Da giovedì 17 al cinema esce in Italia You’ll never find me, opera prima di Josiah Allen e Indianna Bell. I due sono un regista e una scrittrice australiani che lavorano insieme dal 2018, anno in cui è uscito uno dei loro primi cortometraggi, ‘Small Town P.D.’. Da quella fruttuosa collaborazione altri tre cortometraggi consolidano il loro rapporto lavorativo: ‘Call Connect’, ‘Safe Space’ e ‘The Recordist’. Quest’ultimo nello specifico non solo ha ricevuto molti riscontri positivi, ma vede protagonisti proprio gli stessi due attori che vediamo in You’ll Never Find Me – Nessuna via d’uscita. Dopo aver conquistato il pubblico e la critica al Tribeca Film Festival e in numerosi festival internazionali, il film arriva nelle sale italiane distribuito da Filmclub Distribuzione.

Trama

Australia del sud: una baracca, un uomo solo, una tempesta torrenziale. Una ragazza bussa alla sua porta chiedendo aiuto e riparo dalla pioggia e i due iniziano a parlare entrando in una conversazione che diventa fonte di tensione per entrambi. La reciproca sensazione di diffidenza li segue passo passo, guidandoli nel gioco di parti che i due vivono una volta costretti in quello spazio angusto.

Un’ottima tecnica

La prima cosa che notiamo è una cura particolare rivolta alla fotografia: l’ambiente è prevalentemente buio, la luce è un fascio: ora una torcia, ora una lampada. L’ attenzione dello spettatore quindi risulta costantemente guidata verso porzioni di schermo e l’effetto è quasi claustrofobico. L’altro lavoro di cura, che invece cattura la nostra attenzione più gradualmente, è sul sound design. Il suono e la luce sono gli elementi principali, gli ingredienti che fanno percepire la tensione e i jumpscare, le sensazioni dei protagonisti.

L’altra nota a favore del film è la capacità attoriale. Tutto si regge sulle loro performance e in effetti si capisce perché Allen e Bell li abbiano tenuti dalle precedenti lavorazioni.

–attenzione, da qui ci saranno spoiler–

Temi molto attuali

Gli argomenti che il film vuole affronta sono molto coraggiosi: si è voluto parlare di odio per le donne senza includere internet, senza telefoni né connessioni. Si parla di incel e di male loneliness senza i social media. La paura costante della protagonista inoltre ci mostra dettagliatamente in che modo una donna è costretta a rapportarsi all’altro genere in una situazione di costrizione come quella: l’analisi del peso di ogni parola, ogni intenzione, ogni movimento. Bellissima anche la rappresentazione della sensazione di aver paura di esagerare nel non fidarsi, il timore di essere troppo scontrose o prudenti e poi il finale, che invece è sempre lo stesso. Che dà ragione a quel sentore che c’è sempre stato ma che contemporaneamente sembrava così assurdo.

Il super io è il nostro peggior nemico

La giusta intuizione dei registi credo che sia che se si deve avere davvero paura di qualcosa, forse la cosa più realisticamente spaventosa è la nostra mente. La parte autoritaria del nostro sé, quella ereditata dall’ambiente sociale e familiare in cui cresciamo, poi introiettata e che fa parte di noi a tutti gli effetti è sempre lì a criticarci. Patrick la chiama “piccola vocina” ed è qui che capiamo che c’è davvero qualcosa che non va: se hai commesso dei crimini e quella ‘vocina’ si è fatta piccola, quasi sempre stiamo assistendo ad una qualche sorta di distacco. Che si tratti di un distacco dalla realtà o dal nostro io razionale, di solito quello che abbiamo minimizzato torna con gli interessi, e nel caso di Patrick, non dandogli via di scampo.

Le vittime diventano carnefici

Quello a cui assistiamo nel finale è una grande sorpresa: non vediamo solo una vendetta, ma la vediamo all’interno della mente del carnefice. E questa prende forma in un modo davvero insolito per una rappresentazione visiva: sono le voci delle donne a diventare un corpo unico; come un coro greco (ricordano quasi le Erinni di Eschilo), si sommano una sull’altra diventando sempre più grandi, come quei pensieri che a forza di scacciarli diventano enormi. E la rappresentazione è stranamente sensata per essere nella mente del carnefice: le donne si fanno giustizia da sole nella sua coscienza, portando alla luce quello che lui creda che loro abbiano provato nei suoi confronti. È proprio questo spazio immaginario creato dalla propria mente, quello che fa più paura.

Il film in conclusione è sorprendentemente entusiasmante: l’attenzione ai dettagli e la cura del lavoro attoriale spiccano, i significati sono riflessivi e portano al ragionamento. L’ambiente è molto definito: ci sono solo i due protagonisti, sempre nella stessa baracca, che hanno come argomentazioni solo le loro diffidenze e i loro ricordi. L’unica piccola nota dolente è sul ritmo, che nella prima parte del film trasforma il desiderio di chiarezza in un eccesso di spiegazioni e di pause, di dettagli che però prendono significato via via. Consigliato!

Classificazione: 2.5 su 5.

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