Forse ha aiutato una coproduzione tutta europea (Irlanda, Danimarca, Belgio) o forse c’entra la libertà d’espressione di un giovane regista talentuoso al suo secondo lungometraggio (Lorcan Finnegan), sia come sia, con Vivarium siamo davanti ad un piccolo capolavoro. Enigmatico e distopico, questo delirante gioiellino si avvale di una forza visiva impattante che è la sostanza stessa della trama. Come accade sempre in quei film di valore che definiamo per comodità sci-fi oppure horror, il focus non è tanto sull’alienità quanto sull’umanità dei personaggi o meglio su ciò che ne definisce l’essenza e per sottrazione su ciò che è ad essa estraneo e quindi spaventoso.

Trama
Gemma (una strepitosa Imogen Poots) e Tom (Jesse Eisemberg) sono un’amabile giovane coppia che si appresta a fare le cose sul serio. È da un po’ di tempo che sono alla ricerca della sistemazione ideale per iniziare una vita insieme, e così approdano in un’agenzia immobiliare dove vengono accolti da Martin un venditore alquanto bizzarro, un tantino inquietante ma che riesce tuttavia a convincerli a visitare il nuovo complesso sul mercato denominato Yonder (“laggiù” in italiano). Al ritmo di A message to you Rudy, la nostra coppia raggiunge il quartiere che a tutta prima sembra un incrocio tra un quadro di Magritte (non ha caso il maestro del surrealismo belga) e la sequenza di villini color pastello, anni ‘50, di Edward mani di forbice. Tutte le residenze sono identiche, non c’è traccia di vita, una strana periferia ordinata, simmetrica e posticcia. Mentre Gemma e Tom visitano l’interno di uno dei villini, Martin scompare lasciandoli soli. Presto i due giovani si accorgono di non poter lasciare il quartiere, ogni strada li riporta al punto di partenza: il civico nr. 9. La coppia comprende di essere intrappolata anche se qualcuno di ignoto le recapita ogni giorno cibo e generi di conforto. Sino a che un mattino trovano sull’uscio di casa uno scatolone contenente un neonato accompagnato da un messaggio che promette loro la libertà a patto di crescere e prendersi cura della creatura. La nostra coppia cercherà in ogni modo di onorare il compito nella speranza di poter tornare un giorno alla loro realtà, ma la missione si rivelerà sempre più ardua mettendo a rischio l’unione tra Gemma e Tom, la loro sanità mentale, la loro vita.

La legge della sopravvivenza non sente ragioni
Il film si apre come un documentario sulla strategia di sopravvivenza messa in atto dal Cuculo per perpetrare la sua specie. Una delle più raffinate, quanto crudeli, forme di adattamento evolutivo, denominata parassitismo di cova che riassume in sé la linea retta del film. Infatti per quanto il finale lasci libertà d’interpretazione, e per quanto l’intero film sia disseminato di enigmi degni di un compendio di fisica quantistica, una cosa è chiara. Si tratta di una storia di sopravvivenza, non di dominio, nemmeno di sopraffazione per quanto ci sia anche quella, ma innanzi tutto di necessità di dar seguito alla propria progenie. In certo qual modo anche Gemma e Tom nelle prime battute del film sembrano orientati a conformarsi alla richiesta sociale del “mettere su famiglia” richiesta che a volte si fa pressante e viene vissuta come un’imposizione. Il loro cercare la casa perfetta, la spinta all’omologazione, diviene il tranello che li porterà a soddisfare la medesima urgenza ma proveniente da un altra specie. “La natura funziona così” spiega Gemma, che è una maestra elementare, ad una bimba che vedendo un uccellino gettato fuori dal suo nido dal cuculo le chiede il perché di tanta crudeltà.

Tu sei mia madre, sciocchina!
Gemma, eroina disperata del film, vivrà un conflitto esistenziale che si risolverà solo alla fine. Il suo istinto materno la forza a cercare di proteggere un essere fatto a forma di bambino, un cucciolo. Testardamente prova più volte ad instillare nel bambino (meglio creatura!) un pensiero empatico, umano, una forma di attaccamento e di affetto. E ci prova, a differenza di Tom, nonostante sia palese l’estraneità emotiva del bambino. Egli è solo interessato ad apprendere tecniche di imitazione perfetta del comportamento umano perché questo è ciò che gli serve per riprodursi e sopravvivere. Il senso di spaesamento, di terrore e di impotenza è accresciuto dal comportamento indecifrabile del bambino che balla senza comprendere la gioia della musica ( la più umana delle arti?) e osserva sullo schermo della Tv dei pattern ottici, ipnotici e indecifrabili che si muovono scomponendosi e ricomponendosi.

Potenza visiva che mira ad uno scopo
Ecco il senso del “vivaio” un luogo predisposto per la riproduzione controllata di esseri viventi da parte di altri esseri viventi. L’alienazione, l’isolamento, la mancanza di riferimenti familiari quale perfino il gusto del cibo, sono resi plasticamente dal grande palcoscenico in cui si trovano imprigionati i nostri protagonisti, una sorta di teca per umani. Ciò che segna la linea di confine tra loro e il bambino (e chi/cosa gliel’ha recapitato) si trasferisce nello scenario. Tutto è costruito ad imitazione della realtà, le case, il cibo, il prato, perfino il sole che però come nel Truman Show non ha la sostanza della vita per come la conosciamo, ogni cosa è priva di ciò che la rende riconoscibile agli esseri umani. Bellissima la scena delle nuvole in cui Gemma cerca di far comprendere al bambino quanto sia lontana dal vero e dal sentire umano la forma delle nuvole sopra di loro. Sono tutte perfette, disgustose, dice Gemma, da dove viene lei, spiega, ognuna ha una forma diversa, ci puoi vedere un cane, ci puoi vedere un volto. Ma la creatura non può capirlo, non è nella sua natura. Questa reciproca insondabilità genera la paura più profonda.
Vivarium è un film intelligente e unico. Sovrapponendo le linee di interpretazione, scegliendo una narrazione originale e interpretabile, non lineare, ci parla di umanità, la onora perfino perché è esattamente nell’imperfezione, nella molteplicità dei pensieri che risiede il nostro essere umani.
a cura di RebelRebel
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