Prima di diventare uno dei registi horror più discussi degli ultimi anni con Hereditary, Midsommar e Beau ha paura, Ari Aster aveva già dimostrato di possedere una sensibilità fuori dal comune nel raccontare il disagio umano. In occasione del suo compleanno, vale la pena tornare a uno dei lavori che più di ogni altro ha contribuito a costruire la sua fama di autore estremo: The Strange Thing About the Johnsons, cortometraggio del 2011 ancora oggi capace di sconvolgere chiunque lo guardi.
Scritto e diretto da Ari Aster come film di tesi per l’AFI Conservatory, il film dura appena una trentina di minuti, ma riesce a condensare un livello di tensione e inquietudine che molti lungometraggi non raggiungono nemmeno in due ore. È senza dubbio una di quelle opere che continuano a insinuarsi nei pensieri anche giorni dopo averla vista. E, cosa tutt’altro che scontata, è riuscito a disturbare perfino me, che difficilmente rimango turbata da un film.

Trama
I Johnson sono una famiglia apparentemente perfetta. Sidney è uno scrittore affermato, Joan una madre premurosa e il giovane Isaiah sembra un ragazzo brillante con un futuro promettente. Dietro questa immagine impeccabile si cela però un segreto inconfessabile, una realtà devastante che trasforma la quotidianità domestica in un incubo psicologico. Attraverso il passare degli anni, il film segue l’evoluzione di un rapporto familiare profondamente malato, ribaltando ogni aspettativa dello spettatore.
Un orrore che nasce dall’inversione dei ruoli
La forza di The Strange Thing About the Johnsons non risiede nella presenza del soprannaturale o della violenza esplicita, ma nella capacità di Ari Aster di manipolare i nostri schemi morali. Il regista prende un tema decisamente tabù ma che comunque il cinema ha affrontato ma lo ribalta completamente, costringendo il pubblico a confrontarsi con un punto di vista rarissimo sul grande schermo.
L’effetto non è gratuito. La provocazione iniziale serve soprattutto a mettere in discussione il modo in cui percepiamo il potere, la vergogna e il silenzio all’interno della famiglia. Aster mostra come l’abuso possa assumere forme che la società fatica perfino a riconoscere, proprio perché mettono in crisi stereotipi profondamente radicati. Come in Dogtooth di Yorgos Lanthimos o in Miss Violence di Alexandros Avranas i legami familiari diventano catene, strumenti di coercizione e sentimento di vergogna, e la casa, luogo che dovrebbe essere sicuro e rassicurante, si fa prigione.
Più che un semplice esercizio di provocazione, The Strange Thing About the Johnsons nasce dalla volontà di esplorare un territorio che il cinema affronta di rado: quello dell’inconcepibile. Ari Aster non costruisce il suo cortometraggio attorno allo shock, ma utilizza una premessa volutamente destabilizzante per interrogarsi su ciò che accade quando un trauma viene nascosto, normalizzato e infine assimilato da chi lo vive.
L’elemento realmente disturbante non è infatti la sola natura degli eventi, ma il modo in cui questi vengono assorbiti nella quotidianità. La casa continua a essere ordinata, le giornate scorrono normalmente, le convenzioni sociali vengono rispettate. L’orrore non irrompe mai con violenza: è già lì, perfettamente integrato nella routine e viene nascosto agli occhi degli altri per mantenere quella rispettabile facciata da felice famiglia borghese.
È proprio questa normalizzazione a rendere il film così difficile da dimenticare. Aster evita spiegazioni psicologiche o facili giustificazioni, preferendo osservare i suoi personaggi con uno sguardo quasi clinico. Nessuno viene assolto, ma nessuno viene nemmeno trasformato in una semplice caricatura del male. Ciò che interessa al regista è mostrare come il silenzio possa diventare una forma di prigionia e come l’omertà familiare finisca per alimentare il trauma anziché interromperlo.

Lo spettatore prova un senso di disagio costante non tanto per ciò che vede, quanto per l’impossibilità di trovare un appiglio morale rassicurante. Ogni scena è costruita per aumentare lentamente la tensione, preferendo un’atmosfera soffocante fatta di sguardi, silenzi e conversazioni apparentemente normali alla spettacolarizzazione della violenza.
Lo stile di Ari Aster è già tutto qui
Pur essendo un’opera giovanile, il cortometraggio contiene già molti degli elementi che renderanno Ari Aster uno degli autori più riconoscibili del panorama horror contemporaneo.
La famiglia come luogo dell’orrore, il trauma tramandato, l’impossibilità di comunicare, la sofferenza vissuta tra le mura domestiche e una regia che osserva i personaggi con apparente distacco sono tutti elementi che ritroveremo amplificati in Hereditary.
Dal punto di vista registico, colpisce quanto Ari Aster riesca a creare tensione senza ricorrere ai codici tradizionali dell’horror. La fotografia luminosa (che rivedremo in Midsommar) gli ambienti accoglienti e la regolarità delle inquadrature trasmettono un senso di apparente serenità che entra continuamente in conflitto con ciò che lo spettatore sa. Questo contrasto genera un’inquietudine costante, amplificata dall’assenza di una colonna sonora invasiva e da un montaggio essenziale che lascia respirare ogni momento di disagio.
È proprio questa normalità estetica a rendere ancora più disturbante ciò che accade tra le pareti della casa. Aster evita ogni estetica horror tradizionale e costruisce il terrore attraverso la banalità della quotidianità.

Guardandolo oggi è impossibile non riconoscere i semi del cinema che Aster svilupperà negli anni successivi. In Hereditary e Midsommar la famiglia e la comunità diventeranno nuovamente spazi di sopraffazione, dolore e isolamento, ma le radici di quella poetica sono già tutte qui. Cambiano il contesto e le dimensioni del racconto, non l’interesse per i traumi che si consumano nell’intimità e per le ferite che nessuno vuole nominare che ritroveremo poi, seppur in maniera differente, anche in Beau ha paura.
Un corto che continua a dividere
Fin dalla sua pubblicazione online, The Strange Thing About the Johnsons è diventato un piccolo fenomeno virale. Molti spettatori lo hanno definito uno dei cortometraggi più disturbanti mai realizzati, mentre altri lo hanno accusato di puntare esclusivamente sullo shock.
In realtà, al di là dell’impatto emotivo iniziale, il film rivela una scrittura sorprendentemente lucida. Lo scandalo non è il suo obiettivo finale, ma il mezzo attraverso cui Ari Aster costringe il pubblico a riflettere sui meccanismi dell’abuso, sul peso del silenzio e sulle convenzioni sociali che influenzano il modo in cui interpretiamo le vittime e i carnefici.

Perché recuperarlo
Non è un cortometraggio adatto a tutti. I temi affrontati sono estremamente delicati e possono risultare difficili da sostenere. Tuttavia, proprio per la sua capacità di mettere profondamente a disagio senza ricorrere ai classici strumenti dell’horror, rappresenta una tappa fondamentale per comprendere l’evoluzione artistica di Ari Aster.


































