Dal 19 febbraio possiamo trovare nei cinema italiani Whistle – il richiamo della morte. Distribuito da Midnight Factory ritroviamo come protagonista Dafne Keen, già vista nei panni di una piccola Wolverine a fianco di Hugh Jackman. Il film nasce dalla collaborazione del produttore David Gross e del regista Corin Hardy. Alcuni membri della troupe, incontratisi sul set di The Nun e trovatisi in armonia artistica hanno deciso di dare vita a questa storia che indaga le paure più profonde di ognuno di noi.

Trama

Un gruppo di ragazzi trovano un fischietto azteco detto dead whistle, il cui suono li avvicina alla loro morte prima del tempo dovuto. Una serie di indagini li porterà ad esplorare le loro paure e quanto sono disposti a spingersi oltre pur di salvare se stessi e le persone che amano.

Il coming of age negli horror

Il teen movie è un genere che si adatta molto bene ai temi della paura. L’associazione tra la fase della creazione della propria identità e l’esplorazione delle cose che ci fanno paura è frequente nel genere horror, fin dagli anni ottanta con i primi film in cui veniva ‘punita’ una certa condotta o in cui si parlava per le prime volte di revenge movies. Oggi è un ottimo espediente per affrontare argomenti cari al pubblico più giovane e normalizzare tematiche queer inserendole in un contesto che fa da finestra su un mondo in cui – finalmente – non c’è alcun tipo di stupore se si parla di non binarismo di genere o di omosessualità.

Di cosa abbiamo paura?

Come apertamente dichiarato dal regista, l’idea del fischio era perfetta come espediente per poter parlare del tema della morte personale. Il regista Corin Hardy e lo scrittore Owen Egerton hanno infatti lavorato insieme sulle loro paure e sulle cose che li spaventavano di più, per arrivare ad un risultato molto specifico: non solo la morte in generale, ma la propria morte. É così che nasce quindi l’idea di un mezzo che avvicinasse i personaggi a quel momento, quello che tutti cerchiamo di far tardare il più possibile. Dall’idea nascono spontanei almeno un paio di collegamenti: l’idea della morte che insegue un personaggio ricorda Final Destination, a cui ad un certo punto possiamo trovare anche una sorta di omaggio; mentre l’immagine del proprio io che a specchio ci perseguita fa pensare al Noi di Jordan Peele, altro regista che ha lavorato molto sulle proprie paure per creare i suoi film.

Il fischio della morte

Il fischietto azteco, nonostante sia stato usato come espediente, è un oggetto che era realmente in uso in epoca precolombiana. Sappiamo che la civiltà azteca, precedente e poi convivente con quella dei maya più a sud, era effettivamente la più violenta quando si parla di sacrifici, che erano frequenti in quanto si credeva che assicurassero il sorgere e il tramontare del sole. Erano quindi necessari alla continuazione del mondo e chi vi si prestava spesso era onorato e appositamente preparato, se non si trattava di prigionieri di guerra. I fischietti nello specifico avevano un ruolo che non è ancora stato specificato con sicurezza, ma si pensa che fossero usati nei rituali di sacrificio per accompagnare le anime nell’aldilà. Il suono ricorda quello di un grido e si pensa che ci potesse essere anche un uso bellico oltre che a quello rituale, però sono principalmente stati trovati insieme a corpi sacrificati quindi la prima opzione è la più quotata.

Il film intrattiene, ma poteva essere approfondito di più. Un peccato che dessero poche informazioni sull’interessante mezzo che porta la componente horror, e per quanto abbiano lavorato anche con gli attori sul tema della paura potevano scavare ancora un po’. Bella però la trama, comunque l’approfondimento dei personaggi si sente e l’arco narrativo funziona! Carino!

Classificazione: 2.5 su 5.

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