Il 22 giugno è stato aggiunto al catalogo di Prime Video “The Surfer”, film del 2024 diretto da Lorcan Finnegan. Nel cast troviamo Nicolas Cage e il compianto Julian McMahon, qui al suo ultimo ruolo cinematografico.
Vale la pena di recuperare questo thriller ambientato sulle assolate coste australiane? Scopriamolo.

TRAMA
Siamo in Australia, nel periodo di Natale. Un uomo d’affari si reca col figlio sui luoghi della propria infanzia, motivato a concludere l’acquisto di una casa e a fare surf fra le onde.
I due si imbatteranno, tuttavia, in un’agguerrita gang di surfisti capeggiata dal carismatico Scally. Il gruppo, che ha i connotati di un vero e proprio culto, non ha alcuna intenzione di permettere a estranei di alterare l’equilibrio locale. Inizia così una spossante lotta psicologica tra le parti, che porterà il nostro protagonista a perdere contatto con il proprio sé…

“YOU DON’T LIVE HERE, YOU DON’T SURF HERE”
The Surfer fa parte di quella piacevole e fortunata schiera di film che riescono a funzionare nonostante il costante rischio di sprofondare (o annegare, per restare in tema) nel disastro. A ben rifletterci, la premessa di un uomo ricco contro una gang di surfisti è tanto singolare quanto bislacca, forse più adatta a una crime comedy che a un thriller puro. Nonostante ciò, The Surfer non smette mai di prendersi con paradossale serietà e, nel farlo, esce pure vincitore.
Quello che in apparenza è un intreccio semplice, nasconde difatti tanti piccoli ingredienti che ne garantiscono un funzionamento ottimale e mai forzato.
In poche parole, The Surfer ci parla di un processo di perdita di sé. Già in partenza, al personaggio interpretato da Nicolas Cage non rimane nulla, ma lui ancora non lo sa. Non a caso, non sappiamo nemmeno il suo nome. Ognuna delle numerose telefonate che gli vediamo fare ha il personaggio interagire con una voce fuori campo, senza mai avere stacchi che mostrino gli interlocutori. Una scelta estremamente semplice quanto potente: il mondo esterno non ha alcun accesso reale a quel microcosmo. A parte le poche location che fanno da setting alle vicende, peraltro, non vediamo nulla. Tutto il resto non è importante e, soprattutto, non ha alcuna autorità lì.
Il nostro surfer (chiamiamo così il personaggio di Cage, per comodità) si crogiola in una serie di ricordi di gioventù che sfumano nella dimensione del sogno. Fin dal principio lo vediamo parlare al figlio delle sue esperienze fra le onde, ma qualcosa non torna. I suoi sono discorsi di chi vorrebbe vivere a metà fra la propria identità attuale, quella di uomo d’affari, e la nostalgia del sé giovane. Non vediamo passione genuina nelle sue parole, solo una rincorsa nostalgica dei tempi passati. Come la pellicola ci ripete più volte, tuttavia, non è possibile abbracciare un’identità senza bruciare i ponti con quella precedente.

Il personaggio di Scally, il carismatico leader del culto dei surfisti, costituisce l’incarnazione totale dello spirito di quei luoghi. In una scena lo sentiamo dire esplicitamente “per avere tutto devi diventare nulla”. La sua è ovviamente un’ottica distorta, ma è anche l’unica ottica con cui è possibile sopravvivere in quei luoghi. Scally sa tutto del surfer (probabilmente sa anche più di noi spettatori) e lo usa per fare leva sui perni della sua psiche, per smontarla e lasciare terreno a delle nuove fondamenta.
Non è esagerato paragonare il percorso del surfer a quello di un esploratore in una zona ignorata dalle mappe. L’unico principio che può valere, in un luogo del genere, è quello della legge di natura. Non è possibile provare a far valere altre forme di autorità. O ci si adatta, o si muore. E pian piano, quasi senza rendersene conto, il surfista finirà per essere fagocitato da quel piccolo sprazzo di costa.
Segue un percorso analogo anche il personaggio del senzatetto incontrato dal surfer. A differenza di quest’ultimo, egli cerca di lottare il più possibile per far sì di non essere inglobato dalla follia imperante sul posto. Il parallelismo raggiunge la sua massima efficacia nella sequenza di chiusura del film, che costituisce tuttavia anche la vera occasione mancata della pellicola. Se fino a quel momento sembrava si stesse seguendo un filo logico coerente, il modo in cui la vicenda giunge a risoluzione è meno incisivo. A ben vedere, non si può nemmeno escludere che il senso di forte ambiguità di tale chiusura sia voluto, ma non manca di lasciare un po’ di amaro in bocca. Non andremo ulteriormente nel dettaglio per non fare spoiler.
Una volta arrivati alla fine può essere interessante porsi una domanda: The Surfer è la storia di una vittoria o di una sconfitta?

UN’ESTETICA CHE SOTTRAE IL FIATO
La componente estetica di The Surfer può essere sintetizzata come: soffocante. La fotografia è estremizzata verso le tonalità calde del giallo e dell’arancione. La magnifica natura australiana viene quindi posta di forza sotto i riflettori, invadendo lo schermo e schiacciando i personaggi al proprio interno. Tutto è acceso, cangiante, perfino la pelle degli attori, andando a fondersi con il setting naturale. Non siamo di fronte a una gamma cromatica che susciti un senso di distensione, proprio perché non vi è spazio per la tranquillità. Finnegan rafforza il senso di soffocamento con l’uso di primi piani distorti, che esaltano il sudore, le abrasioni, le espressioni tese del surfista. Già dai titoli di testa non viene negata una strizzata d’occhio al cinema anni ‘70, da cui vengono presi in prestito anche zoom in/out repentini, atti a coglierci alla sprovvista.
Ottima scelta anche l’utilizzo crescente della camera a mano, sempre in stile persecutorio e soffocante, con l’avanzare della discesa agli inferi da parte del surfista.

SOLIDE INTERPRETAZIONI
Ulteriore punto a favore di The Surfer sono le prove attoriali di Nicolas Cage e Julian McMahon.
E’ evidente come Cage si sia trovato a proprio agio nel ruolo del surfista, che gli ha permesso di mostrare tanto un approccio contenuto e impegnato (a inizio film) quanto le esplosioni deliranti che sono divenute un suo tacito marchio di fabbrica. Il risultato finale non avrebbe mai potuto essere dello stesso livello senza un’interpretazione tanto intensa e flessibile.
Allo stesso modo, a McMahon vestono a pennello i panni di Scally. A differenza degli altri surfisti, macchiette animalesche che ripetono le stesse frasi, Scally riesce ad avere profondità e carisma. Se il surfista vive una lenta e irreversibile trasformazione, Scally sembra trasformarsi più volte all’interno della stessa scena. Dice una gentilezza e la rimangia, si mostra violento e accomodante a distanza di pochi secondi. Tale imperscrutabilità carismatica è resa da McMahon in maniera ottimale. Non si può fare a meno che provare tristezza sapendo che questa sia stata anche la sua ultima interpretazione cinematografica.



































