo bambino”
– Dialogo tra Rachel e Evelyn
Ancor più “grave”, infatti, rispetto alla possibilità di essere la causa del malessere della propria prole, vi è il peccato per eccellenza, l’accusa più infamante che una donna possa ricevere: essere una donna che rifiuta la maternità. Rachel è la madre di Aidan, ed è la madre che Samara vorrebbe. Ciò porta lo spirito della bambina a cercare di possedere il corpo di Aidan, utilizzando i suoi occhi, le sue mani, ma soprattutto l’appellativo mamma (che Aidan abitualmente non usa per rivolgersi a Rachel – NdR), per intenerirla, e concederle di restare. La donna si trova, quindi, di fronte ad una scelta difficile: dover “uccidere” il corpo del figlio per poterlo salvare. Fidandosi del consiglio dell’altra madre mostruosa (Evelyn), mette in atto il suo piano e, successivamente, segue Samara all’interno del suo mondo.

Se da una parte vediamo una donna combattere per salvare il proprio figlio, dall’altro la vediamo in una veste quasi antitetica: una madre che rifiuta una bambina implorante. Naomi Watts riesce a trasmettere perfettamente il suo dibattito interno, la lotta contro un senso di maternità che involontariamente prova. Sentimento che Nakata butta addosso anche allo/a spettatore/trice. Per quanto sia mostruosa, per quanto sappiamo che faccia del male, sentire la voce di una Samara bambina sussurrare un implorante mamma, instilla anche nel più scettico di noi il dubbio sulla legittimità del gesto che sappiamo di dover compiere. Ed è proprio nel momento clou della pellicola, che vediamo l’orrore, quello vero: Rachel che scappa dal pozzo e ributta una Samara implorante da dove è venuta all’urlo di Non sono la tua fottuta mamma!
In quella frase volutamente volgare, c’è tutta l’iconografia dell’autodeterminazione femminile, che si ribella a quei costrutti sociali che la voglio buona ed accogliente a tutti i costi, portando sul grande schermo un nuovo e più vero orrore.

Conclusioni
The Ring 2 è un film che fa, a pieno titolo, parte della cultura pop-horror dei primi anni 2000. Nonostante vi siano delle imperfezioni e risulta decisamente meno potente del capitolo precedente, riesce a intrattenere e a trasmettere (in modo leggero e senza appesantire), anche una simbolica riflessione sul ruolo della maternità. Certo, non è un film tratto dalla filosofia di Carla Lonzi, ma non serve. Come Jennifer’s body o Denti, il messaggio c’è ma viene lasciato all’interpretazione e alla sensibilità dello/a spettatore/trice, permettendogli/le altresì di godersi una splendida serata di paura.
Se ti vuoi vedere altri film che parlano di maternità mostruosa, recupera Immaculate di cui trovi la nostra recensione qui: Immaculate – La consacrazione di Sydney Sweeney all’horror
Se invece vuoi approfondire la filmografia di Hideo Nakata e il suo ruolo all’interno dell’J-horror leggi: Hideo Nakata, uno dei maestri del J-Horror
































