Il 30 ottobre è uscito al cinema The Ugly Stepsister, opera prima della regista e sceneggiatrice Emilie Blichfeldt. Il suo esordio alla regia è promettente: il film è stato presentato al Sundance Film Festival questo gennaio, ha avuto un’ottima risposta da parte sia della critica che del pubblico ed è stato associato al premio Oscar The Substance per la somiglianza delle tematiche riguardanti il corpo femminile e il genere body horror.

Trama

Il contesto è completamente preso in prestito dalla fiaba di Cenerentola, ma in questa versione vediamo come protagonista una delle sorellastre. I nomi sono diversi, per cui la protagonista è Elvira, una ragazza che sogna di sposare il principe. La più piccola è Alma e Cenerentola prende il nome di Agnes. Il viaggio che la regista ci propone è quello che segue la povera Elvira nei suoi tentativi di risultare attraente agli occhi del principe, in occasione dell’importante evento in cui egli sceglierà la sua futura sposa.

Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire

Questo concetto, che le donne conoscono molto bene, viene portato all’estremo tramite il mezzo del body horror. Si passa quindi per vari trattamenti, un’escalation di pratiche via via sempre più invasive talmente varie che è difficile rimanere impassibili. Il tutto viene eseguito diligentemente da Elvira, che infatti ci offre una visuale speciale, ossia quella di una donna completamente inserita nella società in cui vive. Tra le cose che fanno più effetto infatti c’è l’atteggiamento completamente devoto della protagonista, che vedremo sottoporsi alle pratiche più violente con un sorriso di speranza al limite del distacco con la realtà.

L’importanza di uno sguardo esterno

Alma, al contrario, in quanto sorella minore ha la possibilità di osservare il processo da un punto di vista completamente distaccato. Non è ancora nell’età dello sviluppo e guarda la sorella maggiore sottoporsi a tutto questo non capendone il motivo, introiettando un concetto di donna nella società diverso da quello di Elvira. È una figura importantissima nella storia perché tramite i suoi occhi vediamo l’assurdità delle pretese sociali, vediamo la paura di diventare una donna -non in quanto donna, ma in quanto donna inserita in questo contesto sociale. Il desiderio di non entrare in quel mondo, in quelle vesti, nella via che dallo sviluppo in poi sembra già scritta per tutte noi è quindi perfettamente sintetizzato nel suo personaggio.

L’idea iniziale

Il progetto nasce da una visione della regista riguardante la scena della scarpetta nella versione dei fratelli Grimm. Qui infatti vediamo le sorellastre tagliarsi una il tallone e una l’alluce nel tentativo di calzare la scarpetta di Cenerentola, e in questa scena la Blichfeldt vede una sintesi perfetta della rappresentazione femminile. Il peso che le richieste da parte della società possono avere una volta assimilate come ‘cose normali’ e diventate parte della nostra quotidianità. 

La similitudine con Yeh-shen, la Cenerentola cinese

Un approfondimento interessante potrebbe esserci donato dalla cultura cinese, che con la sua versione di Cenerentola integra perfettamente la metafora del taglio dei piedi. Yeh-shen infatti ha come segno distintivo i piedi molto piccoli, cosa che per la loro cultura è segno di nobiltà, bellezza e soprattutto capacità di sopportare il dolore – aspetto fondamentale per essere data in sposa. Per ottenere la dimensione giusta e dare dimostrazione di eleganza, la cultura prevede che fin da piccole le donne eseguano la pratica del loto d’oro, secondo la quale è buona usanza fasciarsi i piedi in modo che le ossa si rompano e si modellino, permettendogli di maritarsi in futuro. Uno spaccato insomma sia della relatività del senso delle richieste sociali che di quanto sia diffusa nel mondo la pretesa che le donne debbano sopportare il dolore.

In conclusione, il film è scorrevole, interessante, e si presta perfettamente per far passare il concetto: il focus non è solo su quanto sia difficile rispettare le norme sociali dal punto di vista della bellezza, ma anche sul peso che queste richieste possono avere sul singolo. Quindi certo, l’obiettivo è irraggiungibile, (la richiesta da parte della società di adattarci tutte ad un’unica idea di corpo che poi cambia ogni 20 anni), ma la cosa più spaventosa è quanto queste richieste ci portino ad odiare i nostri corpi e a desiderare in modo puro e sincero di essere diverse da come siamo.

Classificazione: 3.5 su 5.

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